SHAUN HAMILL.
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LA CASA DEGLI INCUBI.
Parte 2.
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Titolo originale: A Cosmology of Monsters.
Traduzione di: Christian Pastore.
2020. Mondadori Libri, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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PARTE QUARTA.
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COLUI CHE SUSSURRAVA NEL BUIO.
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CAPITOLO 1.
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Sei sicuro di sapere cosa fare? domandai un po' sussurrando e un po' gridando.
Met agosto 1999, avevo sedici anni e me ne stavo accovacciato sul
tetto di casa nostra sudato fradicio, con i capelli incollati alla fronte.
Dalla mia posizione panoramica, su tre lati potevo vedere alle spalle
delle abitazioni i cortili dei nostri vicini: alla mia sinistra l'azzurro
splendente di una piscina, alla mia destra uno spiazzo disseminato
di giocattoli, e nel cortile di fronte a noi un gazebo e un'elegante sedia a sdraio.
Fluttuando nell'aria a circa un metro dal tetto, l'Amico mi tendeva le braccia.
Mi fido di te, gli dissi.
L'Amico batt le zampe due volte, poi me le allung di nuovo,
come un padre che cerca di convincere un bambino a tuffarsi in piscina.
Feci tre passi indietro, con la maglia mi asciugai il sudore dalla
faccia e presi la rincorsa. Spalancando le braccia come un uccello,
spiccai un balzo. Per un attimo la terra spar, dopodich mi bloccai a
mezz'aria e la creatura mi afferr sotto le ascelle.
Ci librammo insieme, guardandoci negli occhi. La bocca dell'Amico
si apr in una smorfia beata, e io lo grattai dietro un orecchio.
Appoggi la testa sulla mia mano.
Ben fatto, commentai. Ma non c' un altro modo che faccia
meno male? Mi verranno i lividi sotto le braccia.
L'Amico plan verso il tetto e mi ci appoggi di nuovo. Torn nel
punto in cui era prima, batt due volte le zampe e le allung verso di me. Forza.
Tentando di scacciare il dolore alle spalle, sgranchii le braccia.
Feci due profondi respiri e chiusi gli occhi. Anche da un'altezza cos
misera, due semplici piani, non riuscivo a non immaginare ossa in
frantumi o un collo rotto. Avrei dovuto imparare a essere pi intrepido,
se volevo fare pi spesso quel gioco.
Arretrai fino in cima al tetto e corsi gi lungo lo spiovente. Stavolta
piegai un po' le gambe e saltando mi diedi una spinta maggiore. Di
nuovo mi innalzai a braccia spalancate, e di nuovo iniziai a scendere.
Il panico prov a farsi vivo, ma chiusi gli occhi e vidi me stesso
come una figura mitologica: Dedalo in fuga dall'isola prigione di
Creta con ali di piume e cera, le braccia aperte e la testa alta, che si
staglia contro la luna. Questa volta anzich subire un brusco stop,
ebbi la sensazione che il mio peso scivolasse morbidamente, come
nell'acqua. La creatura mi prese con delicatezza, e lentamente mi fece
girare su me stesso. Aprii gli occhi. Stavo per parlare, ma qualcosa
nella sua espressione mi blocc. Per un momento, probabilmente
meno di un secondo, ebbi l'impressione di guardare la faccia di
una persona anzich il muso di un animale. Ogni tanto capitava,
era come cogliere un dettaglio con la coda dell'occhio e, come per
quelle cose che attraversano di sfuggita i margini del nostro campo
visivo, l'impressione svaniva non appena provavo a concentrarmi
su uno specifico particolare.
Ben fatto, dissi, e diedi un'altra grattatina dietro l'orecchio
all'Amico. Per stasera pu bastare.
Rientrammo in camera mia dalla finestra. La creatura si lasci
cadere nel mio letto, le molle cigolarono sotto il suo peso. Scesi al
piano di sotto, mi preparai un panino in cucina e per mangiarlo tornai
su. Al ritorno in camera trovai una busta con una lettera, qualcuno
doveva averla infilata sotto la porta. La raccolsi e andai alla scrivania,
mi sedetti a leggerla mentre mangiavo il panino.
Caro Noah,
oggi ero a lezione di geologia, guardavo fuori
dalla finestra e ho cominciato a pensare a tutti gli
strati che compongono la Terra, a come li scaviamo.
perforiamo o roba simile, portando alla luce tutta
una serie di cose che per noi sono una novit, ma che
in realt sono antichissime. Mi chiedo se non vada
cos anche per gli esseri umani. Come se ogni minima
caratteristica di una personalit, ogni talento
o difetto fosse gi al proprio posto, in attesa di
essere scoperto. La mia passione per la scrittura,
per esempio: esisteva gi fin dalla nascita? O ha
preso forma dopo che pap mi ha comprato il mio primo
computer? Mi piace pensare che ci fosse gi, e che
pap sia stato semplicemente abbastanza in gamba da
sapere dove scavare.
Certo, non tutti i minatori sono cos gentili. La
maggior parte della gente che incontri nella vita ti
scava solo per trovare ci che desidera: sesso, attenzione,
un sorriso, il permesso di cambiare corsia
in autostrada. Sono a caccia di qualcosa da prendere,
non da dare.
Quando  successo a me, ho cominciato ad abbattermi.
Quanto tempo mi resta prima che il mondo mi
scavi fino a prendersi tutto?
So di non aver dato il meglio di me negli ultimi
anni. Sono andata agli appuntamenti con i medici e
ho preso gli antidepressivi, ho fatto la brava, e per
lo pi sono riuscita ogni giorno ad alzarmi dal letto
e a essere efficiente. Ma mi sento meno me stessa,
Noah. Non sono pi triste come spesso sono stata, ma
non sono neanche mai veramente felice. Possibile che
mi abbiano gi svuotata del tutto?
Tua (seppur intontita),
Eunice
In famiglia, ognuno a proprio modo, avevamo tutti fatto i conti con
quello che era successo a Sydney. Nel 1989 mamma aveva denunciato
la sua scomparsa alla polizia, e aveva anche riferito fedelmente ci
che le avevo raccontato io sulle grida di mia sorella, sulla luce che era
saltata e sulla stanza sottosopra. In un lampo, i furgoni dei giornalisti
si erano accampati fuori da casa nostra. Smettemmo di guardare la
televisione, perch le nostre facce apparivano in qualunque telegiornale
della zona (e, per un breve periodo, anche in quelli nazionali).
Ma mentre le settimane divenivano mesi senza che ci fossero nuovi
indizi o nuove piste su dove fosse mia sorella, l'interesse del pubblico
scem. I furgoni dei giornalisti se ne andarono. La polizia continu a
dichiarare che le indagini erano ancora in corso, ma intuii che avevano
smesso di occuparsene.
Eunice visse il suo primo grave episodio depressivo pi o meno
in quel periodo. Mamma dovette farla ricoverare per un po', e poi
starle dietro con i farmaci. I medici diedero una mano, ma per quanto
modificassero medicine e dosaggi, Eunice continuava a relazionarsi
con il mondo a fatica. Non riusciva a conservare un lavoro per pi
di un paio di settimane, e pur continuando ad avere buoni voti non
riusciva a concentrarsi a fondo su nulla.
Si era diplomata un anno dopo il previsto e aveva gettato al vento
una borsa di studio completa alla University of Texas di Austin dopo
un solo semestre. Dopodich era tornata a vivere nella sua vecchia
stanza e una laurea l'aveva rimediata al Vandergriff Community College,
seguendo uno o due corsi a semestre e lavorando saltuariamente
al Bump in the Night e al Wandering Dark, quando aveva bisogno di
qualche soldo per le sue spese.
Fu nel corso di quegli anni che fecero la loro comparsa i messaggi
di suicidio. Non so dire perch li conservassi. Immagino che
fossi avido della compagnia di Eunice, anche se solo sulla carta.
Di quando in quando, comunque, accarezzava l'idea del suicidio,
come qualcosa che teneva in un taschino, eppure non riuscivo a
immaginare la mia gentile e divertente sorella far male a nessuno,
tantomeno a se stessa.
Lessi quell'ultimo messaggio due volte e lo ficcai di nuovo nella
busta. La infilai insieme agli altri in una scatola da scarpe che tenevo
sotto il letto. Lasciai che la mia mano indugiasse fra le varie buste,
sentii il conforto asciutto e flessibile del mio bottino di carta, poi
richiusi la scatola. Quando mi misi a letto accanto a lui, l'Amico
brontol, ma si spost un poco e mi fece spazio.
Grazie mille, gli dissi. Per tutta risposta, lui scivol verso di me
fino a premermi il dorso contro la fronte. Il suo calore, che penetrava
attraverso il mantello e i miei vestiti, non mi faceva certo sudare meno,
ma era comunque piacevole, qualcosa di accogliente, la sensazione
di essere a casa. Mi fece rapidamente piombare nel sonno, anche se
cercai di appuntarmi mentalmente di dare un'occhiata a Eunice il
mattino dopo.
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CAPITOLO 2.
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Come un crudele premio di consolazione in cambio della nostra
perdita, la situazione finanziaria della mia famiglia dopo che Sydney
spar miglior nettamente. Nei primi due anni della sua esistenza, il
Wandering Dark attir gente a frotte, e il Bump in the Night, spinto
dal boom dei fumetti dei primi anni Novanta, per la prima volta si
rivel redditizio. Riuscimmo a traslocare dall'appartamentino in una
casa con quattro stanze. Visto quanto aveva contribuito al successo
del negozio, Sally White fece un passo ancora pi lungo: bench
dopo la sparizione di Sydney avesse tentato di mantenersi in buoni
rapporti d'amicizia oltre che d'affari con mia madre, il fatto che
quest'ultima si sfogasse su di lei e la tagliasse fuori da tutto fin per
stancarla. Vendette la sua met del Bump in the Night e nel 1993 si
trasfer insieme a un fidanzato nell'indiana. Ricevemmo l'invito al
loro matrimonio, ma non ci andammo.
Non eravamo felici, ma finanziariamente solventi s, il che, dopo
aver trascorso in povert la mia prima infanzia, significava grosso modo
la stessa cosa. Poi, nel 1999, mamma si decise infine ad assumere
regolarmente me e Kyle Ransom al Wandering Dark. Come primo
incarico ufficiale da dipendenti ci tocc andare a vedere Il crogiuolo
di Arthur Miller messo in scena da suo padre al liceo di Vandergriff,
che poteva essere una buona occasione per individuare nuovi talenti.
La sera della prima, mamma ci allung una pila di volantini e in
pratica ci butt fuori dalla porta.
Ho sempre odiato Il crogiuolo.  un polpettone infelice, e l'idea
pi interessante - ovvero che a Salem la stregoneria sia sempre viva
e vegeta - era stata ridotta a una mera metafora dal maccartismo.
Oltretutto - datemi pure del pazzo - odio le storie tipo pover'uomo
innocente ingiustamente accusato da una ragazza sexy.
Il signor Ransom aveva allestito una scenografia notevole - un
gigantesco albero che dominava il palco con tutti i giudici seduti
sui rami -, ma gli attori sembravano essere l per caso, e i loro
personaggi si scambiavano urlando le reciproche accuse con volti
inespressivi. La ragazza che interpretava Abigail, con i capelli talmente
biondi che illuminati dai riflettori sembravano d'argento, in
precedenza aveva fatto una discreta figura nella parte di Sue Lyon
in Lolita, ma quando un John Proctor devastato dall'acne prefer
farsi impiccare piuttosto che sottoscrivere una falsa confessione, io
e Kyle ce ne stavamo ormai seduti con il mento fra le mani pregando
che calasse il sipario.
Dopo lo spettacolo, trovammo il signor Ransom ai piedi del palco
che si scambiava strette di mano con i suoi estimatori. Non molto
tempo dopo la scomparsa di Sydney aveva avuto un attacco di cuore,
e in seguito a un intervento chirurgico e ad alcune drastiche variazioni
nella dieta aveva perso parecchi chili, ma il cambiamento lo faceva
sembrare perfino meno in forma. La pelle gli pendeva molle dalla faccia
e si raccoglieva intorno al girovita rendendolo simile a una candela
mezza sciolta, e all'incarnato acceso si era sostituito un pallore che lo
rendeva pi affine a un fungo che a un essere umano. Fra quelli che
avevano partecipato alla stagione di apertura del Wandering Dark, era
l'unico a non essere stato richiamato dopo il 1989.
Mentre ci avvicinavamo a lui con i volantini in mano, non vidi da
nessuna parte la signora Ransom. Lo accennai a Kyle, che sembr
imbarazzato.
Il gioved fa lezione, mi disse. Verr allo spettacolo di sabato.
 una storia importante, stava dicendo il signor Ransom stringendo
la mano a un tale che, dall'aspetto, doveva essere il nonno di
qualcuno.
Non c' dubbio, gli rispose l'anziano signore, ma mi chiedo
se lo pensino anche i ragazzi. Lanci un'occhiata alla platea alle
sue spalle, quasi vuota.
Il sorriso del signor Ransom era tirato. La ringrazio molto per
essere venuto, concluse. Si volt verso di noi e scacci dal viso
l'espressione amareggiata. Eccovi qui. Voi che ne dite, ragazzi?
Intenso, commentai.
Molto cupo, disse Kyle.
Fedelissimo al testo, aggiunsi.
 una delle grandi opere americane, spieg il signor Ransom.
Chi sono io per fare dei tagli?
La ragazza che aveva interpretato Abigail emerse da dietro le quinte,
senza pi il costume di scena ma ancora impiastricciata di trucco. Da
vicino era davvero molto carina, con i capelli lucenti e gli occhi di un
azzurro brillante. Quando vide me e Kyle si ferm. Ciao, Kyle, lo
salut. Mi fece un cenno con il mento. Ciao, Noah.
Ci conosciamo? le domandai preso in contropiede.
Mi diede un pugnetto sul braccio. Piantala, dai.
Piantala in che senso?
Sgran gli occhi piuttosto stupita. Alle lezioni di letteratura inglese
della Thurston eravamo seduti a due file di distanza. Per tutto
l'ultimo anno alle medie, direi. Si port le mani al petto. Il nome
Donna Hart ti dice niente?
Oh, ma certo, replicai, suon per come una bugia. Scusa, ho
sempre la testa fra le nuvole.
Restammo sospesi in un silenzio imbarazzante finch Kyle non
riprese: Lo spettacolo  stato impegnativo.
Molto cupo, concordai.
Super fedele al testo, aggiunse Kyle. E tu sei stata grande!
La parte migliore dello spettacolo, cercai di rimediare dopo aver
ferito i suoi sentimenti.
Lei mi tir un altro pugnetto sul braccio. Smettila, disse, ma
che le avesse fatto piacere era ovvio.
Ehi, gi che ci siamo, intervenne Kyle, porgendole un volantino.
Fra un paio di settimane potresti presentarti alle audizioni per
il Wandering Dark.
Parla della casa infestata gestita dalla mia famiglia, spiegai.
Lo so di cosa parla, replic lei. Non sono mica nata ieri.
Guard con attenzione il volantino.
Abbiamo sempre bisogno di attori, aggiunsi.
Kyle mi tir per un braccio. Adesso per dobbiamo proprio
andare.
Colsi il segnale. Ci vediamo in giro, Donna Hart.
Ma certo, rispose. Chiss, magari la prossima volta ti ricorderai
perfino di me.
Iniziammo a salire i gradini che portavano al palco. Quando non
fummo pi a portata d'orecchio, Kyle mi ferm. Com' possibile
che tu non abbia mai notato quella ragazza?
L'ho notata, mentii.  solo che non mi ricordavo il nome.
Com' possibile dimenticare qualsiasi cosa di una ragazza come
quella?
Era una buona domanda. Donna era affascinante e non era difficile
notarla, eppure gi in quel momento stava svanendo dalla mia mente.
Ho parecchia roba in ballo, mi giustificai.
Tipo...? Non risposi seduta stante e lui ridacchi. Non ti capisco,
non ti capisco proprio. Se io fossi stato in classe con quella, non
penserei ad altro. In realt, credo che da ora in avanti non penser
ad altro comunque.
Chiuse gli occhi.
Kyle.
Sssh, m'interruppe, e senza riaprire gli occhi mi pass la pila di
volantini. Tu fatti pure venire in mente perch sei cos impegnato e
distribuisci i volantini. Io penser a Donna per tutti e due.
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CAPITOLO 3.
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Quando io e Kyle tornammo a casa, nel vialetto dietro la station-wagon
di Eunice era parcheggiata una coup che non avevo mai visto.
Il portellone posteriore era coperto di adesivi di gruppi musicali tipo
AFI, Bikini Kill, MxPx, Misfits, e appiccicato al paraurti c'era un
enorme adesivo con su scritto LA PORNOGRAFIA STUPRA LA MENTE.
Mentre uscivo dalla porta principale sentii un rumore talmente raro
che sulle prime non lo riconobbi: la risata di Eunice.
La trovammo seduta al tavolo in sala da pranzo accanto a una
robusta ragazza tarchiata con i capelli blu a spazzola. Indossava una
felpa con cappuccio, sulle maniche c'erano toppe piene di scritte e
simboli fissate con spille da balia. Lei ed Eunice erano chine su un
libro di testo, ed entrambe alzarono lo sguardo quando entrai. Sul
volto della punk c'era solo un mezzo sorriso, ma Eunice era paonazza
e aveva le lacrime agli occhi dalle risate.
Noah, gracchi. Come va?
Bene. Ho distribuito quasi tutti i volantini. Appoggiai sul tavolo
quelli che restavano.
Mia sorella indic la sconosciuta accanto a s. Lei  Brin. Frequenta
il mio stesso corso di letteratura inglese.
Ci salutammo, poi diedi un volantino a Brin.
Una casa infestata? comment.
 l'impresa di famiglia, le spiegai. Eunice sembrava a disagio,
probabilmente avrebbe preferito che non dicessi nulla.
Bene, disse Brin frugandosi in borsa, visto che tu mi hai dato
un volantino... Mi pass un foglietto piegato malamente in quattro.
A una prima occhiata pensai al volantino promozionale di un raduno
punk, la stampa era slavata come quella di una fotocopiatrice, e a
fare da sfondo c'era una gigantesca rosa dei venti attraversata da una
striscia con una scritta che diceva REDEMPTION BIBLE CHURCH e
sotto, in caratteri bianchi quasi illeggibili, anzich un elenco di band
c'erano gli orari delle funzioni e degli eventi in programma.
Tu ci vai? le chiesi.
Ci puoi andare anche tu, se ti va, rispose la ragazza, guardando
prima me e poi Eunice. Magari ti far venire dei dubbi su come ti
guadagni da vivere.
L'imbarazzo che traspariva dal volto di mia sorella aument, tuttavia
sorrise. Gi, magari.
Prima che potessi replicare al suo invito (probabilmente in modo
un po' scortese), mamma entr nella stanza. Aveva le labbra serrate
ed era pi pallida del solito.
Lei  Brin, mamma, la present Eunice.
Abbiamo distribuito quasi tutti i volantini, la interruppi io, ma
mamma fece segno di tacere a tutti e due.
Noah,  ora che tu vada a dormire. Kyle, credo sia meglio che tu
vada dritto a casa, a tua madre far piacere rivederti. E non sarebbe
una cattiva idea se te ne andassi subito anche tu, Brin.
Ma cosa succede? domand Eunice.
Mamma per un attimo sembr cercare le parole, e quando parl
la voce le usc rotta. Oggi  scomparsa una bambina.
A partire dal giorno dopo, sarebbe stato impossibile non venire
a conoscenza della storia, ne avrebbero parlato i notiziari, locali e
nazionali, ma mamma ci anticip i dettagli salienti direttamente in
sala da pranzo: quella stessa mattina Maria Davis, una bambina di
nove anni, e il fratello Bobby di cinque, avevano raggiunto in bici un
vecchio supermercato in disuso che distava un paio d'isolati da casa
loro. Venti minuti dopo, Bobby aveva fatto ritorno a casa, ma all'ora
di cena Maria non era ancora rientrata. Quando i genitori erano andati
in macchina al supermercato, avevano trovato la bici sdraiata su un
fianco nel parcheggio, ma non Maria. Avevano chiamato la polizia,
e la polizia aveva chiamato l'FBI.
Mentre ci raccontava tutto quanto, mia madre rest in piedi dietro
la sedia a capotavola, artigliando lo schienale fino a farsi venire le
nocche bianche. Dopo che ebbe finito, rimanemmo seduti in silenzio
e sconcertati, Brin e Kyle compresi.
Fui io a parlare per primo: Non penseranno mica che abbia qualcosa
a che vedere con Sydney, vero?
Questo ancora non lo sanno, disse mamma. Ma la polizia non
avrebbe chiamato me se non ritenesse possibile un'eventualit del
genere.
Kyle e Brin ci augurarono la buona notte. Brin ed Eunice si scambiarono
un sorriso tutt' altro che fugace che non riuscii a interpretare, del
resto in quel momento avevo qualcosa di pi urgente di cui occuparmi.
Dopo, io, mamma ed Eunice restammo seduti in salotto quasi
due ore a guardare la televisione, senza mai parlare. Non credo
che nessuno sapesse cosa dire, o addirittura cosa pensare. Non
avevamo mai davvero abbandonato la speranza che Sydney fosse
semplicemente scappata di casa, che quel suo urlo di commiato
fosse in qualche modo uno scherzo ben orchestrato, esattamente il
genere di cosa che potrebbe fare un'adolescente arrabbiata con un
debole per le case infestate. Avevo segretamente sperato che vivesse
lontano, a Los Angeles, e che magari un giorno andando al cinema
l'avrei riconosciuta sullo schermo, o avrei letto il suo nome nei
titoli di coda di un film. Ma a quel punto, con una nuova ragazza
scomparsa, continuare a coltivare una simile fantasia si rivelava
molto pi difficile.
Quando mamma mi mand a letto, Eunice mi segu al piano di sopra
ed entr perfino in camera, cosa che ormai non faceva quasi pi. Si
sedette sul mio letto e rest a guardarmi mentre mi toglievo le scarpe.
Stai bene? mi chiese.
Credo di s.
Per un attimo si limit a far scorrere la mano avanti e indietro
sulla coperta.
E tu? Stai bene? le domandai.
Eunice ci pens su. Che ne dici di Brin? chiese.
Non era quello che mi ero aspettato. La ragazza di prima? Non
saprei.  a posto, credo. Sembrerebbe un tipo religioso.
Lei dice che in questo periodo in chiesa ci va pi che altro per
divertirsi. Parecchie sue amiche delle superiori continuano ad andarci.
Hanno un gruppo di preghiera punk rock, una cosa del genere.
Ti piace il punk, adesso? domandai.
Mia sorella sorrise guardando il pavimento, poi si alz. Meglio
che ti lasci riposare. Buona notte, Noah. Mi diede rapidamente un
bacio su una guancia e se ne and.
Aspettai fino a quando non sentii chiudersi in corridoio la porta
della sua camera, poi chiamai il mostro.
Sei qui? A questo appello di solito l'Amico spuntava dall'armadio
o da sotto il letto, ma quella sera non ricevetti risposta.
Ogni tanto succedeva. C'erano notti in cui la creatura arrivava
tardi, appena prima che andassi a dormire, e altre in cui non veniva
per niente. Ma quella volta avrei davvero gradito la sua compagnia, un
po' di conforto da parte di qualcuno che in quel momento non stesse
soffrendo come soffriva la mia famiglia. Mi addormentai seduto vicino
alla finestra, aspettando che l'Amico facesse ritorno.
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CAPITOLO 4.
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Nei giorni che fecero seguito alla scomparsa di Maria Davis, mentre
nei telegiornali nazionali il caso occupava sempre pi spazio, ci fu un
netto cambiamento nel clima emotivo che regnava a Vandergriff. Non
era mai stata una di quelle cittadine idilliache in cui tutti sorridono
a tutti, ora per era come se a ognuno si fosse irrigidita la mascella,
come se un solco si fosse insinuato in ogni fronte. Nel pomeriggio
c'erano meno bambini a giocare nei parchi o nei cortili, e di notte
le strade intorno a casa nostra si erano fatte pi silenziose. Sentivo
meno risate in giro, anche se ne sentivo molte di pi nei corridoi
della scuola. Noi ragazzi eravamo tesi e in preda agli ormoni, troppo
giovani per prendere sul serio qualcosa. Nell'auditorium della
scuola ci fu un'assemblea, in cui una poliziotta del posto spieg
che avremmo visto degli agenti all'interno dell'edificio e appostati
nel parcheggio: avrebbero tenuto d'occhio la situazione. Come se
fossimo ancora alle elementari, ci ricord anche di non accettare
n cibo n passaggi dagli sconosciuti. Ci mostr un manifesto con
un numero di telefono e ci preg di comporlo se avessimo visto
qualcosa di sospetto.
Anche se non siete sicuri che valga la pena riferire una certa
cosa, fatecela comunque sapere. La vita che salvate potrebbe essere
la vostra.
L'intera esposizione sembrava una barzelletta scadente raccontata
da qualcuno che, pur consapevole di quanto fosse scadente, non resisteva
a raccontarla tutta. Era come se qualche elemento di quel discorso
potesse riportare a casa Maria, o scongiurare una nuova scomparsa.
Di assemblee scolastiche ce n'erano state anche quando Sydney era
sparita, e anche di lei si erano occupati i telegiornali nazionali.
Io, mia madre ed Eunice discutemmo varie volte se per quell'anno
fosse il caso di aprire il Wandering Dark. Mosso da ragioni puramente
egoistiche, io sarei stato per aprirlo, dovevo per ammettere che i
motivi per tenere chiuso non mancavano. Dopotutto, la maggior parte
dei nostri dipendenti erano ragazzi del liceo, quindi probabilmente
avremmo avuto qualche problema ad affidare le parti se i genitori non
si sentivano sicuri a far uscire i propri figli la sera per sei settimane
di fila. Ogni volta che veniva fuori l'argomento ne parlavamo e riparlavamo,
ma poi rimandavamo la decisione, avevo la sensazione
che per la stagione 1999 le possibilit si facessero sempre pi scarse.
Al di l dei discorsi di lavoro, in famiglia non parlavamo granch.
Ognuno restava nel proprio angolo della grande casa, mamma al piano
basso davanti alla TV, Eunice nella sua stanza e io nella mia. Il mostro
mi mancava da morire. Avevo quasi perso ogni speranza di rivederlo,
ma una settimana dopo la sua ultima apparizione mi svegliai di colpo
sentendo grattare alla finestra della mia stanza.
La creatura era accovacciata fuori, sul tetto, e faceva su e gi sul
vetro con un artiglio.
Sbloccai la finestra, la aprii. Mi tirai indietro, e mentre la creatura
s'infilava nella stanza cercai di sembrare scocciato. Avevo intenzione
di urlarle contro, di sgridarla, di pretendere un preciso resoconto dei
suoi movimenti nell'ultima settimana. Ma quello che feci, in realt,
fu sprofondare tra le sue braccia e stringerla forte all'altezza dei
fianchi. Mi abbracci anche lei e io fui invaso dalla vecchia sensazione
di conforto e beatitudine mescolata all'odore muschiato del
suo mantello ammuffito e della pelliccia. La mia rabbia si dissolse,
mi sentii sollevato.
Mi sei mancato cos tanto, dissi avvinghiato al petto dell'Amico.
Ero preoccupatissimo. Avrei aggiunto altro, ma l'Amico mi strinse
ancora pi forte, e i miei piedi si staccarono dal tappeto. Galleggiavamo
nel vuoto, la testa della creatura sfiorava il soffitto.
Con cautela fece in modo di trasportarmi fuori dalla finestra,
nell'aria corroborante delle serate estive. Per prima cosa pensai che
fra poco avremmo giocato di nuovo a salta-che-ti-prendo, invece mi
spost contro un fianco e sfrecci verso il cielo. Il vento mi fischiava
nelle orecchie e mi arruffava i capelli. La cittadina rimpiccioliva sotto
di noi, una costellazione di luci sempre pi piccola, mentre l'aria
diventava sempre pi fredda e rarefatta, e per riempirmene i polmoni
dovevo respirare sempre pi a fondo.
Il mostro smise di salire una volta che fummo davvero in alto nel
cielo notturno, e l rest sospeso a girare lentamente su se stesso. Dalla
parte di Dallas vedevo la Reunion Tower, e dalla parte di Fort Worth
il massiccio rettangolo del Burnett Plaza. Il parco dei divertimenti di
Vandergriff, il Fun Mountain, era proprio sotto di noi, e la struttura
che simulava i lanci con il paracadute era ancora illuminata bench
di notte fosse chiuso.
Senza preavviso, la creatura moll la presa. Mentre capitombolavo
nel cielo, il parco dei divertimenti mi veniva incontro come una foto
zoomata, e la torre con i paracadute spuntava da terra dritta come una
spada sguainata. Un grido mi esplose in gola, e agitai le braccia come
se potesse esserci qualcosa a cui appigliarsi.
Cristo. O Cristo. Ges, era finita, stavo per morire, e il peggio 
che sarebbe stato molto doloroso.
Ma prima che tutte le ossa del mio corpo s'infrangessero contro
una giostra, la creatura mi raggiunse, mi agguant per i fianchi e
mi condusse in volo intorno alla torre, le luci al neon un'indistinta
macchia stroboscopica ai margini del mio campo visivo. Il gemito di
terrore divenne un urlo di gioia. Fui attraversato da un flusso di energia.
Ululai. Risi. La creatura strinse la sua presa, e nei punti in cui i
nostri corpi aderivano pulsarono onde di calore. Il mondo assunse una
sfumatura dorata e il cuore prese a galopparmi nel petto. Dopodich
la creatura mi liber di nuovo.
Non precipitai, stavolta. Stavolta mi sollevai. Non ero particolarmente
veloce, mi resi conto per che riuscivo a librarmi da solo
in un'ampia spirale ascendente. L'Amico mi segu a breve distanza,
appena sotto di me, standomi dietro ma senza toccarmi. Stavo volando
in autonomia con le mie forze. Mi voltai per guardarlo in faccia.
Come ci sei riuscito? domandai.  incredibile!
Come sempre non rispose. Volai via dalla torre e mi spostai
sopra l'autostrada. Rispetto alla creatura ero pi goffo e pi lento
- a quanto venne fuori, imparare a volare non era poi cos diverso
dall'imparare a nuotare -, ma riuscivo a mantenermi in aria e a
spingere me stesso nella direzione corretta: Tutta la preoccupazione
e le ansie della settimana improvvisamente non contarono pi. A
contare era solo quell'ascensione, quella sensazione di potere e di
completa libert.
A un certo punto l'euforia si dissolse, inglobata da uno sfinimento
sublime. Quando rientrammo a casa, la mia estemporanea abilit nel
volo se ne stava andando. Ballonzolavo e zigzagavo nell'aria come un
insetto ubriaco e una volta sul tetto inciampai, atterrando sulle mani
e sulle ginocchia. La creatura atterr vicino a me, pi che udirlo lo
percepii, una leggera folata di vento. Fa caldo qui fuori, osservai.
Tu non hai caldo?
Non aspettai la risposta. M'infilai in camera da letto e mi spogliai
fino a che rimasi in mutande. Anche da nudo, la pelle continuava a
pizzicarmi per quel calore innaturale. La mia faccia scottava e, notai,
un turgore gonfiava la stoffa dei miei boxer. Mi appoggiai alla scrivania,
e feci un paio di profondi ma inutili respiri. Non c'era verso di
sbollire. Voltandomi, scoprii che la creatura mi aveva seguito dentro.
Forse hai esagerato con la polverina fatata, dissi. Sento troppo...
cal... La mia testa era alla deriva.
L'espressione dell'Amico si fece preoccupata. Mi tocc la faccia e
il torace, soffermandosi con la zampa in quei punti. Il mio cuore non
smetteva di battere all'impazzata, e sentivo il volto palpitare per il
caldo. La creatura prese una penna e un foglio dalla scrivania e scrisse:
AMICO AIUTA?
Potresti fare qualcosa? gli chiesi. La mia voce suonava distante,
distorta, come elaborata da un sintetizzatore.
La creatura pos la penna e il foglio. Mi appoggi una zampa sulla
spalla, e con l'altra guid la mia mano sul mio inguine. La stanza,
pulsando, si mise a ronzare intorno a noi, e le mie viscere di nuovo
si contrassero. Il mondo si fece sempre pi impalpabile, in un certo
senso meno presente.
Sei sicuro che vuoi esserci per... questo? domandai, sia imbarazzato
sia eccitato all'idea.
La creatura strusci il muso umido su un lato della mia faccia,
la pelliccia mi sfregava la guancia rovente. Mi calai i boxer, afferrai
il mio sesso e iniziai a menarmelo, era come essere dentro e
fuori dal mio corpo. Non ci volle molto. Mentre mi tendevo pronto
all'orgasmo, l'Amico mi strinse la spalla pi forte. Il mio occhio
interiore si rifranse in decine di frammenti, un caleidoscopio venato
da una luce d'oro, ogni riflesso distorto di me stesso si contorceva
estatico nell'infinito.
Quando tutto ebbe termine, crollai in avanti. Sarei finito sul pavimento,
ma l'Amico mi afferr e mi strinse contro il mantello che
odorava di muschio. Mi adagi sul letto e si stese accanto a me, avvolgendomi
con un braccio. Il calore non sembrava pi intrappolato
dentro di me, si distribuiva fra di noi, un fardello individuale trasformato
dal tatto in un piacere condiviso.
Grazie, dissi. Scivolai nel torpore mentre la pulsazione dell'orgasmo
diveniva pi blanda, traghettato nel mare del sonno con la
sensazione passeggera che morbide labbra umane mi stessero baciando
su una guancia.
...
.
...
CAPITOLO 5.
...
.
...
Mi svegliai il mattino dopo con un'idea per riaprire il Wandering
Dark, certo che i nostri dipendenti sarebbero stati al sicuro. Avremmo
introdotto un sistema secondo cui i lavoratori minorenni avrebbero
dovuto avvisare sia quando venivano da noi, sia quando se ne tornavano
a casa. A mia madre l'idea piacque, il che significava essere di
nuovo in pista. Iniziammo a prepararci per la stagione 1999 quella
settimana stessa. Dal 1989 il Wandering Dark si era notevolmente
ingrandito, passando da sei a quindici stanze. Quattro delle nuove
stanze erano al piano superiore che avevamo costruito nel 1995,
cos anche considerando la sala relax dei dipendenti, il laboratorio
costumi, gli spogliatoi, i bagni, l'ufficio della sorveglianza e il labirinto
del mostro, sfruttavamo ancora solo due terzi dello spazio disponibile.
Avevo gi iniziato ad abbozzare qualche idea su come usare il terzo
rimanente. Il titolo provvisorio del mio progetto era Festa con sega
elettrica e inseguimento, ed ero entusiasta che mia madre non avesse
ancora detto di no.
Io e Kyle passammo i pomeriggi e le serate prima a spazzare e spolverare
l'attrazione, poi a mettere in moto le luci e le parti meccaniche
(per esempio il tunnel delle vertigini), controllandole, riparandole o
sostituendole se necessario.
Eunice, che era in una delle sue fasi pi energiche, accett di dare
una mano, a patto che potesse venire anche Brin.
Ha accettato di dare un'occhiata al posto, in cambio mi ha chiesto
di andare in chiesa con lei ogni tanto, spieg mia sorella.
Perch mai dovresti andare in chiesa? le domandai. Specialmente
in una chiesa punk rock? Tu detesti entrambe le cose.
Sto cercando di fare qualcosa di nuovo, rispose. Che ne dici
di provare a essere gentile?
Non appena mise piede per la prima volta nella struttura, Brin fece
un'espressione mezza raccapricciata.
A te sta bene spillare i soldi alla gente in questo modo? chiese.
Nessuno ti obbliga a venire, le feci presente. Questo l'hai
afferrato, giusto?
Forza, intervenne Eunice, ti faccio fare un giro. Brin si fece
accompagnare nel labirinto, lontano da occhi indiscreti. Mentre io,
mamma e Kyle lavoravamo, un'eco di risate ci interrompeva di continuo.
Era colpa di Brin, che una battuta via l'altra faceva strillare
mia sorella come un'isterica.
Basta, cazzo! sbottai dopo un'ora di quell'andazzo folle.
Modera il linguaggio, mi intim mamma con tono neutro mentre
annotava qualcosa sul suo blocco. Ci trovavamo nel cosiddetto Studio
del Professore, con Kyle che abbassava o alzava la luce arancione
delle lampadine nel finto caminetto. Eunice non ha mai avuto troppe
amiche. Lasciamole godere questa, fa niente se  un po' maleducata.
Lo ha notato nessuno il lavoro che sto facendo con le lampadine?
 notevole, no? domand Kyle rannicchiato di fronte al caminetto.
S, davvero un ottimo lavoro, disse mamma senza neanche
guardare. Adesso per silenzio, tutti e due, devo pensare.
Le audizioni ebbero luogo nel fine settimana, non appena terminammo
le riparazioni. Mamma e io sedevamo a un tavolo approntato
nella sala da ballo del Wandering Dark, mentre Kyle faceva da usciere
con il consueto stuolo di aspiranti del corso di teatro. Donna Hart fu
la prima a entrare. Interpret il monologo di Abigail ne Il crogiuolo,
il pezzo che faceva Non posso pi sopportare gli sguardi osceni,
John, inoltre cant una strofa di I don't know how to love him di
Jesus Christ Superstar. Le venne benissimo.
Mamma tenne gli occhi incollati al blocco, e dopo che Donna ebbe
finito di cantare continu a scarabocchiare appunti per dieci, quindici
secondi buoni. Quando alz la testa, si strofin il naso con il dorso di
una mano e disse: Come te la cavi con le urla?
Bene, credo, le rispose la ragazza tormentando le pieghe della
gonna.
Mia madre fece un lieve cenno. Sentiamo, allora.
Donna si schiar la gola ed emise un urlo netto e cristallino.
Mamma torn al suo blocco. Grazie, Donna. Ci faremo sentire.
Uscendo dalla sala, Donna mi sorrise. Le sorrisi a mia volta, mi
sembrava educato farlo, e dopo aver controllato che mamma non
guardasse, alzai il pollice.
Dopo le altre audizioni, io, Kyle e mia madre ci sedemmo in cerchio
nella sala da ballo e confrontammo gli appunti.
La prima cosa da stabilire, osserv mia madre,  quale parte
farete voi.
Kyle si abbandon all'indietro sulla sedia. Ragazzi, era tanto che
aspettavo questo momento. Chiuse gli occhi. Il Professore. Voglio
fare il Professore. E voglio farlo a tempo indeterminato.
Prima vediamo come andranno le cose quest'anno, disse mamma.
E tu, Noah?
Anch'io aspettavo quel momento. Ormai quale ruolo volessi
interpretare lo sapevo da tempo, tuttavia mi sentivo strano a rivelare
apertamente, ad ammettere che volevo proprio solo quello, perch ci
tenevo da matti e temevo di non ottenerlo. Temevo anche la reazione
che poteva avere la mia famiglia rispetto a quella richiesta.
Il mostro, dichiarai. Voglio interpretare il mostro.
Kyle mi guard comprensivo. Povero ragazzo bruttarello. Non
potrebbe fare altro.
Non rise nessuno. Arrossii e guardai il pavimento.
E mostro sia, replic mamma impassibile.
...
.
...
CAPITOLO 6.
...
.
...
Pi tardi, diretti a casa sulla Ford Pinto di Kyle, lui torn sul suo
argomento preferito: Donna Hart.
Maledetto, hai una fortuna sfacciata, disse. Le piaci.
Ma va'.
Mi guard serio con la coda dell'occhio. Si pu sapere perch
fai cos?
Faccio cosa?
Capisco che tu sia timido, ma a un certo punto dovrai pure uscire
con qualcuna. Voglio dire, non sei mica gay, no?
Vaffanculo. Nel 1999, a Vandergriff, poche allusioni erano pi
terribili di quella. Meno di un anno prima Matthew Devries, un ragazzo
gay poco pi che ventenne, era stato legato dietro un furgone
e trascinato per chilometri su un tratto di autostrada a due corsie.
Era successo ad Artemis, che dista una ventina di minuti dalla nostra
cittadina.
Senti, dissi, se ti prometto di provarci con quella ragazza cos
carina, poi te ne starai zitto?
Kyle batt le mani e le alz sopra la testa come se avesse segnato
un punto.
Mani sul volante, Super Dave, gli ordinai, alludendo a un noto
stuntman televisivo.
Volevo parlarne a Eunice, ma quando rientrai a casa la sua stanza
era vuota. Doveva essere con Brin da qualche parte. Senza pensare
davvero a cosa stessi facendo, superai la stanza di Eunice ed entrai in
quella in fondo al corridoio, la quarta camera, che mia madre definiva
l'ufficio di casa. Dentro c'erano uno schedario, una scrivania, un
computer e in un angolo una pianta finta. La stanza in teoria spettava
a mia madre, ma le volte in cui l'avevo trovata l si potevano contare
sulle dita di una mano. A usarla pi spesso, sfruttando il computer
per i compiti o per giocare, eravamo io e mia sorella. Il pi delle volte
la stanza era vuota, come se tutti fossimo a conoscenza del suo vero
scopo e aspettassimo solo una scusa per togliere i mobili e fare spazio
a chi davvero ne aveva diritto.
Era anche l'unica stanza della casa in cui tenevamo una foto di
Sydney. Era in cima allo schedario in una cornice dorata, un ritratto
20 x 25 scattato a scuola. C'era Sydney con un vestito leggero, i
capelli voluminosi tenuti fermi dalla lacca e il suo smagliante sorriso
da palcoscenico rivolto alla macchina fotografica. Non saprei dire
perch mamma avesse deciso di esporre proprio quella foto. Era
stata scattata all'inizio dell'ultimo anno di liceo di mia sorella, appena
due mesi prima che sparisse, ed era la foto che accompagnava
immancabilmente qualsiasi storia apparisse su di lei in televisione o
sui giornali. Quella foto era diventata il simbolo in miniatura della
sua scomparsa dalla nostra vita.
La presi in mano, stando attento a non lasciare ditate sul vetro.
Mi domandai se i genitori di Maria Davis stessero attraversando in
quel periodo qualcosa di simile; se avessero una foto della figlia che
potesse riassumere alla perfezione la loro perdita, i rimpianti, il dolore
e la sensazione di aver fallito come genitori.
Mi imposi di darci un taglio. Mi dissi che Maria poteva essere
ancora viva, da qualche parte. E questo valeva anche per Sydney. Ma
la verit era che non sapevo nulla in entrambi i casi. Non seriamente.
Riposi la foto, tornai sui miei passi. Superai la camera di Eunice ed
entrai nella mia.
L'Amico era seduto sul pavimento, aperto in grembo aveva un
fumetto e lo sfogliava assorto. Quando mi not, con un dito unghiuto
impresse un segno nel punto in cui era arrivato, poi indic il cielo
notturno.
Fuori?
Non stasera. Ho del lavoro da sbrigare. Mi diedi una mossa e
dalla scrivania recuperai le matite colorate e un po' di fogli. La creatura
mi guard incuriosita. Devo progettare un nuovo costume da mostro
per il Wandering Dark. Ho pensato di ispirarmi a te.
Lo sguardo della creatura per un momento si rabbui, divenne pi
inquieto. Pos il fumetto e afferr il foglio e le matite che gli stavo
porgendo. VUOI SEMBRARE COME ME?, scrisse.
Be', s, risposi. Sei fantastico. Perch non dovrei assomigliarti?
L'Amico ponder la domanda per un po', ma a quanto pareva non
era capace di trovare una buona risposta. Continuava a sembrarmi un
po' turbato. Mi restitu le matite e il foglio. Mi sedetti a terra di fronte
a lui, con la schiena appoggiata alla cassettiera. Lui si rimise a leggere
e io iniziai a buttare gi alcuni schizzi. Andai avanti per molto tempo,
rendendomi appena conto dei rumori che circolavano attraverso la
casa, ovvero mamma che al piano di sotto vagava in cucina per poi
sistemarsi davanti alla TV.
Come artista non sono mai stato un granch, dovetti quindi riprovare
pi e pi volte prima di disegnare qualcosa che somigliasse
anche solo vagamente alla creatura. Volevo catturare sulla carta la sua
stazza, la sua pelliccia arruffata, il modo in cui i suoi occhi brillavano
minacciosi o appassionati, ma tutti i miei disegni sembravano ritrarre
solo un cane incappucciato. Stavo ancora litigando con i fogli quando
sentii bussare alla porta, e prima ancora che potessi invitarla a entrare,
Eunice l'aVeva gi aperta.
Ehi, disse, poi fece una smorfia preoccupata. Tutto a posto?
Lanciai un'occhiata alla zona del pavimento in cui prima era seduta
la creatura, che adesso era sgombra, poi tornai a guardare mia sorella.
Tirai un sospiro di sollievo e mi inumidii le labbra secche e screpolate.
S, bene, risposi. Non mi aspettavo di vederti, ecco.
Lei entr e si sedette sul mio letto. Il tuo materasso  davvero
molto caldo.
Gi. E per questo che mi sono seduto a terra.
Fece correre una mano sulle coperte con un'espressione preoccupata.
Non avrai la febbre?  come se ci avessi lasciato un mattone
rovente.
No, sto bene, le confermai.
Eunice guard la finestra aperta e per un secondo sembr sul
punto di dire qualcosa, ma poi aggrott la fronte, con un'espressione
lievemente addolorata.
Avevi bisogno di qualcosa?
Eunice sbatt le palpebre e si alz. Hai ragione.  tardi.
Non sei obbligata ad andartene. Cosa hai fatto stasera?
Mia sorella rest immobile al centro della stanza, quella strana
espressione addolorata dur ancora un momento. Poi le spunt un
piccolo sorriso indeciso, e guard di fianco a s come se potesse
trovare la risposta in un angolo della mia camera.
Sono andata in chiesa con Brin. Si sedette di nuovo sul letto.
Di venerd sera?
C' una funzione o un evento particolare ogni giorno e ogni sera
della settimana, mi spieg. Brin sostiene che vogliono attirare quelli
con una routine poco tradizionale, quelli che magari la domenica
mattina non possono sempre esserci.
Mi appoggiai alla scrivania. E com' stato?
Di nuovo quello sguardo sfuggente che si rifiutava di guardarmi
dritto.  stato... strano. Per prima cosa, la chiesa  in uno squallido
centro commerciale, dentro a un negozio, fra un salone di bellezza
e un posto in cui ti danno una mano con la dichiarazione dei redditi.
Le vetrine sono dipinte di nero, quindi nessuno pu vedere dentro, e
all'interno sembra un locale per concerti punk, ci sono solo alcune
sedie pieghevoli di fronte a un palchetto con delle luci colorate e una
parete nera sullo sfondo.
Tutti quelli che si sono presentati per la messa assomigliavano
a Brin - tatuaggi, capelli sparati, toppe sui giacconi -, ma si erano
portati una Bibbia. Sembrava un episodio di Ai confini della realt.
Hanno voluto tutti stringermi la mano e darmi il loro benvenuto nel
"gregge". C'era una band specializzata in preghiere che a volume
altissimo suonava un'accozzaglia di pezzi punk superveloci, non
capivo una parola, correvano tutti di fronte al palco, pogavano...
Hai pogato anche tu? le chiesi. Ossuta e fragile com'era, immaginai
che al culmine del pogo, nella ressa, potesse andare in frantumi
come vetro.
No, io no, rispose. Sono rimasta seduta, ma Brin ha pogato.
Alla fine, quando erano tutti in delirio,  saltato fuori il reverendo e
nella sala  calato il silenzio. Ha una voce cos calma, cos ipnotica,
come qualcuno che cerca di convincerti a non buttarti dal cornicione.
Ha iniziato dicendo quanto gli facesse piacere vederci l, che benedizione
fosse avere quello spazio in cui riunirci e rendere grazie al
Signore. Ma poi la cosa  diventata un po' -strana. Ha preso una certa
china facendo notare che non tutti i presenti erano stati spinti a ballare
dallo Spirito Santo, e giuro che stava fissando me.
"Spero che in futuro troviate la forza per abbandonarvi, lasciando
che a muovervi sia lo Spirito Santo", ha detto. Ho cercato di riderci
su. Magari era il suo modo di essere amichevole, ho pensato. Mi stava
incoraggiando a essere pi partecipativa.
Poi, per, ha cominciato a parlare di quelli che avevano abbandonato
quella chiesa e andavano a messa altrove, inveendo contro
la loro infedelt. Ha iniziato a fare i nomi di quelle persone, e ad
annullare i sacramenti che avevano ricevuto grazie alla sua chiesa.
Per esempio: "Jane Dunlop, che hai conosciuto tuo marito in questa
chiesa e che qui hai fatto battezzare suo figlio, annullo il tuo matrimonio
e la salvezza del bambino. Siate dannati". Ha fatto lo stesso
con un'altra ventina di persone. E ti dico, Noah, che a tutti l dentro
sembrava andar bene cos. Lo accompagnavano urlando "Amen!" e
"Sia lodato Ges Cristo".
Anche Brin? chiesi.
No, lei no, rispose Eunice. Lei se ne stava l buona, o quasi.
Dopo le ho fatto presente che quel sermone mi era sembrato strano,
ingiusto, e lei mi ha risposto una cosa tipo "ora capisci come mi
sento io rispetto a come si guadagna il pane la tua famiglia". Quindi
abbiamo fatto un patto. Io quest'anno mi prender un po' di pausa
dal Wandering Dark, e lei prover a trovarsi una chiesa diversa. Una
meno... bellicosa. E, al tempo stesso, io e lei potremo vederci senza
trovarci niente di strano.
Aspetta un attimo, le dissi. Cosa intendi con "un po' di pausa"?
Be', non  che per il momento mi ci fossi impegnata poi tanto. A
scuola il semestre  stato tosto, e credo di meritarmi un anno di pausa.
D'accordo, ma che sia stata una fanatica di Ges Cristo a forzarti
a mollare, questo  sbagliato, no, Eunice?
Non aveva ancora incrociato il mio sguardo. Non sto mollando.
Sto solo... prendendomi un po' di tempo. Si rialz. Si  fatto tardi,
comunque. Buona notte, piccolo. Non stare alzato tutta la notte. Mi
baci su una guancia e se ne and.
Restai in piedi ad aspettarlo, ma l'Amico non torn pi.
...
.
...
CAPITOLO 7.
...
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...
Il mattino dopo, a colazione, consegnai a mia madre il nuovo bozzetto;
mi aspettavo che desse il suo assenso senza troppi commenti. Invece
la sua espressione pass da preoccupata a decisamente allarmata.
E questo da dove ti  venuto fuori? mi chiese.
Finsi di osservare il disegno con attenzione. Non lo so. Me lo
sono inventato. Perch?
Sembrava avere qualcosa sulla punta della lingua. Cosa c'?
le domandai.
Niente.
Mamma,  chiaro che qualcosa c'. Per quale motivo era cos
terrorizzata? Fece scorrere le dita sul mio schizzo e mi guard. Non
 che... Prima di disegnarla tu non l'hai mai vista questa cosa?
A quel punto aveva stuzzicato la mia curiosit. Perch? Tu s?
La linea sottile della sua bocca assunse un paio di forme differenti,
poi scosse la testa. No. Certo che no. Sono un po' scossa per questa
storia di Maria Davis.
Non sapevo come replicare. Cosa c'entrava un costume da mostro
con Maria Davis?
Scusa, disse mamma. Questa cosa che hai disegnato mi fa
venire i brividi.
Capii che avrebbe lasciato perdere e mi avrebbe fatto fare a modo
mio, quindi non approfondii oltre. L'intenzione era proprio questa,
dichiarai.
...
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...
CAPITOLO 8.
...
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...
Mi rifiutai di unirmi alle prove fino a che non ebbi il mio costume.
Mi sarei sentito stupido a cercare di acciuffare la gente vestito come
tutti i giorni, e una volta che i miei colleghi avessero assistito a una
scena cos ridicola, come avrebbero poi potuto prendermi sul serio
in costume? A quel punto non importava quanto sarebbe stato convincente
il prodotto finito, alle mie vittime sarebbe sempre tornato
in mente il Noah sudaticcio di sempre. Il mostro che avrebbero visto
la prima volta doveva essere il mostro in tutto e per tutto.
Quindi, mentre i miei colleghi del cast imparavano le battute e
le coreografie, io memorizzavo il labirinto del mostro, una serie di
passaggi segreti distribuiti all'interno del Wandering Dark, che gli
avrebbero permesso di rintracciare i visitatori senza essere visto, per
poi spuntare all'improvviso e terrorizzare e/o trascinare via i nostri
infiltrati nel pubblico, personaggi che si chiamavano sempre Brad o
Katie. Giravo di corsa, facevo risuonare i piedi sul cemento e sulle
scale di legno, sbatacchiavo le sottili pareti di scena. Dovevo imparare
a spostarmi l dentro con un costume pesante e una maschera che
mi oscurava la visuale, e dovevo farlo al buio. Quindi non feci che
correre. Nel giro di una settimana ero in grado di attraversare quel
posto a occhi chiusi.
Nelle pause mi sedevo all'aperto vicino a uno degli ingressi con
la saracinesca, tracannando acqua e assorbendo qualsiasi refolo
d'aria la giornata avesse da offrire. A volta Kyle e Donna (che si era
aggiunta al cast nel ruolo di una Katie) rimanevano con me. In quelle
scenette Kyle faceva la parte dell'amico mattacchione, scherzando
di continuo e parlando bene di me davanti a Donna. Io facevo del mio
meglio per incarnare un tipo normale e partecipe.
Il nuovo costume fu pronto sul finire della seconda settimana, e lo
inserimmo nelle prove quello stesso venerd. Senza mostrarlo a nessuno
prima del tempo e senza lasciar trapelare cosa stessimo facendo,
mia madre annunci agli attori che avrebbero iniziato a provare a luci
spente. Ai Brad e alle Katie, riuniti a interpretare il pubblico, venne
affidata un'unica torcia per orientarsi nel magazzino.
Per la prima prova a luci spente mamma mi diede carta bianca,
sarei entrato in scena quando e dove volevo. Via via che i Brad e le
Katie si spostavano nel Wandering Dark, io silenziosamente stavo
loro dietro. Con le luci accese si sarebbero mossi in modo sicuro,
con annoiata spavalderia. In quel momento, per, con il silenzio e
l'oscurit, nelle loro risate c'era sempre pi ansia.
Accidenti, disse uno dei Brad mentre io sbirciavo nello Studio
del Professore. Lo so che  tutto finto, per accidenti, no?
Donna brandiva la torcia del gruppo agitandola avanti e indietro,
ma continuai a tenermi nascosto. Li seguii nella camera mortuaria,
poi nella sala da ballo, dove la banda attacc a suonare i suoi ottoni
per il grande numero musicale, mentre altre comparse danzavano
qua e l bloccando il passaggio ai Brad e alle Katie, obbligandoli ad
attraversare un mare di ballerini. La sala, con le sue luci soffuse e
l'ampio pavimento, dopo la tensione insostenibile delle precedenti
stanze piccole e buie, nelle nostre intenzioni avrebbe dovuto essere
un sollievo, ma la mia preda sarebbe rimasta tesa ed esposta. Si inoltrarono
nella sala strascicando i piedi, con la torcia spenta, come un
nodo di febbrile energia raggiunsero all'altro capo la doppia porta con
la scritta USCITA. Varcandola, sprofondarono di nuovo nell'oscurit.
Donna, bisbigli una Katie. La torcia.
Donna la accese e si ritrov con il naso a pochi centimetri dal
mio grugno.
Bu! feci.
Il suo urlo mi fece rallegrare di avere una maschera simile, che
come una barriera smorzava i rumori. L'intero gruppo grid terrorizzato.
M'infilai in uno dei miei passaggi segreti e tornai nel labirinto.
Noah, sei un vero stronzo! grid qualcuno.
...
.
...
CAPITOLO 9.
...
.
...
Quell'urlo, quel momento di terrore che avevo creato mi esalt
talmente che, in un impeto di maniacale euforia, decisi che era tempo
di fare la mia mossa con Donna. Quando quella sera l'Amico arriv
dopo il tramonto, gli dissi: Ho bisogno del fiore pi bello che conosci.
Qualcosa che sia difficile da trovare.
La creatura prese la penna e il blocco sulla scrivania. PERCH?
scrisse.
Lascia perdere perch. Puoi rimediarmelo?
Sospir. AMICO AIUTA, scrisse. A PRESTO. Si trascin attraverso
la finestra e vol fuori nella notte.
Aspettai camminando avanti e indietro nella stanza. L'Amico fece
ritorno una mezz'ora dopo, con s aveva un fiore nero dal lungo gambo.
Al suo interno pulsava flebile una luce, come un lumino prossimo a
spegnersi. La fonte di luce era attorniata da spine.
NON TOCCARE IN MEZZO, scrisse la creatura. E NON FISSARLO.
PUOI FINIRE DENTRO. INDIC IL FIORE. PER COSA SERVE?
Mi scoprii a disagio nel rispondergli: Per una ragazza. La mia
faccia scottava, ma andai avanti. Ho bisogno anche di un altro favore.
Devi farmi volare di nuovo.
La creatura mi fiss.
Qualcosa non va? domandai.
NIENTE NON VA, scrisse. AMICO AIUTA.
Un attimo pi tardi, dopo aver ricevuto una nuova scarica di energia
dalla creatura, mi librai nel cielo con il fiore nero stretto al petto.
Il mostro mi segu tenendosi a distanza, voleva essere sicuro che non
mi ammazzassi precipitando in caduta libera. Avevo cercato l'indirizzo
di Donna nella sua domanda di assunzione per il Wandering Dark, ma
la patente l'avevo appena presa, quindi avevo solo una vaga idea della
topografia cittadina ed ero costretto a volare basso per controllare i
nomi delle strade. Alla fine mi ritrovai sopra una casa di un unico
piano, in una via piena di abitazioni pi o meno identiche. Mentre
galleggiavo nell'aria sovrastante, la creatura si ferm accanto a me.
Sto cercando di capire qual  la sua finestra, feci.
L'Amico scivol dietro il lato sinistro della casa e indic una
finestra giusto alle spalle dello steccato.
Sei sicuro?
Annu.
Gli andai dietro e mi posai al suolo. Resta da queste parti ma non
farti vedere, d'accordo?
La creatura ciondolava nell'aria sopra di me, guardandomi in
cagnesco, dopodich fluttu verso il cortile sul retro. Bussai alla finestra,
mi feci un po' indietro e sollevai il fiore. Le tende tremolarono
e si aprirono di una frazione di centimetro. Sentii che avrei potuto
vomitare da un momento all'altro. Come avevo potuto pensare che
fosse una buona idea? Quale ragazza l'avrebbe trovata romantica?
Una cosa simile avrebbe potuto farla solo un pazzo.
Il viso di Donna apparve fra le tende, gli occhi appannati dal sonno,
i capelli raccolti in cima alla testa in una crocchia dorata. Indossava
una maglietta e i pantaloni del pigiama. Con le. labbra mim il mio
nome come se fosse una domanda: Noah?
Scusa, sussurrai. Me ne vado.
Alz un dito come per dire un minuto, poi scomparve. Quando
si rifece viva, stava lavorando di mandibole. Masticava una gomma.
Sblocc la finestra e lentamente la apr. Una volta che fu aperta a
met, Donna si chin e si sporse.
Che ci fai qui? bisbigli.
Sono venuto perch... M'interruppi e mi schiarii la gola. Mi
avrebbe fatto comodo un po' d'acqua. Al lavoro stai facendo grandi
cose, volevo ringraziarti.
Sorrise. Se non altro era felice di vedermi. Nel cuore della notte?
In fondo siamo una casa infestata.
Indic il mio petto. E quello cos'?
Mi ricordai del fiore.  per te, dissi guardando il suo bagliore
tenue anzich lei. Prendilo come una specie di dichiarazione di
stima, o come ti pare.
Hai intenzione di darmelo, prima o poi, o vuoi solo fissarlo?
domand. Distolsi bruscamente lo sguardo dalla luce ipnotica del fiore
e glielo porsi. Donna si chin sui petali, con il viso che le riluceva
arancione. Era carina, carina sul serio. Perch continuavo a scordarmi
di quanto lo fosse? Perch la sua faccia non mi restava impressa?
 bellissimo, mormor. Come si chiama?
Carezza d'ebano, risposi, rallegrandomi per quel nome che mi
ero inventato senza sforzo l per l. Lo ha progettato la NASA in un
laboratorio. Stanno sperimentando delle piante che possano essere
trasportate sulle navi spaziali, o coltivate sugli asteroidi per incrementare
la presenza di ossigeno nell'atmosfera.
Sembrava che tornare a guardare me le pesasse un po'. Mi prendi
in giro.
Non lo farei mai, replicai. A parte gli scherzi, per, non toccare
le spine al centro. Sono velenose.
Stai portando fiori a tutti i Brad e a tutte le Katie?
No, solo a te.
Donna mi afferr per la maglietta e mi tir in avanti. Il mio primo
bacio fu rapido, deciso, e fin prima che potessi reagire in qualche
modo. Quando lei mi lasci andare, barcollando arretrai di un passo.
Ci vediamo al lavoro? mi chiese.
Come no, certo, risposi, passandomi una mano fra i capelli
scompigliati dal vento. A ogni modo adesso devo volare a casa.
Si mise a ridere. Sei cos stravagante. Chiuse la finestra e riaccost
le tende. Vidi indietreggiare il bagliore arancione della carezza
d'ebano. Uno strano ricordo si riaffacci di colpo nella mia mente: le
suore che fluttuavano lungo i corridoi della platea con le candele in
mano, nel 1989, durante la prima di Tutti insieme appassionatamente
nell'adattamento del signor Ransom. A quel pensiero l'euforia di un
minuto prima se ne and, e di nuovo fui invaso da una certa pesantezza.
Arrancai fra l'erba alta del cortile, fino a che non mi trovai quasi
sotto il mio Amico.
Un piccolo aiuto no? feci.
Con un rumoroso sospiro, lui plan e mi afferr per le spalle. Un
fiotto di energia pass dall'uno all'altro, il mio stomaco si contrasse
e il cuore inizi a galoppare.
Quando mi lasci, piegai le gambe e mi proiettai in aria. Volando
verso casa la creatura si tenne a distanza, voltandosi dall'altra parte
ogni volta che la guardavo. Giunti a destinazione, entrai volando dalla
finestra aperta di camera mia, ma l'Amico rest fuori.
Ti ha fatto arrabbiare qualcosa? gli chiesi.
Tentenn, poi scosse la testa.
Non sei arrabbiato.
Scosse la testa di nuovo.
Quindi vieni dentro?
Ancora una volta fece no con la testa, e voltandomi le spalle vol
via nella notte.
Chiusi la finestra e percorrendo il corridoio raggiunsi la camera
di Eunice. Volevo parlarle di Donna, condividere il trionfo di quella
sera, ma quando bussai alla sua porta ad aprire fu Brin, paonazza,
con i capelli tutti scombinati.
Posso esserti d'aiuto? disse.
Credi di essere divertente? Mi piegai di lato per sbirciare dentro,
e lei si spost per impedirmelo.
Dammi un secondo, Noah, si fece sentire Eunice senza mostrarsi.
Sembrava a corto di fiato, allora capii cosa stessero probabilmente
facendo prima che bussassi. Che lo avessi capito doveva essere evidente,
perch Brin mi guard sollevando le sopracciglia.
Lascia stare. Tornai in camera mia, mi spogliai e andai a letto.
Rivissi il bacio di Donna, cercando di cavare maggiori dettagli da quel
ricordo, rest per un'annichilente macchia indistinta. C'era stato il
piacere frammisto alla sorpresa, ma pi che di un piacere fisico o
della passione verso la persona che mi aveva dato il bacio si trattava
del piacere mentale legato al fatto di aver baciato una ragazza.
In fondo al corridoio risuon una risata soffocata, Eunice e Brin
stavano giocando dietro la porta chiusa. A quanto pareva il loro patto
- niente chiesa, niente casa infestata - stava funzionando bene. Mi
schiacciai il cuscino sulla testa per bloccare il rumore, e alla fine
riuscii a addormentarmi.
Quando il mattino dopo mi svegliai e scesi a fare colazione, trovai
mamma ed Eunice in soggiorno sul divano, davanti alla TV, ceree e con
gli occhi quasi sgranati. Stavano guardando un notiziario.
Cosa c'? domandai.
Eunice stacc lentamente lo sguardo dalla TV. E successo di
nuovo.
...
.
...
CAPITOLO 10.
...
.
...
Il secondo rapimento nell'autunno del 1999 fu quello del dodicenne
Brandon Hawthorne. La sera prima il ragazzino era a casa ed era
andato a letto come sempre, i genitori invece avevano guardato un
programma televisivo di seconda serata e si erano addormentati. Verso
le tre del mattino il padre si era alzato, era andato in bagno e aveva
poi deciso di dare un'occhiata al figlio. Aveva trovato la finestra della
camera aperta e il letto vuoto. Gli Hawthorne avevano chiamato la
polizia, ma fino a quel momento le ricerche non avevano condotto a
nulla. Brandon sembrava davvero sparito.
Sarebbe stato impossibile non rilevare delle affinit fra la recente
sparizione e quella di Sydney dieci anni prima. Il nome e la foto di
mia sorella rispuntarono fuori nei notiziari, e i giornalisti contattarono
mia madre a casa e al lavoro chiedendole una dichiarazione o
un'intervista. Lei al riguardo non mi disse nulla, ma avevo sentito i
messaggi sulla segreteria telefonica ed ero d'accordo con i giornalisti.
Stava succedendo qualcosa di strano.
Trascorsero dieci giorni senza che il mostro mi facesse visita.
Era passato un mese da quando Maria Davis era stata rapita. Nessun
testimone si era fatto avanti, e se c'erano nuove piste la polizia non
l'aveva comunicato alla stampa. Nei sogni che facevo, volavo sopra
Vandergriff con i capelli ridotti a un groviglio inestricabile per via
del vento. C'era una luce d'oro, un desiderio che emergeva e veniva
pienamente soddisfatto. In alcuni Sydney urlava, urlava, urlava. Sognai
anche finestre aperte, ma Donna non la sognai mai.
Al lavoro, gli attori iniziarono a fare le prove in costume. I Brad
e le Katie interpretavano a turno la mia vittima. A spostarmi dentro
il mio costume ero diventato bravo, mi ero adattato ai loro schemi
abituali di difesa e di resa. Nessun altro si muoveva come Donna.
Non appena iniziavo a trascinarla dove nessuno poteva vederci, si
contorceva e si dimenava. Nel buio del labirinto mi restava incollata
addosso anche dopo che l'avevo lasciata andare.
Ogni tanto provava a parlarmi: E cos questa  la tana del mostro.
Devo ammettere che sono un po' delusa. Pensavo fosse qualcosa a
met fra Buffy l'ammazzavampiri e Alien. O un'altra volta: Hai
presente il fiore che mi hai dato? Per due giorni mi sono dimenticata
di metterlo nell'acqua e non  morto.
Quanto a chiacchierare, non avevo mai raccolto i suoi inviti. Se
Donna considerava strano il mio comportamento, comunque non
commentava la cosa in alcun modo. A scuola pranzavamo insieme e
fra una lezione e l'altra ci tenevamo per mano in corridoio. Donna si
univa a me e a Kyle per andare alle prove pomeridiane. Dall'esterno
sembravamo probabilmente una normale coppietta di studenti, ma
qualsiasi cosa lei dicesse mi sembrava provenire da molto lontano,
dal fondo di una sala remota.
Avrei voluto discuterne con Eunice, ma ogni volta che mi fermavo
davanti alla sua stanza sentivo che era dentro con Brin, e non mi
pareva davvero il caso di interromperle di nuovo. Aspettai allora che
187
fosse Eunice a venire da me, il che accadde una sera, l'ultimo venerd
prima dell'apertura del Wandering Dark.
Sarei dovuto andare a casa di Donna per guardare qualche film,
ma l'avevo chiamata e per tirarmene fuori avevo finto di non sentirmi
bene. Io ed Eunice raggiungemmo il liceo con la sua station-wagon
e l mi fece fare un po' di pratica al volante. Dopodich andammo in
una tavola calda aperta tutta la notte per una bibita (io) e un caff (lei).
Quindi, mi disse, versando la panna nella tazza e mescolando
il liquido scuro fino a farlo diventare marroncino, ho sentito che hai
cominciato una storia d'amore con una Katie che si chiama Donna.
Feci un sorrisetto mordendo la cannuccia. Mi ero scordato di
quanto potesse essere simpatica, quando era in vena.
Non saprei, risposi. Immagino che sia cos.
Non c' niente di male, non devi vergognartene. Sono contenta
che alla buon'ora tu ti sia aperto al mondo, che frequenti qualcuno.
Iniziavo a preoccuparmi che le mie tendenze antisociali ti avessero
contagiato.
Non  che mi vergogni, le spiegai. Certo, voglio dire, Donna
 carina, ma... Ho qualche problema a concentrarmi su qualcos'altro
che non sia Maria Davis o Brandon Hawthorne.
Mia sorella smise di giocherellare con il suo caff per osservarmi.
Nel corso della serata era la prima volta che sembrava prendermi sul
serio.
 per via di Sydney?
Feci spallucce. Immagino di s. Credi che sia stata la stessa persona
a rapire quei bambini?
Eunice bevve un sorso di caff. Non te lo so dire. Non ci ho
pensato granch.
Davvero?
Lo so che  un modo di fare egoistico, disse. Spero che trovino
i bambini e che stiano bene. Spero che riusciremo a metterci il cuore
in pace con Sydney, maledizione. Ma non sar io a risolvere certi
problemi. In questo momento devo badare ai fatti miei.
Cosa intendi con... Esitai, preoccupato di cosa potesse significare
prenderne apertamente atto. Ti riferisci a Brin?
Arross leggermente e tenne gli occhi fissi sul caff, ma annu.
A proposito, lei stasera dov'? chiesi.
In ritiro spirituale.
Mi pareva di aver capito che si stesse prendendo una pausa da
quel posto.
Da parte sua  una specie di addio. Per anni  andata in chiesa
con alcune di quelle persone, e l'hanno praticamente supplicata di
esserci ancora questo fine settimana.  un'occasione per congedarsi.
E poi, non notando la mia espressione scettica o ignorandola
deliberatamente, mia sorella si spinse oltre. Sai, non mi ero resa
conto di quanto fossi sola, finch non lo sono pi stata.  buffo. Lei
mi capisce. E credo di capirla anch'io.
Tenni per me la mia antipatia nei confronti di Brin. Mi fa piacere
che tu abbia un'amica.
Eunice irradiava felicit e insieme imbarazzo, le mani strette intorno
al caff. Spinsi delicatamente il mio bicchiere lungo il tavolo
fino a farlo tintinnare contro la sua tazza. Cin cin.
...
.
...
CAPITOLO 11.
...
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...
Il Wandering Dark apr e, a dispetto del coprifuoco e dell'incubo a
occhi aperti che si era impadronito della nostra cittadina, attir una vera
e propria folla. Seguivo sconosciuti, assestavo colpi contro le pareti,
facevo sbattere le porte, e raccoglievo come spighe mature le loro urla
a pieni polmoni. C'erano volte in cui i Brad e le Katie non li sfioravo
nemmeno, altre invece li catturavo terrorizzando il pubblico. Questo
teneva i nostri infiltrati nei gruppi sul chi vive e amplificava la paura
degli ospiti, rendendo perfino pi gradito il momento catartico in cui
uscivano nel parcheggio, sotto l'occhio vigile dei nostri sorveglianti.
Ero un buon mostro. Adoravo quel lavoro. Quando indossavo il costume,
separato dal mondo da una barriera di pelo, stoffa e plastica,
nient'altro aveva pi importanza.
Era solo a fine serata, quando togliendomi la seconda pelle tornavo
a essere Noah Turner, che mi sentivo confuso e in preda all'ansia.
Donna e io continuavamo a tenerci per mano e saltuariamente a far
pratica di baci al lavoro, ma entrambe le cose mi lasciavano indifferente.
Pensavo spesso al messaggio in cui Eunice, annunciando il suo
suicidio, aveva parlato di coloro che si scavano a vicenda cercando
ci che desiderano e di cui hanno bisogno. Mi sentivo come un guscio
vuoto manovrato a distanza. Il pi delle volte avvertivo una paura
indefinita, nebulosa. Come se stesse per accadere qualcosa di brutto
senza che avessi il potere di impedirlo.
Non c'era di mezzo una sola ragione in particolare, venne fuori,
ma una serie.
Il luned che fece seguito all'apertura tornai a casa da scuola e
trovai chiusa la camera di Eunice.
Mi fermai davanti alla porta, aspettandomi di sentire delle risate
soffocate o il fruscio delle lenzuola. Invece solo silenzio. Tornai al
piano di sotto per prepararmi qualcosa da mangiare. Mentre attraversavo
la sala da pranzo con in mano un panino al burro d'arachidi
e marmellata, notai che sul tavolo c'era una busta bianca. Un nuovo
biglietto di Eunice? Mi sedetti a leggerlo mentre mangiavo.
Nella busta c'erano diversi fogli, ma il primo era occupato da una
scrittura che non riconobbi.
Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; infatti, le
loro femmine hanno cambiato i rapporti naturali in quelli contro natura.
Similmente anche i maschi, lasciando il rapporto sessuale con
la femmina, si sono accesi di desiderio gli uni per gli altri, commettendo
atti ignominiosi maschi con maschi, ricevendo cos in se stessi
la retribuzione dovuta al loro traviamento. E poich non ritennero
di dover conoscere Dio adeguatamente, Dio li ha abbandonati alla
loro intelligenza depravata ed essi hanno commesso azioni indegne.
Romani 1, 26-28.
Sono pentita per i miei peccati. Se ti sta a cuore il mondo che verr
dopo questo, ti pentirai anche tu. Ti prego di non chiamarmi pi.
Tua sorella in Cristo,
Brin
Nel foglio successivo c'era il messaggio di Eunice:
Caro Noah,
l'amore  ridicolo, non trovi? Uno squilibrio
chimico, una malattia. La prendiamo, per un breve
periodo diamo di matto, e cosa facciamo quando passa?
Se siamo fortunati, finiamo per sobbarcarci
un matrimonio imperfetto, un mutuo e degli insopportabili,
esigenti, rancorosi bambini. Le nostre
ambizioni, i nostri sogni e una potenziale grandezza
se ne sono andati in cambio di un po' di calore
umano e di qualche orgasmo (transitorie contrazioni
corporee che  possibile garantirsi in autonomia).
Eppure, il novantanove per cento di tutta la musica,
della letteratura, dei film e dell'arte  dedicato
all'amore. Il mondo va avanti come se non ci fosse
niente di meglio, come se non ci fosse nulla di pi
naturale. Intoniamo innumerevoli canzoni sullo star
male, e sulle cicatrici che restano quando il male
si dissolve.
Lo sai per cosa  peggio di beccarsi il mal d'amore?
Che l'oggetto della tua malattia non ricambi i
tuoi sentimenti. Sentirgli dire No, grazie quando
tu ti dichiari. Peggio di tutto  sapere nel profondo
che lei, in realt, non la pensa a quel modo, ma che
una qualche paura la spaventa talmente da farglielo
ammettere. Perch mai le paure che si annidano nel
mondo hanno tutto questo potere? Non lo so.
Alla fine del messaggio non c'era nessuna sentenza scherzosa,
o una rassicurante frase di commiato. Finiva e basta. Mi diressi in
camera di Eunice e bussai alla porta.
Venne ad aprirmi spettinata, con la faccia gonfia.
Cosa vuoi, Noah?
Lanciai un'occhiata oltre le sue spalle, verso la stanza buia, e mi
fece l'effetto di uno spazio pi profondo e pi ampio, un'immensa
sala da ballo incantata con le finestre che salivano fino al soffitto,
invasa dal chiaro di luna. Guardai il viso stanco, teso di mia sorella,
e poi di nuovo la stanza. Stavolta era la solita stanza di Eunice,
ordinata, zeppa di libri, con un piccolo televisore sulla cassettiera che
sprigionava una pallida luce azzurra.
Le mostrai il suo messaggio. Volevo assicurarmi che stessi bene.
Sto bene.
A giudicare dal tuo aspetto potrebbe anche non essere cos.
Sto bene, ripet enfatizzando le due parole. Pensavo che ti
avrebbe fatto piacere leggere quello che mi passa per la testa, ma se non
sei abbastanza maturo... Allung un braccio per prendere il foglio.
No, no, le dissi allontanandomi. Credo di aver esagerato. Mi
spiace averti dato noia. E mi spiace per... be', lo sai.
Eunice fece una smorfia. Ne parliamo dopo.
...
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CAPITOLO 12.
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La sera successiva, dopo che gli ultimi clienti del Wandering Dark se
ne furono andati, declinai un invito a cena di Kyle e Donna e restai
l ad aiutare mia madre a chiudere bottega. La trovai seduta alla sua
scrivania che contava i soldi dell'incasso.
Sono preoccupato per Eunice, le dissi.
E perch? chiese senza sollevare lo sguardo.
Le spiegai le mie ragioni (omettendo la sessualit di Eunice), e
quando ebbi finito, mamma si appoggi allo schienale della sedia e
con le mani chiuse a pugno si stropicci gli occhi. Feci caso per la
prima volta alle striature grigie nei suoi capelli, alle rughe intorno
alla bocca ormai permanenti. Aveva da poco compiuto cinquantuno
anni, per del fatto che stesse invecchiando me ne resi conto solo in
quel momento.
Eunice  sempre stata cos, mi spieg. Una lite con la sua amica
potrebbe aver esasperato le cose, ma considerato che sta continuando
a prendere le medicine, tutto quello che si pu fare  aspettare che le
passi. Quando sar il momento, star meglio.
Stavolta  diverso.
Si accigli. Diverso in che senso?
Era davvero cos cieca? Non aveva notato che Eunice era cambiata
da quando Brin era entrata nella nostra vita? Non aveva mai
sospettato niente?
Vorresti farmi credere che non lo sai?
Mi guard gelida, come se mi stesse sfidando ad aggiungere
qualcosa, a rompere il confine che si frapponeva fra noi, a varcare
quella terra di nessuno che era la scomparsa di Sydney e a iniziare
ad ammettere certe cose. Visto che non lo feci, si rimise a contare i
soldi. Capisco che ti preoccupi di tua sorella, ma si sistemer tutto,
dammi retta.
Quando rientrammo a casa, per, su un ripiano del bagno al piano
di sopra trovai un biglietto scribacchiato da Eunice:
Man mano che si ritirava dal mondo i sogni diventavano pi vividi:
sarebbe stato inutile tentare di metterli sulla carta.
H. P. Lovecraft, Celephal's
Non capii se l'avesse lasciato l perch lo vedessi oppure no.
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CAPITOLO 13.
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La settimana trascorse senza grossi problemi. L'Amico non era
ancora ricomparso, passavo quindi il tempo libero a guardare la TV
con il volume basso, in modo da tenere sotto controllo i movimenti
di Eunice. Non che si muovesse molto, soprattutto dalla camera al
bagno o dalla camera alla cucina. Aveva i capelli unti, arruffati, gli
occhi gonfi per il troppo dormire, o al contrario per non aver dormito
abbastanza. Feci come aveva detto mamma. La lasciai in pace.
Il luned dopo Kyle non stava bene e rest a casa da scuola, dunque
io e Donna ci ritrovammo a mangiare insieme in mensa senza il nostro
intermediario abituale, silenziosi entrambi mentre ci davamo dentro
con la pizza fredda e gommosa che propinavano l dentro.
Ero preoccupato per Eunice e per l'Amico e questo mi annebbiava,
sentivo per che Donna stava rimuginando qualcosa.
Hai presente l'altra sera, disse, quando Kyle mi ha riaccompagnato
a casa dopo la chiusura e tu sei rimasto ad aiutare tua madre?
 successa una cosa, e ho paura di come potresti prenderla.
E sarebbe?
Pi o meno ci siamo baciati.
Pi o meno? domandai, come se fossero quelle le uniche parole
di cui valesse la pena discutere.
Non l'avevamo minimamente previsto. Finalmente mi guard
negli occhi. L'ho invitato a entrare in casa per fargli vedere il fiore,
la carezza d'ebano, che fra l'altro non  ancora appassito. E poi...
Lasci in sospeso la frase e scroll le spalle. Sono andata fuori di
testa, non c'ero pi, e quando sono tornata in me ci stavamo baciando.
Lo so che sembra una stronzata, ma  come se per un minuto mi
fossi scordata tutto, perfino di avere gi un ragazzo. A dire il vero
ultimamente mi scordo di un sacco di cose.
Non sapevo cosa dire, o perfino come sentirmi. Un modo per
cavarmela in una situazione simile lo cercai fra tutto quello che mi
era stato trasmesso dagli spettacoli televisivi o dai film che avevo
visto nella vita, fra tutte quelle scene di tradimento o di rottura.
M'interruppi per rendendomi conto che sarebbe stata una mossa
superflua. Ammettendo quella cosa, Donna mi aveva sollevato dalle
mie responsabilit. Anche se fra noi due fosse finita, non sarebbe pi
stata colpa mia.
Non ti preoccupare, le dissi. Non c' problema. Giocherellai
con la mia pizza. Non avevo fame per niente.
Dici davvero?
Ma certo. Nessun problema. Va bene cos. Abbandonai il mio
pranzo sul tavolo, e quando uscii dalla mensa stavo gi pensando ad
altro.
...
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...
CAPITOLO 14.
...
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...
Quella sera, in piedi sul bordo del tetto, nel buio notturno mormorai:
Se sei l fuori da qualche parte, avrei bisogno di te.
Il mio appello and a buon fine. Questione di pochi momenti e il
mostro plan nell'aria fino a che non me lo ritrovai a fluttuare davanti.
Grazie per essere venuto. Entra.
Tornai in camera mia, e l'Amico mi segu.
Non si accomod come al solito nel letto, rest vicino alla finestra,
come se fosse pronto ad andarsene.
Nelle ultime settimane mi sei mancato, gli confessai. Qualcosa
nella sua postura si rilass. Dove sei stato?
Recuper carta e penna dalla scrivania e scrisse VOLEVI QUALCOSA?
Capii che non voleva mettermi a parte di ci che aveva fatto, e
decisi di non insistere. Non so se sei al corrente degli ultimi fatti,
gli dissi, ma nelle ultime settimane sono scomparsi due bambini. In
giro hanno tutti pi o meno perso la testa, compresa la mia famiglia.
Oggi per mi  venuto in mente che il mio migliore amico sa volare,
e che sa fare anche altre magie. Perci stavo pensando che, insomma,
magari potresti aiutarmi a ritrovare quei bambini. A riportarli a casa.
La creatura si pieg di nuovo sul foglio e con qualche rapido e
risoluto tratto butt gi una sola parola: NO.
No? La creatura non mi aveva mai negato nulla. Quei bambini
hanno bisogno del tuo aiuto. Pazienza se ce l'hai con me, ma di loro
non t'importa?
Sottoline il suo NO tre volte. Poi scrisse: CHIEDI AIUTO A DONNA.
Donna? Tra me e Donna  finita.  a te che lo sto chiedendo.
Per un attimo l'Amico mi fiss, e per la prima volta l'intensit del
suo sguardo e quelle spalle che facevano su e gi mentre respirava
mi misero a disagio. A un certo punto sospir e scrisse: COSA VUOI
CHE FACCIO?
Glielo dissi, dopodich raggiungemmo in volo il supermercato in
cui era stata trovata la bicicletta di Maria Davis. Dopo aver volteggiato
sopra la zona controllando che non ci fossero macchine della
polizia a tenere d'occhio la situazione, atterrammo nel parcheggio.
Era disseminato di lampioni, che per erano fuori uso o erano stati
spenti dal proprietario del terreno, di chiunque si trattasse. L'unica
luce proveniva dalla strada, a circa venti metri dall'ingresso del supermercato.
Mentre mi lanciava un'occhiata interrogativa, nell'oscurit
che ci circondava gli occhi della creatura lampeggiarono.
Controlliamo qui intorno, proposi. Se trovi qualcosa fatti
sentire.
Accesi la torcia che avevo con me e la puntai in una certa direzione,
mentre la creatura proseguiva dalla parte opposta. Rischiarato
dal mio fascio di luce, il parcheggio si rivel insolitamente sgombro,
d'altro canto era gi stato setacciato da un esercito di federali intenti a
investigare la scena del crimine. Quando raggiunsi i confini di quello
spiazzo d'asfalto, spensi la torcia, mi guardai intorno e adocchiai
l'Amico, piegato in avanti, che fiutava con il naso rasoterra.
Cercai di immaginare come dovesse essere andata il giorno in
cui avevano rapito Maria. Era parzialmente nuvoloso, con il sole che
spuntava di tanto in tanto solo per ritirarsi di l a poco dietro cumuli di
nuvole. Il brivido legato al piacere quasi proibito di girare in bicicletta
in un parcheggio vuoto, un'ampia distesa di cemento tutta per lei.
Magari una lieve brezza le faceva volare i capelli all'indietro quando
pedalava veloce. La sua curiosit quando una vettura si era infilata
nel parcheggio e si era diretta verso di lei. Maria conosceva la persona
al volante? O si trattava piuttosto di uno sconosciuto? Il rapitore
l'aveva convinta a salire in macchina a parole o ce l'aveva ficcata con
la forza? E quando era ripartito, lungo la strada era passato davanti
alla casa di Maria? Lei l'aveva vista di sfuggita per un'ultima volta?
All'altro capo del parcheggio, la creatura era una sagoma indistinta
e massiccia, sentivo il rumore del suo naso che fiutava lo spiazzo avanti
e indietro. Ma tutt'a un tratto quel rumore si interruppe. L'Amico si
era fermato e mi guardava.
Cosa c'? chiesi. Hai trovato qualcosa?
Diede un altro paio di fiutate a terra. Poi sollev lo sguardo verso
di me e scosse la testa: No.
Non senti niente di strano? Nessuna brutta vibrazione nell'aria?
Chin il capo, poi di nuovo lo scosse - No - e mi resi conto di
quello che avrei gi dovuto capire, o almeno sospettare, settimane
prima. La creatura mi stava mentendo.
Tu e mia madre vi conoscete?
Non rispose, ma nella curvatura meno marcata delle spalle e nel
lieve indietreggiare del suo cranio mi sembr di cogliere una specie
di stupore.
Il disegno che avevo fatto per il costume con cui lavoro, dissi.
Quando gliel'ho fatto vedere, mia madre ha avuto una reazione
strana. Ti aveva gi visto, vero?
La creatura scosse la testa.
Subito dopo che le ho fatto vedere quel disegno, ha iniziato a
parlare di Maria Davis. Perch mai una tua immagine avrebbe dovuto
di colpo farla pensare ai bambini scomparsi? A meno che, in un modo
o nell'altro, non colleghi la tua immagine alla scomparsa di Sydney.
Un ringhio gli usc dalla gola, e la creatura si allontan. La cosa
pi furba da fare sarebbe stata lasciar perdere, ma a quel punto ero
arrabbiato, per la prima volta nelle ultime settimane sentivo davvero
qualcosa, ed ero pronto ad andare fino in fondo. Seguii il mostro e
gli diedi uno spintone. Lo presi alla sprovvista, tanto da farlo cadere
in ginocchio.
Tu sai volare! lo incalzai. Sai fare le magie! Sapevi dove trovare
quel pupazzetto di Batman, e qual era la finestra di Donna fra tutte
quelle di casa sua. Ogni volta che  sparito un bambino, sei sparito
anche tu. Tu sai qualcosa. E sono convinto che sai cos' capitato a
Sydney, a Maria e a Brandon. Quindi smettila di mentire e dimmelo!
Mi allungai verso la sua spalla, ma mi scacci con una zampata.
Stavolta fui io a cadere e atterrai sulle chiappe.
La creatura mi mostr le zanne e rugg, gli occhi di un arancione
brillante. Dai denti serrati colava saliva. Chiusi gli occhi e mi riparai
dietro gli avambracci, rendendomi conto che per evitare di essere massacrato
era poca cosa, e mi domandai perch avessi portato la creatura
da quelle parti, cos lontano da casa, dove se non altro avrei potuto
chiedere aiuto. Restai l ad aspettare di morire. E aspettai per un po'.
Quando riaprii gli occhi, la creatura se n'era andata, lasciandomi
da solo in un parcheggio in mezzo al nulla.
...
.
...
CAPITOLO 15.
...
.
...
Raggiunsi a piedi il distributore pi vicino e chiamai casa da un
telefono pubblico. Quando arriv nel parcheggio mezz'ora dopo, mia
madre aveva un'espressione furente, con la mascella contratta e le
narici fiammeggianti. Aveva ancora addosso il pigiama.
Mi sbrigai ad andarle incontro dal supermercato e montai in macchina
accanto a lei. Anche se fissava di fronte a s, il suo sguardo mi
bruciava dentro.
Non so nemmeno da dove cominciare, fece.
Mi dispiace.
Cosa diavolo ci facevi l? Da solo, poi!
Sono sgattaiolato fuori di casa per fare un giro con alcuni amici,
e loro mi hanno mollato l.
Quali amici?  stato Kyle a fare una cosa del genere? Era strano
come il suo interesse di genitore sembrasse risvegliarsi solo quando
era arrabbiata con me. Mi piacerebbe dire che questo rendesse la sua
furia pi gradevole, ma sarebbe una bugia. La verit  che mi faceva
stare di merda.
No, mamma, non  stato Kyle, spiegai. Kyle stasera  con
Donna. Non ne ero proprio certo, ma era pi che probabile. Siccome
era malato, magari Donna gli aveva portato un brodino di pollo
insieme al resoconto della mia benedizione/indifferenza.
Kyle con Donna? domand mia madre moderando il tono di
voce. Incrociai le braccia e abbassai lo sguardo. Aspettai che ci arrivasse
da sola.
Scusa, mi disse. Poi, quasi fra s: Hanno ferito i tuoi sentimenti,
per questo sei uscito e hai fatto una sciocchezza.
Volevo vedere dov'era scomparsa Maria Davis. Un pizzico di
verit non fa mai male. Ho pensato che forse sarei riuscito a scoprire
qualcosa che alla polizia  sfuggito e... Lasciai perdere e feci
spallucce.
 stato davvero stupido. Il tono era di nuovo tagliente. Cristo,
ma ti rendi conto di quanto sei fortunato a trovarti in questa macchina,
invece che in un telegiornale come tua sorella e gli altri due?
Me ne rendo conto. Pensavo di saperlo anche meglio di lei.
Mi arrischiai a incrociare il suo sguardo, e vidi vera preoccupazione
mescolata a furia.
Dovrei licenziarti, disse, obbligarti a stare a casa e tenerti
lontano dal Wandering Dark per il resto dell'anno. Potrebbe essere
l'unica cosa in grado di farti capire quanto sia grave quello che hai
fatto stanotte. E se Sydney non fosse sparita subito dopo aver mollato
il Wandering Dark nel 1989,  esattamente quello che farei. Ma meglio
che tu stia dove posso tenerti d'occhio. Ecco quindi come andranno le
cose: per qualche tempo sarai in punizione. Andrai a scuola, al lavoro
e poi tornerai a casa. E fino a nuovo ordine, questa sar la tua vita.
Dopo la serata che avevo avuto, mi sentii improvvisamente pi
leggero. Annuii cercando di apparire mortificato.
...
.
...
CAPITOLO 16.
...
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...
In punizione, senza una ragazza, in rotta con il mio migliore amico e
con una paura mortale del mostro, passai a casa molto pi tempo del
solito. Eppure continuavo a vedere poco Eunice. Se ne stava nascosta
nella sua stanza, oppure monopolizzava il computer di famiglia. Batteva
velocissima i tasti per ore, e raramente sembrava interrompersi
per riflettere. Mamma diceva che dovevamo lasciarla in pace, che
mia sorella si sarebbe lasciata alle spalle il territorio della depressione
con i suoi tempi, ma vivere con una persona depressa  dura. La
depressione occupa uno spazio fisico, si gonfia e filtra sotto le porte
chiuse, aleggia fra le stanze come un gas velenoso, avvolgendo la
casa in una nebbia.
Mosso dall'istinto di sopravvivenza, decisi di provare a tirare
Eunice su di morale. Era il mio terzo giorno in punizione, e bussai
alla porta della sua camera dopo essere rientrato da scuola. Non ci fu.
nessuna risposta, ma entrai comunque. La trovai a letto, aggrovigliata
in un ammasso di lenzuola. Aveva appeso una coperta alla finestra,
bloccando quasi completamente la luce del sole, e la stanza puzzava
di pelle umana che non vedeva il sapone da un po'. Il pavimento era
disseminato di biancheria sporca, sulla scrivania erano impilati piatti
incrostati di cibo.
La scrollai per una spalla, e lei si svegli di soprassalto.
Va tutto bene, mormorai. Sono io.
L'aria che aveva inalato nel panico le usc come un lungo sospiro
annoiato.
Apr e richiuse la bocca con una specie di schiocco. Qualunque
sapore avesse percepito, le sue labbra si incurvarono disgustate.
Che ore sono? domand.
Pi o meno le quattro.
Eunice emise un gemito, si stiracchi e con un calcio sped un libro
fuori dal letto. Atterr sul pavimento, aperto e a faccia in gi, e le
pagine si spiegazzarono. The Dream Cycle of H. P. Lovecraft: Dreams
of Terror and Death. Eunice sollev la testa ma sembr trovare la cosa
troppo difficile, perch ripiomb sul cuscino.
Stasera non lavoro, le dissi. Sono in punizione. Per non penso
che mamma avr qualcosa in contrario se tu vai a noleggiare un film
e lo guardiamo insieme.
Non ne ho voglia, replic.
E di una cena, cosa te ne pare? le chiesi. Ho qualche soldo,
potremmo ordinare una pizza.
Proponilo a Donna.
Abbiamo rotto.
Eunice fissava il soffitto. Noah, ascolta e fai tesoro di quello che
ti dico. Voglio starmene da sola. Non puoi aspettarti che diventi di
colpo la tua migliore amica solo perch sei stato scaricato.
Ma non  cos.
Lo capisco. Mamma quando eri piccolo ti trascurava, quindi
nutrirti, amarti e farti i complimenti per le medagliette e i progettini
artistici era compito mio. Per adesso non sei pi un bambino, quindi
che ne dici di lasciarmi un po' di cazzo di tempo per me stessa?
In ballo non ci sono solo io, ribattei, cercando di non alzare la
voce. Ho pensato che un po' di tempo fuori dalla tua stanza, fuori
dalla tua testa, ti avrebbe fatto bene.
Non ho intenzione di uscire da questa stanza. Ho un cervello
grande come Saturno, ma per colpa di uno squilibrio chimico sono
iscritta a un'universit da due soldi. Sono bloccata in un autentico e
stazionario inferno, intanto marcisco dentro e devo spiegare le mie
scelte a un narcisista con la media della sufficienza e un rapporto
problematico con la madre. Prima di vomitare altre assurdit sul mio
benessere, quindi, dammi retta: se tu ti levassi dalle palle e mi lasciassi
sola, cazzo, starei da dio.
Eunice.
Vai. A fare. In culo.
Feci per uscire dalla stanza, ma mi resi conto di essere troppo
arrabbiato. Mi voltai e le dissi: No, vaffanculo tu. Stavo solo cercando
di aiutarti a dimenticare quella vacca fanatica di Ges Cristo.
Tu... Cercai di trovare qualcosa che potesse ferirla come lei aveva
ferito me, e colsi il frutto pi abbietto, quello che pendeva dal ramo
pi basso. Spero che Brin abbia ragione e tu marcisca all'inferno.
Sbattei la porta, tremavo da capo a piedi. Avrei potuto uccidere
qualcuno. Avrei voluto farlo. Invece mi precipitai al piano di sotto e
afferrai le chiavi della sua macchina dal gancio accanto all'ingresso.
Rubai l'auto facendo meno rumore possibile. Non partii sgommando
e non accesi la radio a tutto volume. L'atto di guidare, che
per me era nuovo e non ancora naturale, mi calm i nervi. Vagai
per la cittadina senza una meta. Passate le ore di punta, via via che
il sole tramontava, il traffico si faceva pi rado. Tornai al supermercato
abbandonato, dove avevo avuto l'ultima violenta discussione
con l'Amico.
Parcheggiai nello spiazzo e fissai oltre il parabrezza, cercando nuovamente
di capire che cosa fosse successo. Il mostro aveva strappato
la bambina dalla bicicletta e l'aveva nascosta altrove... Ma dove? E
poteva averlo fatto alla luce del sole? Brandon Hawthorne era stato
rapito di notte, Maria no. L'Amico era in grado di mostrarsi ovunque
anche di giorno? Immaginavo che simili dubbi fossero una prova di
quanto poco sapessi della creatura.
Il sole tramont e, nonostante l'angoscia che mi portavo dentro,
cominciavo ad aver fame, il che mi rendeva nervoso. Accesi il motore
e puntai verso casa tenendomi appena sotto il limite di velocit, e
pensai a cosa avrei potuto dire a mia sorella, a come rimediare alle
parole spregevoli che le avevo urlato. Ero talmente assorto nei miei
pensieri che, a meno di tre chilometri da casa, mentre svoltavo a
sinistra forte del mio diritto di precedenza, non vidi nessuno arrivare
finch le luci dei fanali di un altro veicolo non penetrarono dal finestrino
opposto al mio, e il mondo vortic in una chiazza indistinta
d'asfalto e lampioni.
...
.
...
CAPITOLO 17.
...
.
...
Mi fermai fra scricchiolii metallici e rimasi seduto con le mani sul
volante, respirando a fatica. Non avevo niente di rotto, ma il mio corpo
brillava e luccicava come acqua sotto il sole. Vetro. Ero ricoperto
di schegge. Attraverso il parabrezza in frantumi vidi l'altro mezzo,
un furgoncino Volkswagen, immobile anch'esso e contromano nella
corsia opposta. Uno dei suoi fanali era completamente andato e il
portellone laterale si era aperto.
Mi ci vollero tre tentativi prima di riuscire a slacciare la cintura.
Quando aprii la portiera, cascai sull'asfalto, ma me ne accorsi a malapena.
Mi rimisi in piedi e con le gambe molli mi diressi barcollando
verso il furgone. L'uomo alla guida era accasciato sul volante. Mi
girava tutto. La testa mi pulsava.
Tutto bene? gli chiesi.
L'uomo gemette di dolore e si mosse un poco. Dal portellone
aperto si vedeva che la luce della cabina era accesa, un rilassante
bagliore giallo. Mi bloccai in mezzo alla strada, lieto per quel po' di
calore corroborante che emanava, ma fui subito investito da un fetore
dolciastro che mi costrinse a tapparmi con le mani naso e bocca.
Trattenni il fiato e sbirciai all'interno del furgone: lattine di birra
vuote, cartacce di fast food, un estintore ribaltato e, al centro, una
massa nera e lucida. Era un sacco dell'immondizia, anzi, di sacchi ce
n'erano diversi, ammucchiati, e ciascuno di essi conteneva qualcosa
d'indecifrabile, d'informe.
Mi sentii trascinare via per un braccio. Di fronte a me c'era un
uomo barbuto ben piazzato, lercio, con i capelli unti. Indossava una
variegata accozzaglia d'indumenti di seconda mano recuperati in
qualche negozio di roba usata, e puzzava da morire. Aveva un profondo
taglio sulla fronte, sanguinava. Mi sembrava di averlo gi visto.
Cosa stai facendo? mi domand.
Tutto okay? gli chiesi. Stai sanguinando.
Cos'hai da guardare nel furgone? Non sono affari tuoi.
No, io...  solo che... Scusa. Con quel fetore pensare come
si deve veniva difficile. Non resistetti a lanciare un'altra occhiata al
portellone aperto.
La presa dell'uomo sul mio braccio si fece pi stretta. Non sono
affari tuoi, ribad.
Stavo gi per guardare altrove, ma nel retro del furgone qualcosa
si mosse.
Uno dei sacchi, sospinto da una lievissima, invisibile alterazione
della forza di gravit, rotol in avanti, scivol fuori e si abbatt al
suolo con un rumore sordo e compatto. Il sacco non era ben chiuso,
quindi senza che ci fosse nulla a trattenerla dentro, quella cosa pallida
riusc a uscirne e si stagli netta fra il sacco nero e l'asfalto grigio.
Era una mano, piccola e solitaria.
Lui si accorse che me n'ero accorto. Feci in tempo a intravedere un
nuovo luccichio, stavolta non era un sacco ma la lama di un coltello a
serramanico. Non ebbi per il tempo di reagire in alcun modo mentre
la lama s'inarcava nello spazio che ci divideva, e curiosamente trovai
splendido quel movimento. Mi chiesi perch mai dovesse risultarmi
cos piacevole. Prima che riuscissi a trovare una risposta, un enorme
peso mi piomb addosso, il mondo si rimise a girare e finii dritto a
terra. Il coltello venne scagliato via da qualche parte, sentii il rumore.
Mi raddrizzai un po', mi tastai qua e l in cerca di ferite. Nulla.
Una sagoma incappucciata se ne stava accucciata fra me e quel tizio,
bloccandomi la visuale. Si alz in tutta la sua altezza. L'Amico. Un
ringhio sommesso gli sgorg dalla gola. La veste cremisi sembrava
volteggiargli intorno, senza nessuna forza di gravit a vincolarla.
Il mio assalitore pieg la testa mentre la creatura gli si avvicinava,
sul volto aveva un'espressione ottusa e pensierosa. Apr la bocca, ma
prima che pronunciasse una sola parola dal cielo venne gi ancora
qualcosa, che atterr in mezzo a loro due. Era una creatura simile
all'Amico, eppure diversa, con il pelo pi grigio che marrone, e una
cicatrice che gli attraversava un lato del muso. Invece di un mantello
rosso, poi, ne aveva uno blu.
Il mio mostro non era l'unico. Ce n'era un altro, e aveva un'aria pi
crudele. Ringhi mostrando le zanne, in difesa del sudicione. L'Amico
spalanc le braccia e fece un passo indietro. L'uomo url Non sono
affari tuoi! di nuovo, e la Belva Grigia si lanci in avanti con un
ruggito. L'Amico fin a terra e si ripar la testa con le zampe. La Belva
Grigia inciamp nel groviglio di mantelli e si schiant sulla strada.
L'Amico rotol su un fianco facendo perno su mani e ginocchia,
e la Belva Grigia fece lo stesso. In quel momento, quest'ultima era
accucciata fra me e l'Amico. Entrambe le creature erano rotolate
nello stesso istante, all'apparenza, ma la Belva Grigia era stata pi
svelta. Mi caric a quattro zampe e spalanc le fauci con denti affilati
come spade. Sembrava che la bocca non finisse mai di aprirsi,
estendendosi nello spazio in modo inverosimile, generando un cielo
costellato di zanne.
Mi ritrassi con un braccio alzato, muovendomi troppo lentamente.
Chiusi gli occhi. Un fiotto umido mi colp in faccia, e l'Amico ulul
come un cane ferito. Riaprii gli occhi e vidi il suo volto accanto al
mio, acceso dal dolore e da una paura autentica. Aveva ficcato un
braccio fra le mandibole della Belva. Il sangue nero dell'Amico mi
ricopriva come una glassa.
L'Amico colp la Belva Grigia con il braccio libero, ma l'affondo
mi sembr debole. Mi trascinai rapidamente alle spalle della Belva,
mi rimisi in piedi e mi gettai su di lei. Le strinsi le braccia intorno al
collo come un wrestler televisivo. Fu come provare a strozzare una
canna fumaria. La Belva allent la morsa letale sull'Amico e rote su
se stessa per sbarazzarsi di me. Provai ad avvinghiarmi ai suoi fianchi
con le gambe, ma senza successo. Mi afferr con gli artigli, prima
con la zampa sinistra e poi con la destra, e non riuscii a schivarle
entrambe contemporaneamente. Gli artigli mi colpirono a sinistra e
affondarono nella mia faccia. Il mio occhio sinistro vide rosso, poi
grigio, al che lanciai un urlo.
La Belva mi sbalz dal proprio dorso, mi ritrovai per aria e subito
dopo stretto al corpo dell'Amico, che con il braccio ferito mi inzuppava
la maglia di sangue.
La Belva Grigia si tuff nuovamente contro di noi e l'Amico mi
pos a terra, si punt sulle ginocchia e la afferr per le fauci dischiuse.
L'Amico ulul di dolore quando le zanne gli si conficcarono nelle
zampe, ma non moll la presa. La lunga lingua violacea della Belva si
agitava in modo quasi comico nella bocca spalancata a forza, sbattendo
contro le zampe dell'Amico come se avesse il potere di farle desistere.
L'Amico si pieg in avanti e si rialz, obbligando la Belva a inginocchiarsi.
Quella cercava di colpirlo alla rinfusa, ma pi l'Amico le
divaricava la bocca, meno i colpi dell'avversario andavano a segno.
Avrei fatto meglio a guardare da un'altra parte. Vidi invece l'Amico
spaccare in due la mandibola della Belva, dividendo la parte inferiore
del cranio dal resto del corpo. Li gett in direzioni opposte. Nel buio
la mandibola and a fare compagnia al coltello del mio aggressore,
e il corpo della Belva si accasci in un ammasso di stoffa e sangue
nero. L'arancione degli occhi si spense.
L'Amico fece riecheggiare un urlo di dolore e di furioso trionfo.
I vetri dei finestrini che erano rimasti della macchina di Eunice e
del furgone esplosero in mille pezzi insieme ai lampioni, facendo
sprofondare i dintorni nell'oscurit.
Porca trota. Non erano affari tuoi. Era il sudicione; parlava con
un filo di voce, sconvolto. Porca trota. Non  cos che doveva andare.
Voglio un'altra possibilit. Ricominciare da capo.
Alla fine riconobbi il mio assassino mancato. L'avevo gi visto
una volta, in effetti, il giorno in cui la macchina di mia madre aveva
preso fuoco nel 1989. Lo aveva spento lui quel fuoco. Porca trota. Il
mondo  piccolo, maledizione.
L'Amico fece per avvicinarsi a lui, intenzionato probabilmente a
portare a termine il lavoro. Da qualche parte nelle vicinanze risuonarono
alcune sirene. Erano in arrivo dei veicoli lampeggianti, pieni
di gente pagata per ripristinare nel mondo materiale se non altro
un'apparenza di ordine.
Fermati, dissi, e l'Amico mi diede ascolto. Lascialo perdere.
Era meglio che fosse quel tizio a spiegare l'incidente, la lotta fra mostri
e i sacchi neri ammucchiati nel suo furgone. Ben gli stava.
L'Amico si inginocchi e mi aiut a rimettermi in piedi. Fece una
smorfia e mi lanci un'occhiata interrogativa: Dove andiamo?
Lontano da qui. Non a casa.
...
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...
CAPITOLO 18.
...
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...
Il vento ci invest furioso, e un momento dopo non c'era pi. L'aria
aveva assunto un odore sulfureo. Provai ad alzare la testa e a dare
un'occhiata intorno, ma con delicatezza l'Amico spinse di nuovo la
mia faccia contro il suo petto. Mi ero quasi addormentato, quando
atterrammo in una radura in mezzo a una fitta foresta; gli alberi erano
talmente vicini che fra l'uno e l'altro l'unica cosa che riuscivo a distinguere
era l'oscurit. Alberi ed erba erano neri come l'inchiostro,
e sopra di essi il cielo scuro aveva una sfumatura verdognola che per
qualche motivo mi sembr familiare.
Al centro della radura c'era una montagnola erbosa piccola e tozza,
con una porta su un fianco. La montagnola era attorniata da fiori,
carezze d'ebano come quella che avevo regalato a Donna.
Dove siamo? chiesi.
L'Amico mi trasport oltre la porta e poi gi per una breve scala a
chiocciola. La porta si richiuse dietro di noi e le candele si animarono
di colpo, illuminandoci il cammino fino a una grande stanza con il
pavimento e le pareti di legno.
La creatura mi pos su un letto spazioso sormontato da spesse
coperte pelose, e si spost in quello che sembrava una specie di
cucinino. A decorare le pareti c'erano dei dipinti, che partivano da
semplici raffigurazioni di automobili, palazzi e persone, fino ad arrivare
a opere pi complesse e astratte in cui comparivano reticoli cromatici
e sfocate sagome scure. Un cavalletto e uno sgabello di legno grezzo
spiccavano in un angolo; sullo sgabello c'era una tavolozza chiazzata
accanto a un boccale pieno di pennelli. Le tele erano stese a terra e
impilate dietro il cavalletto. Quella in cima raffigurava due volti orribilmente
distorti, sovrapposti in modo da risultare tridimensionali.
 qui che vivi tu? domandai.
La creatura non rispose. Stava lavorando in tutta fretta, sbriciolando
qualcosa e mescolandolo in una tazza piena d'acqua. Quando si volt
di nuovo a guardarmi, in una zampa stringeva due tazze, il braccio
ferito lo teneva attaccato al corpo. Attravers la stanza e me ne porse
una. Mi allungai per prenderla, ma mi tremava la mano.
La creatura appoggi le tazze sul pavimento e mi avvolse in una
delle coperte del letto. Recuper una tazza e me la port alle labbra.
Il contenuto era amaro e asciutto come fango. Provai a scostare la
testa, ma incrociai i suoi occhi, leggendovi una determinazione feroce.
Mi sforzai quindi di ingollare quell'infuso. Gradualmente i tremori
si attenuarono, e a diffondersi per il corpo fu un gradevole tepore
anestetizzante.
Quando la mia tazza fu vuota, la creatura bevve la sua. Stese il
braccio ferito e tir su la manica che lo ricopriva. Mancava un po'
di pelo, ma gli squarci si erano gi ridotti a cicatrici rosee. Anche il
mio dolore si era ridotto, ma dall'occhio sinistro continuavo a vedere
solo grigio.
Il mio occhio, dissi. Torner a posto?
L'amico scosse la testa.
Iniziai a piangere, in primo luogo per l'occhio, ma poi anche per
il battibecco con Eunice, per come l'avevo insultata, l'incidente,
l'altro guidatore, il rivoltante mucchio di sacchi nel suo furgone e
l'altro mostro.
C'erano loro nel furgone, vero? I bambini scomparsi.
La creatura annu.
Quindi sono morti tutti e due, commentai.
La creatura annu di nuovo.
 stato quell'uomo a ucciderli. Lo stesso uomo che forse ha
ucciso anche Sydney. Che voleva uccidere anche me. E nonostante
ti abbia incolpato di tutto, tu mi hai salvato la vita.
La creatura mi tocc la faccia e mi tir il mento perch la guardassi
negli occhi. Nel giro di qualche secondo la sua corporatura si
assottigli e rimpicciol, le ampie spalle si restrinsero e si abbassarono
alla mia altezza, il muso si appiatt, gli occhi passarono da un intenso
arancione privo di pupille a un verde delicato. La pelliccia si ritir,
come risucchiata da una pelle glabra, rivelando una donna pallida con
gli zigomi alti, il mento deciso e una piccola bocca volitiva. I capelli,
lunghi e rossi, erano raccolti in una coda di cavallo.
Si schiar la gola. Io ti amo, disse. Non ti farei mai del male.
La voce era roca e aveva un accento che non riuscivo a identificare.
Fu forse lo choc che avevo vissuto quella sera, o quella semplice
dichiarazione d'amore dopo il nostro allontanamento, la gioia di essere
di nuovo insieme dopo un'esperienza quasi mortale. Quale che fosse
il motivo, mi sporsi in avanti e attaccai la mia bocca alla sua. Mi baci
in maniera decisa, convinta, mentre mi teneva la faccia fra le mani
fredde e callose. Mi spinse fino a farmi sdraiare e tolse la coperta,
cos che potessi muovermi liberamente. Le afferrai il viso, i fianchi,
le cosce sotto la veste ormai fuori misura, le mie mani troppo ansiose
e concupiscenti per restarsene ferme. Si mise a cavalcioni su di me e
si abbass sul mio inguine. Il mio corpo reag a quella pressione con
naturalezza, in piena libert, colmo di dirompente desiderio.
Apr la veste e se la lasci scivolare gi per le spalle, svelando la
sua pelle d'alabastro, il seno tondo e pieno, il ciuffo rosso dei peli
pubici. Si strusci su di me, premendosi contro la mia erezione con
un dolce sorriso.
Mi slacci la cintura, poi il bottone dei jeans e tir gi la cerniera.
Sollevai le natiche, e insieme facemmo scorrere i jeans fino alle ginocchia.
Poi prese in mano il mio sesso, lo strinse per bene e si cal
ad accoglierlo dentro di s.
Come il primo bacio, il mio primo rapporto sessuale termin ancora
prima d'iniziare sul serio. Ero imbarazzato, ma lo sguardo dolce e
gentile non abbandon mai il viso della donna. Comprensiva, aspett
che finissi, alleviando la mia umiliazione fra le ondate di piacere.
Quando gli spasmi terminarono e con il turgore che scemava iniziai
a scivolare fuori, mi piant le mani sul petto e disse: Ancora. Al
centro della mia mente si sprigion una luce d'oro, dopodich fui
pronto, una nuova e repentina erezione mi diede la spinta mentre
scivolavo di nuovo dentro di lei. Ansim lievemente.
La seconda volta dur molto di pi. Mi cavalc con energia,
toccandosi, a occhi chiusi, con la testa gettata all'indietro. Quando
venne, url delle parole che non capii, e continu a ripeterle finch
non si accasci sul mio petto strappandomi un secondo orgasmo, cos
intenso da essere quasi doloroso.
Dopo, rest sdraiata accanto a me con un braccio e una gamba ad
avvolgermi, e la faccia affondata nel mio collo.
Sai cambiare forma, dissi accarezzandole la coscia lattea.
S, rispose titillandomi l'orecchio con le labbra.
Puoi trasformarti in quello che vuoi? O in chiunque?
No, solo cos.
E perch prima non me lo avevi mai fatto vedere?
Non rispose, strinse per pi forte la mia coscia, come temendo
che me ne andassi.
Ero troppo sfinito per muovermi, e felice di restarmene l, lontano
dai complicati problemi del mondo reale.
...
.
...
CAPITOLO 19.
...
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...
Non c'erano finestre nella casetta, cos quando mi svegliai e la sorpresi
a fissarmi mentre mi accarezzava il volto, non avevo idea se
fosse giorno o notte.
Come ti senti? mi chiese.
Affamato. Hai qualcosa da mangiare?
Niente che ti piacerebbe. Ma posso procurarti tutto quello che
desideri.
No, fa niente. Meglio forse che vada a casa. Ho distrutto la macchina
di Eunice, sono in un mare di guai. Avrei anche bisogno di un
medico. E di qualcosa di pulito.
Malvolentieri, scesi dal letto e iniziai a rivestirmi.
Lei si raddrizz e si appoggi alla parete, spettinata in quel modo
era adorabile. Nessuno ti obbliga ad andartene.
Be', devo andarmene per forza.
Puoi restare qui quanto vuoi.
Gi, abbandonando completamente la mia vita?
Pieg la testa. Posso portarti tutto quello di cui hai voglia o
bisogno.
Ma dove ci troviamo esattamente? le chiesi.
Fece come se non avessi detto nulla, e mi guard rivestirmi in
silenzio.
Ti preferisco senza vestiti, osserv.
Puoi rispedirmi a casa?
Si alz e attravers la casupola, inginocchiandosi davanti a un
armadietto. Vedere il suo corpo nudo impegnato in certi gesti cos
ordinari mi fece eccitare di nuovo, ed ero quasi pronto per una terza
volta quando si volt verso di me con una pietruzza nera in mano.
Era agganciata a un sottile cordino di pelle.
Prendila. Me la mise facendola passare da sopra la testa. Sentii
la pietra fredda contro il petto, e la sollevai per guardarla con pi
attenzione. Era perfettamente levigata, senza imperfezioni.
Quando vuoi venire a trovarmi, mi spieg, ti baster stringerla
e pensare a me. Non importa dove sarai, la pietra ti porter dritto davanti
alla porta di casa mia. E quando sarai di nuovo pronto per andar
via, stringila di nuovo e pensa a dove vorresti essere. Ti ci porter.
La ringraziai.
Sorrise, ma in quel sorriso c'era amarezza. Vorrei tanto che non
dovessi andartene.
Anch'io.
Mi prometti che tornerai? Chin la testa e mi guard dal basso
con gli occhi verdi socchiusi.
Torner prima possibile.
...
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...
CAPITOLO 20.
...
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...
Il primo viaggio con la pietra nera mi condusse nel portico di casa,
immerso nella fulgida luce mattutina. Sentivo abbaiare alcuni cani
e risate di bambini, che provenivano da qualche angolo dell'isolato.
Cercai le chiavi, ma ricordai che le avevo lasciate nella macchina di
Eunice. Senza sperarci troppo, provai ad aprire la porta. Inaspettatamente si apr.
Entrai e mi feci sentire: Ehi, c' nessuno?.
Le parole restarono sospese nell'ingresso, e si spensero nell'aria
immobile. Entrai in sala da pranzo e sul tavolo trovai una scodella di
ciambelline di cereali al miele lasciata a met. Erano mollicce, come
se fossero l da ore. Adocchiai altre cose che non tornavano: sul pavimento
c'era una foto incorniciata che di solito era appesa ai piedi delle
scale, il vetro era rotto, sul tappeto color crema c'era una goccia di
sangue, una sola, e vicino al divano, a terra, c'era il telefono ribaltato.
Salendo le scale, pi o meno a met, trovai il messaggio di Eunice,
probabilmente caduto l a mia madre un attimo prima che si fiondasse
verso la porta del bagno chiusa a chiave. Quella porta era stata sfondata,
l'acqua nella vasca era rosa, poco sopra la ceramica era tinta di
rosso, il rasoio era abbandonato sul tappetino.
Mi sedetti sul water. Mi pulsava l'occhio sinistro e il mondo andava alla deriva.
Al piano di sotto squill il telefono. Il suo trillo penetrante riemp la casa. Sembrava incredibilmente lontano, un grido d'aiuto a cui non avrei mai potuto rispondere in tempo.
...
.
...
L'ultima lettera di Eunice.
...
.
...
Caro Noah,
per prima cosa voglio che tu metta gi questa lettera,
e non voglio che tu la riprenda finch non mi
avrai perdonata. Dico sul serio. Vai.
Bene. A questo punto forse sono passati sei mesi e
te ne stai raggomitolato nel letto, ti stai prendendo
una pausa dai compiti mentre mamma guarda la TV nella
stanza accanto; o forse sono passati anni, molti, e
tu sei seduto su una sedia a dondolo nel portico di
un'idilliaca casa di riposo con alte finestre e un
grande parco verde. Forse i tuoi capelli sono diventati
bianchi e la tua pelle col tempo ha assunto
un aspetto vissuto e si  riempita di macchie. Non
lo so; non posso constatarlo con i miei occhi, ed
 questo il problema. Non posso vederti. Non posso
vedere pi niente, eccetto qui, ora.
 il 28 ottobre e sono nella stanza del computer
con le luci spente. Fuori la serata  tersa, e la
luce dei lampioni come un dito verdognolo s'insinua
fra le tende. Fa a pugni con il riflesso del monitor
sul pavimento alle mie spalle, si disputano la mia
ombra. Ho impacchettato tutti i libri, i cd e i vestiti
che mi appartengono in alcuni scatoloni, su cui
ho indicato il contenuto. Resta solo un'ultima cosa.
Bench ci fossero delle alternative allettanti, ho
scelto un metodo dei tempi andati. Mi va bene lasciare
un po' di casino, ma non troppo. Quando lacrime e
rabbia saranno finite, potete togliere il tappo alla
vasca, far scorrere un po' d'acqua fresca, e sfregare
la ceramica con un po' di detersivo.
L'ho fatto perch vi voglio bene.
Non pensare che sia colpa tua, ti prego. Mi spiace
averti detto certe cose, e non sono arrabbiata perch
hai preso la mia macchina.  importante precisarlo,
visto che in questo tipo di situazioni conta una
parola soltanto: Perch? Se uno non espone la sua
risposta (o le sue risposte) con la precisione di
un avvocato, la gente che resta dar la colpa a se
stessa. La gente  egoista, ed egocentrica.
Quando mi sono svegliata stamattina, sentivo male
dappertutto. Era come se avessi l'influenza, ma senza
febbre o vomito. Avevo solo un mal di testa opprimente,
e il forte dispiacere di essere sopravvissuta
una notte ancora. Lo so cosa stai pensando: Eunice,
ormai la tua depressione la conosciamo da anni. Per
questo  importante che tu prenda le medicine. Il
problema  che le medicine non funzionano pi. Le
prendo tutti i giorni e continuo a stare male. Quando
mi guardo allo specchio, non vedo la mia faccia. Vedo
qualcosa che si disintegra lentamente, borse scure
sotto occhi spenti e confusi, labbra screpolate che
sanguinano quando provano a sorridere. A volte, se
qualcuno mi parla non riesco a sentirlo, e quando
invece ce la faccio non so cosa replicare. Di solito
 la cosa sbagliata. Come ho dimostrato stasera.
Non voglio essere cos. Ho provato a migliorare,
ma normale non lo sar mai. In me ci sar sempre
qualcosa che non va. Non conta quanto mi impegni,
non conta ci che faccio, andr sempre male. Non sar
mai carina o sportiva, e ai ragazzi non piacer mai.
Peggio, i ragazzi non piaceranno mai a me. Noah, casomai
ti capitasse d'incrociarla, e se venisse fuori
in modo naturale, di' a Brin che mi dispiace di non
essere nata maschio. Non che mi piacerebbe davvero
essere un maschio, ma sarei pronta a barattare la
mia identit da cima a fondo, se ci significasse
poterla amare liberamente.
Continuo a interrompermi ogni volta che sento
sbattere la portiera di una macchina. Mi alzo e vado
alla finestra convinta che sia tu, che tu ti sia
calmato e sia pronto a fare un altro tentativo di
parlare con me. Immagino le nostre scuse borbottate,
la preoccupazione sul tuo viso semplice e aperto,
il mio coraggio e la risolutezza traballante mentre
edifichiamo goffamente il ponte che ci ricongiunger.
Vedo me stessa assecondare il tuo desiderio che tutto
sia a posto, e arrancare per un altro giorno, o
una settimana, o un mese. Trascinarsi magari tutta
la vita per il tuo bene. Ma poi guardo fuori dalla
finestra, e non sei tu.
 probabile che fra non molto, quando avrete organizzato
il mio funerale, qualcuno salir con le
lacrime agli occhi su un pulpito accanto alla mia
bara e parler diffusamente del mio egoismo. Come ho
osato? Che diritto avevo? A questa persona dico (e
spero che glielo riferirai): vergognati. Kierkegaard
sosteneva (mi pare) che la societ ha sempre considerato
il suicidio un tab, perch quando uno si
uccide la gente sparge la voce che quel tizio aveva
iniziato a mettere in discussione anche la loro vita,
e questo li disturba. Pensaci da te: che cosa rende
la tua vita tanto eccezionale?
E la mia vita? Cosa la rende eccezionale? I magnifici
fianchi di Brin. La sua risata. Le facce che
facevi tu quando leggevo per te. Vedere pap che faceva
ridere mamma, il modo in cui tutto il suo corpo
sussultava. Vedere Sydney danzare, il modo in cui
i suoi movimenti sembravano liberarla e realizzarla
in pieno. Il modo in cui mi sentivo io a battere
sul computer, cos veloce che quello sembrava starmi
dietro a malapena. La bocca di Brin sulla mia.
Sono intrappolata qui, nell'ufficio di casa, lontana
da tutte queste cose (a parte il battere sulla
tastiera, ovviamente). Intrappolata in questo corpo,
paralizzata nel tempo lineare.
Ultimamente ho fatto un sogno interessante. Di
solito sogno cose banali, che perdo le chiavi della
macchina o che mi dimentico di prepararmi per un
esame... Ma l'altra sera ho sognato che Brin si  presentata
alla porta di casa e mi ha chiesto di fare
un giro con lei. Siamo salite nella sua macchina e
abbiamo viaggiato tutta la notte in uno strano territorio
montuoso. La fodera in similpelle del sedile
era strappata e mi grattava la nuca. Il motore girava
lento, come il vecchietto pi simpatico del mondo, e
per tutto il tempo Brin si  limitata a fissare la
strada con un enigmatico sorriso da madonna. Non ci
siamo fermate per mangiare, per fare benzina o per
andare in bagno. Non ne avevamo bisogno.
A un certo punto ci siamo fermate in uno spiazzo
di ghiaia sul crinale di una collina.
Resta qui, mi ha detto Brin. E tieni gli occhi
chiusi.
Ho fatto come mi ha detto. Lei invece ha fatto il
giro della macchina, mi ha aperto la portiera, e mi
ha preso la mano per aiutarmi a scendere. Mi ha accompagnato
oltre la ghiaia, sull'erba.
Bene. Apri gli occhi.
Ero in cima alla collina, le stelle brillavano come
grosse lampadine, la luna crescente era avvolta in
un alone luminoso. Alla mia sinistra c'era un tronco
d'albero marrone scuro. Ho allungato un braccio per
toccarlo, e mi sono resa conto di sembrare un quadro
impressionista vivente, le pennellate che componevano
il mio corpo vibravano cangianti, non fluide nel
movimento eppure, in un certo senso, piacevoli nella
loro noncuranza verso ci che possedeva una consistenza
scontata e noiosa. Ho guardato il cielo e ho
visto un incantevole giardino di stelle, parevano
denti di leone sorpresi da un turbine di vento visibile.
Pulsavano l'una dopo l'altra, come se stessero
trasmettendo messaggi in codice.
Lass, quel vento visibile turbinava e un attimo
dopo si placava. Turbinava e si placava. Turbinava,
cessava per un attimo, poi lentamente e voluttuosamente
si placava. Cambiava allo stesso ritmo a cui i
miei polmoni respiravano. Mi sono girata a guardare
Brin, e non era pi vestita da punk. Indossava un
abito verde e nero aderente che le spingeva il seno
fin quasi al mento. Aveva i capelli sciolti intorno
al viso, una libera confederazione di riccioli scuri
evocati da ampie pennellate che danzavano intorno
alla sua testa, cambiandone a ogni secondo la conformazione.
Andiamo, mi ha detto, indicando un paesino in
fondo alla collina. Ti faccio fare un giro.
L'ho seguita lungo un sentiero. Gli edifici assiepati
e il campanile svettante della chiesa si facevano
pi grandi via via che mi avvicinavo, e vedevo
le finestre rischiarate da luci calde, le strade
che brulicavano di figure umane a dispetto dell'ora
tarda. Sentivo il chiacchiericcio della gente, le
risate diffuse, musica.
Brin mi ha accompagnata sulla strada e fin dentro
al villaggio, abbiamo oltrepassato porte chiuse e finestre
dai vetri opachi dietro alle quali brillavano
luci arancio. Una porta si  aperta ed  sfrecciata
fuori una piccola sagoma, un bambino, con un mantello
nero.  corso su per la strada davanti a noi, con il
mantello che sventolava alle sue spalle, ha girato
a un angolo ed  scomparso.
Chi era? ho chiesto puntando il dito in direzione
del bambino, sicura di averlo gi visto.
Andiamo, mi ha detto Brin trascinandomi per la
strada. Vedrai.
La strada tortuosa sfociava in una sorta di piazza
di paese, ampia e acciottolata, con un pozzo al
centro. La gente si accalcava intorno ai banchi del
mercato per comprare frutta, pesce e pane, bambini
correvano, e alcune giovani coppie ballavano mentre
un uomo le accompagnava con una fisarmonica. Le note
che suonava erano visibili quanto il vento, un'aurora
boreale sprigionata dallo strumento. Ho riconosciuto
il signor Ransom, corpulento e paonazzo, che vendeva
pesce, poi Sydney che ballava con un attraente
sconosciuto, con il vestito da campagnola che le
svolazzava tutt'intorno sollevato dal vento. Ho cominciato
a riconoscere anche altri: Merrin Price, la
mia vecchia compagna di scrittura al Wandering Dark,
vendeva frutta; Hubert Sangalli, il mio amico delle
elementari, stava comprando un cappello; Rick, il
vecchio collega di pap al dipartimento autostrade,
stava montando un palco. Mentre lo guardavo fissare
a martellate un palo di sostegno, mi sono accorta
che come il vento aveva seguito il ritmo del mio respiro,
cos il mondo si muoveva a tempo di musica.
Quel vento visibile soffiava di pari passo con la
melodia della fisarmonica, eseguendo una specie di
danza interpretativa. E al di sotto della melodia,
quasi sepolto, c'era il rumore di tasti di una vecchia
macchina da scrivere manuale, che a quella melodia
dava il ritmo.
Dove... ho detto, cercando da qualche parte nella
piazza tracce di un dattilografo, ma prima che potessi
finire la domanda, Brin ha premuto il suo florido
corpo contro il mio, la mano destra sul mio fianco.
Balla con me, ha detto, e mi ha fatto girare.
Il mondo mi vorticava intorno, prima lentamente, poi
pi veloce. Forme che riconoscevo - persone, case, il
pozzo, i banchi del mercato-si facevano meno definite,
diventavano un flusso di tempere spremute dai
tubetti che prendevano a correre insieme, un corposo
turbine di colore. L'unico elemento a mantenere i
propri contorni era Brin, il centro di gravit che
mi teneva in orbita facendomi roteare. In un modo o
nell'altro conoscevo i passi di danza; la mia goffaggine
quotidiana era svanita, dispersa nel diluvio
di colori, e i miei piedi battevano sui ciottoli
della piazza come su una macchina da scrivere. Tenevo
gli occhi incollati a Brin. Quando la musica ha
raggiunto l'apice, facendomi girare mi ha avvolta in
un abbraccio e mi ha baciata. Ho indugiato nella sua
bocca ma lei si  ritratta, lasciando la mia faccia
a ciondolare nel vuoto. Sembrava sul punto di dire
altro, ma il ragazzino con il mantello  sfrecciato
di nuovo attraverso la piazza. Eri tu, Noah, tu a
sei anni, ossessionato da Batman, che zigzagavi fra
la gente verso la porta della chiesa dall'alto campanile.
Hai afferrato una delle maniglie della porta
a due battenti e hai tirato. Sulle prime la porta
non si  mossa, cos ti sei slanciato all'indietro
facendo forza con tutto il tuo peso. La porta si 
aperta cigolando, evidentemente a fatica, lasciando
trapelare nella piazza una luce pura, bianca e quasi
accecante.
Ho lasciato perdere Brin e ti sono corsa dietro
mentre entravi nella chiesa, ma mi sono fermata sulla
soglia, confusa da ci che vedevo. Prova a immaginare
due o tre diversi film proiettati contemporaneamente
su uno schermo, un guazzabuglio di immagini in
competizione tra loro, nessuna delle quali era una
chiesa. Ho visto pap che in un parco mi spingeva su
un'altalena, mamma che mi dava del ghiaccio dopo che
giocando avevo picchiato la testa, me e Merrin che
scrivevamo insieme al Wandering Dark, me e Brin a
luci spente nella mia stanza, naso contro naso coperte
di sudore, con un lenzuolo aggrovigliato intorno a
noi. Ho visto la Tomba e il Wandering Dark, impilati
come a formare degli strati, la prima attrazione
che faceva da ponteggio alla seconda. Ho visto il
mostro che portava via le Katie e i Brad, e c'ero
anch'io che li guardavo immobile, vestita di bianco.
E poi queste immagini in competizione sono sfumate,
e ho visto quella che sembrava una galleria d'arte,
un vasto spazio dalle luci soffuse, i muri bianchi
rivestiti di dipinti e in mezzo una donna rossa di
capelli che non avevo mai visto, con un vestito rosso.
Tu sei corso verso di lei, che ti ha cinto con
un braccio e la porta si  richiusa sbattendo. Sono
corsa avanti e ho cercato di aprirla a strattoni, ma
 rimasta chiusa per me.
Mi sono voltata e vicino a me c'era Brin, con le
mani giunte davanti a s.
Cos' questo posto? le ho chiesto.
Brin ha aperto la bocca come per rispondermi... ma
poi mi sono svegliata.
Da allora ho provato a rivivere quel sogno, ma mi
sfugge, e sono tornata a sognare confusamente bocciature
agli esami e chiavi della macchina smarrite. Non
riesco a togliermi dalla testa quel villaggio, pieno
di persone che conosco, tutte sorridenti e ridanciane,
raffigurate al meglio della propria individualit.
La chiesa-galleria d'arte, con te insieme alla
rossa e tutta l'eternit dentro. La Brin del sogno,
sul punto di rispondere alla mia domanda, una domanda
che potrebbe dare una spiegazione a tutte le altre
domande. Dopo un sogno simile, come potrei vivere
con il peso di essere intrappolata in questo sgradevole
corpo marcescente, andare alla mia schifosa
universit e percorrere lentamente il tempo nella
direzione sbagliata?
Restandomene qui seduta, sfogando tutto questo
sulla macchina da scrivere, credo finalmente di vederci
chiaro. Una volta pap mi ha detto che tutte le
storie d'orrore hanno un lieto fine, ma aveva torto.
Guarda com' finita la sua vita. Di fini liete non
ne esistono, Noah. Le canzoni, i libri e i film con
un cosiddetto lieto fine si interrompono tutti nel
momento culminante del trionfo. Non raccontano la
storia per intero. Solo le vecchie tragedie raccontano
la verit. Beowulf trionfa su Grendel e su sua
madre, ma solo per poi cadere in battaglia contro
un drago. Gilgamesh perde il suo migliore amico. E
anche Achille. Nell'Amleto muoiono tutti. La verit
non  nient'altro che questa.
Esistono d'altra parte buone aree di sosta. Ho
fatto l'errore di proseguire al di l del mio. Sono
come latte andato a male in una brocca. Ho bisogno di
versare fuori me stessa e di andare oltre. Ho bisogno
di essere libera di spostarmi attraverso l'eternit
e l'infinito, di trascorrere un secolo adagiata sul
seno di Brin ad ascoltare il suo cuore che batte, di
trascorrere un eone a rimboccarti le coperte, mentre
mi guardi con occhi che risplendono d'amore e di fiducia.
Investir un decennio a guardare Sydney che
balla, o pap che fa ridere mamma. Avr l'eternit
a disposizione in compagnia dei miei pezzi forti.
Questo doveva esserci in quella chiesa. Doveva essere
questa la risposta. Da un certo punto in poi non ci
 pi possibile creare nuova felicit, ma possiamo
trastullarci per sempre nelle gioie passate, catturate
impeccabilmente dall'occhio della memoria.
Ricordati di me, Noah, che ti rimboccavo le coperte
e ti auguravo la buona notte con un bacio. Ricorda
le storie che ti ho raccontato. Ci vedremo ancora.
Ti vorr bene per sempre,
Eunice
...
.
...
PARTE QUINTA.
...
.
...
LA CITT SENZA NOME.
...
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...
CAPITOLO 1.
...
.
...
Nell'autunno del 2002 mi presi una serata libera dal Wandering
Dark e feci un salto a Mansfield, in Texas. Laggi c'era un'altra
attrazione, una casa in cui rappresentavano l'oltretomba secondo
un'ottica cristiana. L'avevano battezzata Inferno. Ci sarei andato
con Kyle, ma all'ultimo mi aveva dato buca, accennando a un impegno
con Donna. Quel pomeriggio, dunque, mi feci il viaggio fino
alla Holy Spirit Bible Church con un libro di Anne Rice come unico
compagno. Fu una buona idea, perch la coda per entrare all'Inferno
partiva dalle porte della chiesa e si allungava fino ad attraversare un
grande campo erboso. Tutte le persone in fila iniziarono a fissarmi
non appena arrivai.
Ad attirare l'attenzione avrei dovuto esserci abituato. La benda da
pirata faceva pi effetto di un occhio di vetro, e anche se non l'avessi
portata mi avrebbero comunque riconosciuto come Il Tosto Ragazzo
di Vandergriff, il giovane che nel 1999 aveva risolto accidentalmente
il caso del ladro di bambini. Gli sguardi puntati su di me avrebbero
continuato a far parte della mia normalit finch fossi vissuto in quella
cittadina o nei dintorni, eppure essere osservato continuava a mettermi
a disagio. Che mi fissassero non mi piaceva, a meno che non stessi
lavorando con il mio costume da mostro.
Mentre la luce del giorno si affievoliva, io leggevo e ignoravo i
curiosi di ogni risma finch non mi ritrovai alla fine della coda. Una
volta l, un dipendente della struttura con una polo su cui c'era scritto
INFERNO mi aggiunse al gruppo di giovani fedeli che avevo davanti,
dato che erano dispari. Quel branco di adolescenti e il loro accompagnatore
poco pi che trentenne mi lanciarono un'occhiataccia mentre
oltrepassavamo insieme i teloni di plastica che fungevano da ingresso.
Ad accoglierci all'interno c'era un'esile figura a capo chino fasciata
in abiti neri. Le luci che avevamo intorno si fecero pi intense e la
figura sollev la testa, rivelando una maschera demoniaca, un teschio
di gomma. Gli occhi dietro la maschera, pesantemente anneriti dal
trucco, risplendevano di maligna soddisfazione.
Benvenuti! disse. Era un'adolescente, e per farsi sentire attraverso
la maschera la voce era sparata al massimo, innaturale. Mi fa
cos piacere che siate venuti in questa piccola dimora, le sue porte
sono aperte a tutti. Spero che vi divertiate cos tanto da eleggerla per
sempre a vostra residenza! Ma sto correndo troppo. Perch non ci
facciamo un giro?
La seguimmo in un lungo corridoio; sopra di noi brillavano lampadine
rosse, e dal pavimento di plastica trasparente filtravano luci
blu. Una nebbia azzurrognola vorticava sotto la superficie, ipnotica
e tranquilla, finch una mano non fendette gli sbuffi e batt sulla
plastica del pavimento, con le dita aperte che grattavano. Una delle
ragazze davanti a me lanci uno strillo e fece un balzo indietro. Dalla
nebbia spuntarono altre mani, che si dimenavano battendo qua e l,
disperdendo la foschia e rivelando volti dalle bocche spalancate che
imploravano aiuto.
Non fateci caso, disse la guida. Sono solo alcuni dei nostri
ultimi arrivati. Ridacchi e prosegu, io invece mi fermai un altro
po', impressionato dalla messinscena.
Quando mi riunii al gruppo, lo trovai in una stanza in cui era stata
riprodotta una festa. Un tipo con una faccia brufolosa e oblunga
impersonava il DJ; faceva scorrere le mani avanti e indietro su due
giradischi sgombri, e intrecci di luci variopinte lambivano alla rinfusa
degli adolescenti legnosi che ballavano in maniera goffa. Due ragazze
in piedi, vicino a noi, bevevano da bicchieri di plastica rossa. Una delle
due aveva lunghi capelli biondi e lisci, il naso pronunciato e grandi
occhi castani. I capelli dell'altra invece erano verdi, e in generale
sembrava una da feste in discoteca.
Vi presento Miranda e Ashley, disse la guida. Miranda si 
appena trasferita in citt dal Connecticut. Lontana dalla sua vecchia
chiesa e dai suoi amici cristiani,  finita in un brutto giro. Ashley
invece  stata cresciuta da genitori atei, per svagarsi legge Harry
Potter, a fare festa e a bere il venerd sera non ci vede nulla di male.
Non  divertente, Miranda? chiese Ashley, la ragazza dai capelli
verdi.
Miranda guard sospettosa il contenuto del proprio bicchiere e ne
bevve un sorso. Eccome, rispose, facendo una smorfia. Per me 
tutto cos nuovo, sai...
Guarda l! esclam Ashley interrompendola. Indic un paio di
ragazzi dall'altra parte della sala che le stavano spogliando con gli
occhi e muovevano la testa al ritmo dei bassi. Evan e Trent. O mio
Dio, stanno venendo qui.
Come va, ragazze? domand uno dei due.
Alla grande, rispose Miranda.
Lo sai che c' una cosa che ti fa stare ancora meglio? intervenne
l'altro. Eccola, guardate. Mostr loro una pilloletta bianca,
facendola vedere di nascosto anche a noi del pubblico. Ti fa sentire
una meraviglia.
Io ne ho gi prese due, confess quello che aveva parlato per
primo.
Sembrerebbe eccezionale, comment Ashley. Prese la pillola e
la butt gi insieme al drink.
E tu che fai, bella? chiese l'amico a Miranda.
Non saprei, rispose la ragazza. Guard Ashley, torturata dal
dubbio, e mentre era voltata, quello che le aveva fatto la domanda
le fece cadere una pillola nel bicchiere. Senza esserne consapevole,
Miranda fin il suo drink.
I ragazzi circondarono le ragazze, e la nostra guida si par loro
davanti, impedendoci di vedere.
Quello che Miranda non sa  che ha appena preso la droga dello
stupro, spieg con la falsa voce stridula del guardiano della cripta.
Adesso si sente bene, ma nel giro di mezz'ora non sentir pi niente
di niente.
Nelle stanze successive, storielle educative dello stesso tenore
denunciavano sparatorie scolastiche, incidenti automobilistici in stato
di ubriachezza, la violenta cultura del comprare e vendere droga, il
presenziare a messe nere, la lettura di libri fantasy che non fossero
quelli di C.S. Lewis, abusi domestici e via dicendo. Le scene si fecero
via via pi morbose e inquietanti, e per lo pi terminavano con il
protagonista che moriva in maniera orribile. Il mio disagio aument
- l'obiettivo era quello - finch non passammo a una stanza che nelle
intenzioni avrebbe dovuto rappresentare la camera da letto di un'adolescente.
Miranda, la ragazza che aveva preso la droga dello stupro,
vagava l dentro con i capelli in disordine, l'espressione confusa e le
braccia chiuse sulla pancia come se non stesse bene.
Vi ricorderete di Miranda, disse la guida. Cos ansiosa di stringere
nuove amicizie, disposta a provare qualsiasi cosa con chiunque.
Be', certo, ora come ora non riesce a ricordare n cosa ha provato n
con chi. Non  vero, Miranda?
Lei era seduta sul letto e fissava il vuoto davanti a s. Mi domandai
come riuscissero a spostare l'attrice avanti e indietro da una stanza
all'altra senza interferire con il flusso di visitatori. Doveva essere
difficile scompigliare e risistemare capelli e trucco tutte quelle volte.
Cosa c' che non va, Miranda? le chiese la nostra guida. Non
ti sei divertita?
Chiudi il becco, rispose la ragazza con voce bassa e sofferente.
 una semplice domanda, replic la guida. A meno che, magari,
non te ne ricordi, no?
Chiudi il becco, ripet Miranda a voce pi alta, dondolandosi.
Ricordi il giorno in cui nella tua vecchia parrocchia hai fatto voto
di castit? Ne eri cos fiera. Eri cos sicura che Dio ti avrebbe protetta.
Miranda si lasci cadere sul pavimento. Apr un cassetto del
comodino e tir fuori un quadretto con l'immagine di Ges Cristo.
Eccolo! esclam la guida. Nascosto in un cassetto! Lontano
dagli occhi! L dov'era non ha potuto aiutarti granch, no?
Come hai potuto permettere che accadesse? chiese Miranda
rivolta all'immagine. La lasci cadere e rimise le mani nel cassetto.
Stavolta tir fuori una pistola. Certo che quella ragazza teneva della
strana roba nel comodino.
Oooh, e quella cos'? domand la guida.
Ti odio, disse Miranda all'immagine di Cristo. Si punt la pistola
contro la fronte, alz il cane e premette il grilletto.
Si sent un grosso BANG, e le luci giallastre divennero di un rosso
terroso. La guida s'inginocchi vicino a lei e l'afferr al volo mentre
si accasciava.
Benedetta ragazza, mormor la guida. Benedetta ragazza.
Mi resi conto di essere l l per vomitare.
Dopo fu il turno di un finto pronto soccorso, in cui una donna
coperta di sangue per via di una pillola abortiva supplicava Dio di
concederle la grazia e il perdono in punto di morte. Seguii l'intera
faccenda solo distrattamente, cercando con tutto me stesso di non
vomitare nel bel mezzo della struttura. Recuperai l'autocontrollo
soltanto nella stanza successiva. Era rivestita da una lamina dorata,
e una musica eterea risuonava da alcune casse nascoste dietro una
croce imponente. I personaggi dei siparietti precedenti si aggiravano
con i volti illuminati di meraviglia.
 bellissimo, disse la ragazza della pillola abortiva. Una cosa
cos non l'ho mai neppure sognata. Era talmente vicina a me che
riuscivo a sentire l'odore della vernice rossa sui suoi pantaloni.
Questo  il paradiso? chiese Miranda.
Lo , figlia mia, tuon una voce dalle casse. Dimmi... hai ubbidito
ai miei comandamenti e hai accolto mio Figlio nel tuo cuore?
Lo hai custodito l per tutti i tuoi giorni e ti penti dei tuoi peccati?
Miranda e gli altri balbettarono delle scuse. Erano stati sviati, mal
consigliati, avevano dubitato. Piombarono nel silenzio e fecero largo
alla ragazza dell'aborto, permettendole di avvicinarsi alla croce.
Da bambina andavo in chiesa, raccont, ma ho smesso quando
i miei genitori non mi hanno pi obbligata. Sono cresciuta fuori dalla
tua grazia e dal tuo amore, e ridevo quando le brave persone cercavano
di fare qualcosa per me. Ma poi ho fatto sesso non protetto con uno
sconosciuto, ho preso una pillola per interrompere la gravidanza e
qualcosa  andato storto. Non riuscivo a fermare l'emorragia, e il nome
di tuo Figlio  stato l'unico che mi  venuto da invocare.
Bentornata, figlia mia, tuon il vocione. Sotto la croce si apr
una porta, e la ragazza la varc. Quando gli altri cercarono di seguirla,
tuttavia, la porta si chiuse di botto.
E noi? domand Miranda.
Voi da vivi mi avete rinnegato, disse la voce disincarnata, e
ora, nella morte, sono io a rinnegare voi. Andatevene, vi dico! La
stanza sprofond nel buio.
Finalmente! starnazz la guida dietro di me.  la resa dei conti!
Una luce rossa si lev alla base delle pareti. I personaggi a cui era
stato negato il paradiso si misero lentamente a girare.
Cosa succede? chiese Miranda.
 tempo di andare a casa, tesoro, disse la guida. Addosso,
ragazzi!
Un'orda di figure mostruose schizz fuori da dietro i tendaggi.
I dannati si dibattevano e gridavano mentre venivano trascinati via.
Miranda fra tutti fu quella che si oppose pi strenuamente, si lanci
in avanti e perse l'equilibrio. Atterr a quattro zampe di fronte a me,
e i nostri sguardi s'incrociarono. Il panico e lo sgomento sparirono
dal suo viso, rimpiazzati da un genuino stupore. Mi fissava con la
bocca mezza aperta mentre i demoni l'afferravano per le braccia e la
trasportavano dove nessuno poteva vedere.
Bene,  stato davvero divertente, comment la guida, ma io vi
lascio qui. Spero di rivedervi presto tutti quanti! Ridacchi seguendo
i suoi sgherri fuori dalla stanza.
Si apr una nuova porta, e sulla soglia contornata da luci fluorescenti
apparve una donna in jeans e maglietta. Da questa parte, prego.
Dopo tutte quelle urla, la sua voce calda e gentile fu un vero balsamo.
Il gruppo deflu in una stanza finale rivestita da pannelli di legno
e da una moquette grigia. Un uomo alto e austero si trovava fra due
porte all'altro lato della stanza.
Allora, come ve la passate? domand.
Nel gruppo di giovani ci fu uno scambio di occhiate furtive, le
risate nervose lo attraversarono come un'onda.
L'uomo austero ci lanci uno sguardo, probabilmente studiato
per apparire comprensivo. Vedo la stessa espressione tutte le sere
e, credetemi, ora che vi siete lasciati alle spalle gli estremi confini
dell'inferno, mi piacerebbe offrirvi un po' di sollievo. Ci che avete
visto stasera  l'immarcescibile ed eterna verit assoluta dell'universo.
Di cose brutte ne succedono di continuo. Le persone soffrono. Muoiono.
E quando muoiono senza Ges nel cuore sono condannate a un
eterno abisso di dolore e sofferenza. Fece una pausa, congiunse le
mani e osserv con attenzione le nostre facce. Potreste essere investiti
da un automobilista ubriaco mentre tornate a casa. Un tossicodipendente
potrebbe introdursi in casa vostra stanotte stessa e uccidervi
per rubare il contenuto del vostro salvadanaio. Ges potrebbe fare
ritorno domattina e portare i fedeli in paradiso prima ancora che la
vostra sveglia si metta a squillare. Non potete saperlo. La domanda
che dovete porvi : se una di queste cose dovesse capitare, io sarei
pronto? Potreste guardare negli occhi Ges nel giorno in cui verrete
giudicati, e dirgli in verit che siete vissuti e morti nella Sua grazia?
S'interruppe di nuovo, dandoci il tempo di riflettere sulla domanda.
Poi riprese: Ci sono due porte qui dietro di me. Quella alla mia destra
conduce a una stanza piena di brava gente che vi aspetta per pregare
insieme, e rester aperta per i prossimi sessanta secondi. La donna
dalla voce gentile che ci aveva accompagnati l apr la porta per la
stanza della preghiera e vi entr con le mani giunte.
Ne avevo abbastanza. Mi staccai dal gruppo e mi diressi verso
la porta a sinistra, che si apr sull'aria fresca della sera e si richiuse
sbattendo sulla voce dell'uomo, un saluto di commiato che mi persi.
A fare da navetta per riportare la gente al parcheggio c'era un carro
da fieno, ma io preferii andare a piedi. Attraversai il campo al buio
con le mani in tasca, stretto nelle spalle.
Perch mi ero sottoposto a un'esperienza simile, tanto per cominciare?
L'avevo fatto perch il Wandering Dark era in difficolt.
Negli ultimi due anni avevamo venduto sempre meno biglietti, e in
quel periodo era raro che il parcheggio si riempisse anche solo a
met persino il sabato sera. La clientela era formata pi che altro da
famiglie con bambini, e i pochi ragazzi o adulti che si presentavano
sembravano disorientati e poco entusiasti, come un pubblico sotto
l'effetto di un antipsicotico.
Mamma voleva chiudere, aveva anche gi ricevuto alcune offerte
per vendere il posto, ma io le avevo chiesto un paio di serate per indagare
sulla concorrenza. Volevo vedere chi ci stesse portando via il
lavoro, e cosa avremmo dovuto fare per riconquistarlo.
Nell'ultima settimana avevo visitato tre attrazioni tipo casa infestata,
ovvero Blood Bath, un raccapricciante posto splatter a Dallas; House
of Scares, una serie di mini-ambienti spettrali a misura di famiglie, e
adesso Inferno, ovvero un distaccamento di una gigantesca chiesa di
Mansfield in cui veniva rappresentato l'oltretomba dei cristiani, e in
cui i canoni del genere erano stati distorti a fini religiosi. Avrei dovuto
alzare gli occhi al cielo e farmi una risata, ma mi sentivo scosso,
destabilizzato. Non riuscivo ad allontanare l'immagine di Miranda,
la ragazza che dopo lo stupro si suicidava. Mentre la trascinavano
all'inferno mi aveva guardato implorante.
...
.
...
CAPITOLO 2.
...
.
...
Quando rientrai a casa, mamma era gi a letto. Salii in camera mia,
e non appena fui dentro agguantai la pietra nera che tenevo appesa al
collo. Chiusi gli occhi, mi concentrai e quando li riaprii mi trovavo
nella radura in mezzo alla foresta scura. L'aria era densa e fetida, gli
alberi neri e fitti come pennellate in un dipinto impressionista.
La porta si apr prima ancora che potessi bussare, e lei era l, con la
veste dischiusa che lasciava intravedere una striscia di carne che partiva
dall'incavo della gola e arrivava al ciuffo rosso del monte di Venere.
Ecco Leannan Si, mi disse.
Leannan Si. Pronunciato Liannon Si. Un nomignolo, un gioco fra
di noi, preso a prestito da un libro di fiabe celtiche: Leannan Si era una
splendida donna fatata che sceglieva un mortale come amante. Avevo
proposto quel nome per poterla chiamare in qualche modo, per non
pensare pi a lei come al mostro, alla creatura, o all'Amico,
per ridefinire la nostra relazione fuori dai confini di Danny and the
Dinosaur o di E. T.
Leannan Si, per far sembrare tutto meno strano mentre la trasportavo
in braccio gi per le scale fino al letto. Leannan Si, mentre la posavo
sulle coperte, mi inginocchiavo e le allargavo le gambe. Leannan Si,
scandito dalla mia lingua mentre lei mi tirava i capelli. Leannan Si,
con le sue cosce strette intorno alla mia testa e il mio naso schiacciato
contro di lei, mentre il suo corpo di colpo si bloccava e lei urlava.
Leannan Si, mentre senza fiato salivo sul letto, mi sbarazzavo dei
pantaloni e scivolavo dentro di lei. Leannan Si, i suoi denti contro il
mio orecchio, le sue caviglie agganciate ai miei lombi. Leannan Si,
che mi stringeva e sussurrava Bravo, bravo ragazzo mentre in un
caleidoscopio dorato mi frantumavo in decine di minuscole supernove.
Leannan Si.
Eravamo distesi, aggrovigliati, sudavamo nell'aria umida. Tre anni
cos. Erano tre anni che mi recavo in quella casetta in una piccola
radura di un altro mondo, tre anni che passavo parecchio tempo con
lei in quel letto. Lo consideravo strano? Non  che smaniassi all'idea
di annunciare la nostra relazione a tutti quanti, e a quel punto, un
anno e rotti dopo aver finito le superiori, cominciavo a chiedermi se
una situazione simile fosse praticabile sul lungo periodo, ma non lo
facevo spesso.
Per la maggior parte del tempo me la godevo, e la mia passione
per Leannan continuava a essere bruciante, perdurando come mai
all'umana passione sembrerebbe capitare.
Abbandonai la testa sul suo ventre candido e osservai la tela sul
cavalletto, che ritraeva due figure sul pendio di una collina, sotto
un cielo in cui erano mischiati giallo, granata, blu e nero. Una luna
crescente e una stella bislunga imperfetta incombevano nel cielo, e
una seconda stella era distesa al suolo. Non avrei saputo dire che cosa
volessero rappresentare le due figure, quella a destra sembrava un animale,
curvo e avvolto in qualcosa di giallo, con la testa grigio-viola a
forma di apostrofo. Aveva l'occhio di un alieno, che dotato di palpebra
solo in basso fissava il cielo senza tradire nessuna espressione. La
figura a sinistra richiamava un fiore con un ampio fusto e due steli
che culminavano in due diversi boccioli: uno aveva le ali, l'altro era
una vulva purpurea. Dietro alla vulva, quasi mimetizzata nel dipinto,
c'era la sagoma di una donna, con i fianchi che arrivavano fino al seno
tondeggiante. Mi venne in mente la Miranda che lavorava all'Inferno.
Doveva essere altrettanto formosa.
Come ti sembra? mi chiese Leannan, cogliendomi alla sprovvista.
Mi tirai su a sedere, fingendo di cercare una migliore prospettiva
da cui osservare. Non sono certo di capirlo.
Si tir su anche lei, e mi appoggi il mento sulla spalla. Non 
un codice da decifrare.  un dipinto. Basta dire a cosa fa pensare e
come fa sentire.
E tu cosa pensi e come ti senti guardandolo? le chiesi.
Non rispose subito, sembr concentrarsi. Penso a te. Non suon
come una bugia, ma non era del tutto la verit. Era una via di mezzo,
come spesso avevo avuto modo di notare. La prima volta che l'avevo
sentita parlare avevo dato per assodato che i misteri che la riguardavano
si sarebbero diradati, ma non ero pi vicino al cuore della faccenda
in quel periodo di quanto non lo fossi nel 1999. Non sapevo ancora
come si chiamasse davvero, quanti anni avesse, e tantomeno che cosa
fosse. Non sapevo dove si trovasse quella casa, o come con la pietra
che avevo al collo riuscissi a superare la distanza che separava il mio
letto dalla porta di Leannan.
Accorgendosi che la conversazione si stava spostando su un terreno
a lei sgradito, si alz e si avvicin a una credenza.
Hai fame? Ho qualcosa da mangiare per te. Recuper una ciotola
di mele e me la mise davanti.
Ne addentai una e mi resi conto di avere appetito, anzi, che morivo
di fame. Ne divorai due mentre lei mi guardava. Quando ebbi finito,
riport nella credenza i torsoli e le mele avanzate. Non so cosa ci
facesse con quegli scarti. Li nascondeva sempre nella credenza e la
volta dopo, quanto tornavo, non c'erano pi. Un ennesimo mistero
da aggiungere alla lista.
Mentre riponeva le mele, un rombo sordo risuon in lontananza.
Leannan si irrigid. Raccatt la sua veste da terra e se la richiuse
intorno alla vita.
Cosa... iniziai a dire, ma lei schiocc le dita per zittirmi. Il rumore
si fece pi intenso, pi profondo. Il terreno cominci a vibrare,
e subito dopo la casa inizi a tremare. Il cavalletto si scuoteva tutto, il
dipinto si ribalt in avanti. L'interno del mio cranio si mise a ronzare.
Leannan balz sul letto e mi avvolse con braccia e gambe. Era calda,
come se avesse la febbre, braccia e gambe sembravano cavi di metallo
incandescenti. La vibrazione prosegu costante ed esasperante fino
a che non fece la sua comparsa un nuovo suono, quattro note lente,
come un canto pigro e sonnecchiante di balena. Il rombo si attenu e
poi si interruppe. Leannan mi tocc le guance e lasci che staccassi
la mia testa dal suo collo.
Stai bene? domand.
S, grazie.
Mi volt la faccia da una parte e dall'altra, scrut il mio occhio
buono. Sicuro? Non ... cambiato niente? Non hai niente di rotto?
No, sto bene.
Mi lasci andare e ci mettemmo a sedere. Era come se la casa
fosse stata ribaltata e poi agitata. Simili a testimoni rimasti a bocca
aperta, gli armadietti erano spalancati, e il pavimento era sepolto
sotto un insieme eterogeneo di stoviglie rotte, stracci, radici essiccate,
blocchi d'argilla, fogli e matite. Il dipinto era accanto al letto, intatto
ma ammaccato da una parte.
Merda, feci.
Lei sospir ma mi fece segno di non preoccuparmi. Non  un
problema.
Permettimi almeno di aiutarti a rimettere in ordine. Feci per
alzarmi e lei mi afferr per un braccio.
Non ho bisogno d'aiuto, ma grazie per avermelo offerto. Rest
seduta, con la mano stretta come una morsa sul mio braccio. Sembrava
sconvolta. Spaventata.
Ma cos' successo? indagai.
Non lo so. Nel suo tono di voce non colsi una verit parziale,
stavolta. Colsi invece una menzogna bella e buona.
...
.
...
CAPITOLO 3.
...
.
...
Dormii male nel mio letto, inseguito negli incubi da un invisibile
leviatano, e quando mi svegliai il sole era gi alto nel cielo. Sul comodino
la sveglia segnava le 11,30. Imprecai. Avrei dovuto vedermi
a pranzo con Eunice a mezzogiorno.
Arrivai al locale con dieci minuti di ritardo e la trovai seduta nella
veranda. Leggeva un libro di Tami Hoag e sorseggiava un Mimosa.
Mentre mi sedevo mi guard storto.
Lo so, lo so, dissi alzando le mani in segno di resa. Ho dormito
troppo.
Dio non voglia che prima o poi tu sia costretto a lavorare a tempo
pieno, fu il commento di mia sorella. Bevve ci che restava del suo
Mimosa. A ogni modo, grazie per essere venuto.
Figurati, replicai. Fu il commento pi valido che riuscii a
elaborare. A dire Non sarei mai potuto mancare o Mi fa piacere essere qui
non ce l'avevo fatta. Bench fossimo teoricamente in buoni rapporti,
fra noi c'era una certa tensione, da quella sera in cui le avevo rubato la
macchina e lei aveva tentato il suicido. Dopo aver passato due mesi in
una struttura psichiatrica imbottita di farmaci, si era ritirata dall'universit,
aveva rimediato un attestato da assistente legale e si era messa
a lavorare per uno studio di Fort Worth. Se n'era andata di casa, aveva
trovato un appartamento vicino al posto di lavoro, e anche se tornava
a trovarci ogni due settimane le nostre conversazioni erano sempre e
solo cordiali, non ci lasciavamo mai andare. Si lamentava parecchio
del suo capo, un arrogante signor so-tutto-io, e continuava a tenere
d'occhio l'orologio, come se io o mamma fossimo un'incombenza
da sbrigare in fretta al pari di qualsiasi lavoro. Con s portava sempre
un dolce - una torta, dei biscotti, dei cupcake - e l'intenzione era di
regalarlo a mamma, ma di solito lo spazzolava lei.
Ne faccio cenno non per giudicarla, ma perch quella fame costante
ed eccessiva coincise con l'interruzione della scrittura. Quando
veniva a trovarci, di solito le chiedevo se stesse lavorando a qualcosa,
e mentre le prime volte si giustificava in qualche modo, alla fine non
appena tiravo fuori l'argomento diceva semplicemente: No. Quella
risposta negativa la esprimeva con fin troppa disinvoltura, come se le
stessi chiedendo che tempo facesse.
Le voci non mi parlano pi, diceva. Sto facendo del mio meglio
per andare avanti.
Circa un anno dopo l'ospedale, ricominci a uscire con qualcuno.
Ne sarei stato elettrizzato, se non che Eunice aveva iniziato a frequentare
uomini e, dopo pochi mesi, li aveva drasticamente ridotti
fino a frequentarne uno solo: Hubert Sangalli, il vecchio amico delle
elementari che aveva perso di vista tanto tempo prima. Si erano ritrovati
abbinati in un appuntamento al buio, e dopo essersi riconosciuti
con grande stupore da parte di entrambi, avevano bruciato le tappe
del corteggiamento, il che aveva comportato anche, dopo appena due
settimane, un pellegrinaggio per presentarlo a mamma e a me.
Hubert era alto e smilzo, con un brutto riporto biondo e occhi di un
azzurro acquoso. Aveva un che di deforme, come se fosse stato infilato
in una di quelle macchine che schiacciano le monetine per stamparci
sopra un'immagine, solo che la sua non si era impressa a dovere.
Il giorno in cui lo incontrai, lui a mezza voce parl di fortuna, sorte
e destino. Eunice era seduta al suo fianco, gli teneva la mano ostentando
un sorrisetto modesto che pi che concorde sembrava indulgente. Sei
mesi dopo erano ufficialmente fidanzati, e ormai mancava soltanto un
mese alle nozze. Eunice e io ci eravamo visti a pranzo per discutere
dell'addio al celibato di Hubert, di cui io, che avrei fatto in pratica
da testimone mio malgrado, avrei dovuto occuparmi.
Lo sa Hubert di questo nostro incontro? le chiesi. Di solito lo
sposo e il testimone l'addio al celibato lo organizzano senza la sposa.
Non fare l'idiota, replic Eunice. Lo sai che  timido. Tu gli
piaci, ma sei anche uno che mette gli altri in soggezione. Sventol
una mano per richiamare l'attenzione del cameriere.
Questa  una cazzata, ribattei.
Eunice non fece commenti al riguardo. Il cameriere ci raggiunse,
e di nuovo mi sentii addosso gli occhi di un estraneo che mi riconosceva
e mi esaminava. Se anche Eunice ci fece caso, non disse nulla.
Ordin un altro Mimosa.
Cosa avrebbe in mente Hubert? indagai, intendendo in realt:
Tu cosa avresti in mente?
Lui non beve, quindi il fatto che tu non abbia ancora l'et per
farlo non sar un problema.
Notai che il nostro cameriere stava parlando con un altro cameriere.
Entrambi si girarono a guardarmi, poi, rendendosi conto che li
osservavo, si girarono di nuovo.
E se ci orientassimo su un addio al celibato standard? proposi,
tornando a concentrarmi sulla cosa. Un locale di spogliarello? Non
ne avevo mai visto uno ed ero curioso.
Hubert si agita anche quando uno sconosciuto gli taglia i capelli.
Non riesco a immaginare come potrebbe reagire in un posto pieno di
donne nude che cercano di toccarlo.
Una nobile considerazione da parte tua.
Vaffanculo.
Quindi niente alcol e niente spogliarelliste, dissi. Ma cosa
potrebbe piacergli?
Il parco dei divertimenti. Minigolf, montagne russe, go-kart e
poi una bella cenetta. Magari un film, se esce qualcosa di buono.
Cio gli piacerebbe la festa di compleanno di un bambino di
dieci anni?
Fra un mese diventer tuo fratello, mi fece presente. Che ne
dici di renderlo felice e basta? E cerca di non prenderlo apertamente
in giro mentre lo fai. Per me significherebbe molto.
D'accordo, dissi senza arrivare a scusarmi. Ci penso io.
Ottimo, concluse Eunice. Mi diede un elenco di uomini che conosceva
Hubert, non necessariamente amici, che sarei probabilmente
riuscito a riunire per la festa. Una volta venuti a capo dell'ordine del
giorno, mia sorella mi chiese di me e del Wandering Dark. Le raccontai
di come stavo spiando la concorrenza in cerca di idee.
E hai trovato niente che valga la pena rubare? mi chiese.
Non ancora. Quello che fanno loro, noi lo facciamo gi meglio.
L'unica cosa che li distingue  che non sono noi. Se ci rinnoveremo,
dovremo contare solo sulle nostre forze.
Hai qualche idea?
Mi piacerebbe creare un'esperienza pi coinvolgente, risposi.
Qualcosa che vada al di l di un giro a piedi condito con spaventi di
bassa lega. Un luogo in cui la gente potrebbe passare la notte, come
un bed and breakfast infestato dagli spettri o un motel dove capitano
abitualmente robe strane. E, a seconda del livello di spavento che
richiedi, avrai un'esperienza che va dal "semplice brivido" al "vagamente
destabilizzante" fino alla "paura autentica per la propria vita".
Eunice inclin la testa, imperscrutabile dietro agli occhiali da sole.
Che c'? le domandai.
Nulla. Serr le labbra. Pap aveva avuto un'idea simile, appena
prima di morire.
Erano anni che nessuno tirava in ballo pap con me.
Non so quanto abbiano approfondito la cosa, continu Eunice.
Mamma ci lavorava con pap per passare il tempo, ma lui
era gi pi di l che di qua. Mamma sosteneva che fossero solo
sciocchezze, le aveva buttate gi solo per rallegrarlo un po'. Roba
da pazzoidi.
...
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...
CAPITOLO 4.
...
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...
Mi vidi con mamma pi tardi nel pomeriggio, nel reparto costumi
del Wandering Dark. Mentre parlavamo continu a lavorare, stava
riparando l'ultima versione del mio costume da mostro; robusti fili
neri e rossi tenevano insieme strisce di pelliccia di varie tonalit, che
andavano da un quasi nero a un marrone sbiadito bordato di giallo.
Fra i capelli di mia madre c'erano ormai grosse ciocche grigie, e le
borse erano fisse sotto gli occhi verdi. Sul volto, zampe di gallina
e rughe del sorriso erano pi marcate. Aveva compiuto cinquantaquattro
anni, ma le lenti bifocali appollaiate sul suo naso la facevano
sembrare pi vecchia.
Le feci il mio resoconto camminando avanti e indietro, raccontandole
quello che avevo gi detto a Eunice, e la mia teoria secondo cui
il vero problema era che facessimo qualcosa di ormai inflazionato.
Pu essere, replic. E un po' come gestire un cinema in cui
ogni giorno per tredici anni viene proiettato lo stesso film. Guard
il costume. Questo posto, comunque, sta cadendo a pezzi. I costumi
non si sono mai rovinati cos in fretta, giuro.
Magari potremmo fare qualcosa di completamente nuovo, suggerii.
Mia madre appoggi il costume e si raddrizz sullo sgabello.
Mi  venuta l'idea di un hotel infestato, ed Eunice mi ha detto che
tu e pap avevate pensato a una cosa simile pi o meno quando sono
nato io, al che mi sono detto che magari, se tu mi facessi dare un'occhiata
ai suoi vecchi appunti...
Inizi a fare di no con la testa prima che completassi la frase.
Ero pronto a litigare, ma non a quello che mamma fin per dire: Ho
buttato tutta quella roba anni fa.
Smisi di camminare avanti e indietro. Perch?
Si tolse gli occhiali e si strofin gli occhi. Prova a immaginare in
casa tua una scatola che  l solo per ricordarti il momento peggiore
e pi doloroso della tua vita. Tu l'avresti tenuta?
Avresti potuto nasconderla in soffitta e darla a Eunice quando si
 trasferita. O se no avresti potuto darla a me.
Si rimise gli occhiali. Quel che ho fatto ho fatto. Non posso
tornare indietro.
Di pap io non ho mai visto neanche una foto, dissi. Ne avrei
vista una, a un certo punto, ma undici anni dopo.
Guardati allo specchio e ti farai un'idea di com'era, replic
mia madre. E anche se io avessi ancora quella scatola, non farebbe
differenza. Mi avevi promesso qualche trovata con cui salvare questo
posto, ma te ne torni qui a propormi di costruire da zero un luogo
completamente diverso, che costerebbe una fortuna e che probabilmente
sarebbe illegale. Ma lasciando da parte il denaro e la legge, dai
per scontato che m'interessi costruire qualcosa di nuovo. Ho iniziato
questa attivit nel 1989 per salvare la nostra famiglia dalla miseria.
Per un po' si  rivelato un buon modo di fare soldi. Per te ed Eunice
significava molto, ed  stato un bel tributo a Sydney. Ma adesso di
soldi questa attivit non ne produce pi e, a quanto pare, tu non hai
nessuna idea sensata per risolvere il problema. Il mio consiglio  di
goderti le tue ultime settimane qui. Goditi tutto quanto e digli addio.
...
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CAPITOLO 5.
...
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...
La feci finita con lo spionaggio industriale e tornai a essere il mostro.
Era sempre un piacere, attenuato per dalla tristezza, visto che stava
per finire. Come con Leannan, cercavo di evitare i ragionamenti a
lungo termine, ma in questo caso era dura, mi era rimasto infatti
davvero poco tempo per mietere urla e terrorizzare gli sconosciuti.
Una sera, pi o meno una settimana dopo essere tornato al lavoro,
ficcai la testa in una specie di obl sulla parete, e nello Studio
del Professore, in mezzo a un nugolo di visitatori, vidi la cosiddetta
Miranda dell'inferno. Vedendomi apparire, quegli sconosciuti fecero
un salto e si misero a strillare. Miranda no. Lei si tir un po' indietro
e socchiuse gli occhi, come se cercasse di vedere meglio. Che non
avesse fatto una piega mi sconcert, e arretrai sparendo nel mio labirinto.
Pi tardi, quando sbucai nella sala da ballo con l'obiettivo
di catturare un Brad, mi fermai accanto a lei. Le fiutai un gomito e
feci scorrere il naso lungo il braccio verso l'alto, superai la spalla, il
collo, e bloccai la mia faccia proprio davanti alla sua. Il suo respiro
continu a essere calmo e regolare. Non aveva nessuna paura di me.
Ehi! farfugli il Brad di turno, che sembrava confuso ma cercava
di rispettare la sua parte. Lasciala stare!
Il suo vero nome era Jimmy, un ragazzo magrolino con poco carattere
a cui era stata affidato un personaggio fuori dalle sue corde.
Mi mise una mano sulla spalla come per spintonarmi, e passammo
alla nostra zuffa secondo programma. Prov a colpirmi con un pugno,
e io lo strozzai fino a fargli perdere conoscenza, per poi rintanarmi
con lui nel mio labirinto.
Una volta che fummo soli e lo ebbi aiutato a rimettersi in piedi,
Jimmy disse: Non credevo che potessi avvicinarti cos tanto ai clienti.
Nei panni del mostro non parlavo mai, e non iniziai a farlo in quel
momento.
 stato superspaventoso, non so se fosse il caso per, no?
Pi tardi, mentre stavamo chiudendo, lo trovai in sala relax che
parlava con un paio di ragazze. Quando mi vide s'interruppe e le ragazze
mi lanciarono un'occhiata e si girarono di nuovo. Mi torn in
mente il pranzo con Eunice, e l'attesa in coda all'inferno. Nel 1999
mi avevano definito un eroe, ma quella luce aveva smesso di brillare
in fretta, e al suo posto era arrivato questo: la gente a disagio che
distoglieva lo sguardo. La netta sensazione di essere un diverso, di
essere fuori dal gruppo. Era come se fossi una calamita che attirava
tragedie, e nessuno volesse avvicinarsi troppo.
Mi chiedevo se fosse davvero il Wandering Dark a essere sull'orlo
del fallimento. Forse ero io. Forse l'attrazione stava affondando semplicemente
perch ci lavoravo io. A far sentire le persone parecchio
a disagio bastava la mia presenza.
Aspettai che i ragazzi fossero andati a casa prima di lasciare l'edificio.
Mi stupii di trovare Miranda nel parcheggio, saltellava da un
piede all'altro e sembrava nervosa.
Noah Turner? domand.
S, risposi, convinto che di l a poco mi sarei sorbito la ramanzina
di una fanatica cristiana, che sapevo di meritare. Mi venne
in mente solo dopo che dentro il Wandering Dark indossavo il mio
travestimento, non aveva quindi motivo di collegarmi al mostro. Ero
indissolubilmente legato alla mia seconda pelle solo nella mia mente.
Invece di darmi una strigliata, mi tese la mano. Megan Gaines,
si present.
Ci stringemmo la mano. Cosa posso fare per lei, signorina
Gaines?
Megan. E, se devo essere onesta, lavoro in un'altra casa infestata
della zona...
Inferno, dissi. Ho visto il vostro spettacolo la settimana scorsa.
Giusto, conferm. Mi sembrava di averti gi visto. Ovvio.
Quanti altri clienti vedeva con una benda da pirata su un occhio?
Sembrava inoltre che mentisse, e che fosse consapevole che io l'avessi
notato. Cosa stava succedendo? Non lo sapevo, sentii per in
automatico l'istinto di levarla dall'imbarazzo e metterla a suo agio.
La tua interpretazione  stata toccante, dissi (ed era vero), e
sono stato colpito da tutta la struttura (falso). Hai per caso voglia
di andare a bere un caff e chiacchierare un po' di lavoro?
Megan spost le labbra chiuse a destra e a sinistra sui denti, come
se si stesse sciacquando la bocca con il collutorio.
Io non bevo caff, dichiar infine. Per sto morendo di fame.
Ti piacciono i waffle?
...
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...
CAPITOLO 6.
...
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...
Finimmo in una tavola calda aperta tutta la notte, piccola,
illuminatissima, unta oltre ogni dire, e ci sedemmo a un tavolo vicino alla vetrina
che dava sulla strada deserta. Megan ordin un mucchio di waffle,
salsicce e succo d'arancia. Io presi uova, pane e caff.
 stata la tua prima volta al Wandering Dark? le domandai.
Lei annu. Quando ero piccola, mia madre non mi ha mai permesso
di festeggiare Halloween, raccont, coprendosi la bocca con una
mano. Diceva sempre che era la festa del diavolo. Una celebrazione
pagana dell'occulto, riciclata dalle lobby americane e edulcorata
attraverso cartoni animati televisivi a tema. Diceva che era la prova
della crescente influenza di Satana nel mondo.
Non so se Halloween sia tremendo come pensa tua madre.
Pensava.  morta un paio d'anni fa.
Oh, scusa, mi dispiace.
Megan guard il cibo che aveva nel piatto. Posso farti una domanda
personale?
Certo.
Come mai quella benda sull'occhio?
Appoggiai la tazza. Davvero non lo sai?
Scosse la testa. Dovrei?
Aspettai, volevo vedere se avrebbe ammesso che mi stava prendendo
in giro. Non accadde.
 una lunga storia.
Hai altri impegni?
Le sciorinai la versione ufficiale, quella che avevo ripetuto cos
spesso e sempre in modo cos fedele da essere generalmente considerata
la verit. Le raccontai dunque di come io ed Eunice avessimo litigato,
di come le avessi rubato la macchina per fare un giretto, di come un
uomo di nome James O'Neil mi fosse venuto addosso a un incrocio;
raccontai che in quell'incidente avevo perso l'occhio, che nel furgone
di quel tizio avevo trovato dei sacchi della spazzatura con i resti in
decomposizione di Maria Davis e di Brandon Hawthorne, di come
James O'Neil avesse tentato di uccidermi e di come l'avessi scampata
per un pelo, di come per tornare a casa avessi vagato sotto choc tutta
la notte. Omisi alcuni dettagli. Per esempio che le forze dell'ordine
avevano lasciato correre sul fatto che guidassi senza assicurazione e
avessi abbandonato il luogo dell'incidente in fretta e furia; in fondo
avevo risolto involontariamente il caso dei bambini scomparsi e per
di pi mia sorella aveva tentato il suicidio. Non le raccontai che ero
stato chiamato a testimoniare perch l'accusa aveva chiesto la pena
di morte. Non le dissi che, sul banco dei testimoni, avevo tenuto gli
occhi bassi per non guardare in faccia James O'Neil. O che l'accusa
aveva messo in luce che l'uomo aveva rapito e ucciso anche Sydney,
dopo averci incontrato il giorno in cui la macchina di mamma aveva
preso fuoco. Non le dissi dei furgoni della stampa parcheggiati davanti
a casa nostra per settimane, e degli strani sguardi che attiravo di
solito andandomene in giro per la cittadina. Non le dissi di come, per
quanto fossi ufficialmente un eroe, la gente sembrasse sempre meno
a suo agio con me via via che passavano gli anni, come se fossi io in
realt il responsabile di sparizioni e omicidi.
Megan era protesa in avanti sulla sedia, e mi fiss con i suoi luminosi
occhi castani fino a che non ebbi finito di raccontare. Quando questo
avvenne, comment: Ricordo di aver sentito qualcosa al riguardo nei
notiziari, un paio d'anni fa.  strano incontrare qualcuno che l'abbia
vissuto davvero. Torn a guardare il piatto, ed ebbi l'impressione
che volesse dire altro ma all'ultimo secondo se la fosse fatta sotto.
Sputa il rospo, e indicandomi il polso le feci segno che il tempo
passava.
Tir un gran sorso dal succo prima di parlare. Non hai visto niente
di... strano, quella sera?
Pi strano di un folle con un furgone pieno di cadaveri?
Si irrigid, e mi pentii del tono che avevo usato. Megan stava
valutando se fosse il caso o no di dirmi qualcosa.
Non saprei, disse a un certo punto. Non mi sono mai trovata
vicino a un folle. Com'era? Diceva o faceva cose veramente assurde?
Ancora una volta, non era ci che avrebbe voluto dire sul serio. Che
cosa la frenava?
 stato come trovarsi in un sogno in cui tutto sembra normale,
eppure che qualcosa non va lo sai.  stato come annusare qualcosa
nell'aria prima che scoppi un grosso temporale. C'era qualcosa in
lui che non mi tornava, ma si comportava in modo abbastanza normale,
considerate le circostanze, fino a quando non ha tirato fuori
un coltello.
Aggrott appena la fronte, per disse: Suona terrificante. Non
era quello che avrebbe voluto sentire.
Dopodich si zitt. Riempii il silenzio con le mie domande e riuscii
a ricostruire una concisa biografia della ragazza: era cresciuta da
quelle parti, e dopo la morte della madre la Holy Spirit Church l'aveva
aiutata con le spese necessarie al trasferimento per il corso di teatro
alla Chicago University. In cambio, tornava tutti gli anni per dare una
mano con l'inferno. Aveva un permesso speciale dei professori, che
in un modo o nell'altro potevano catalogare il viaggio sia come un
dovere religioso, sia come un approfondimento personale nell'ambito
degli studi. Megan amava recitare, ma nutriva poche illusioni sul suo
futuro da artista. Si aspettava di finire a insegnare teatro alle superiori
o in un'universit pubblica.
Una volta spazzolato il contenuto dei nostri piatti, pagai il conto
e ci incamminammo verso il parcheggio.
Mi sono divertito, le dissi, perch in effetti mi sarebbe piaciuto
che fosse stato davvero cos.
Anch'io, replic lei.
Tirai fuori un biglietto da visita e glielo diedi. Se ti resta un po'
di tempo libero prima di tornare a Chicago, non mi dispiacerebbe
offrirti ancora qualche waffle.
Megan studi il biglietto e fece un sorriso forzato. Lo terr presente.
Avevo poche speranze che dicesse sul serio.
Solo quando rientrai a casa, mi venne in mente che non mi aveva
chiesto nulla sul Wandering Dark.
...
.
...
CAPITOLO 7.
...
.
...
Nei giorni successivi continuai a pensare allo sguardo luminoso di
Megan e al suo impassibile contegno, alla sua calma. Non mi ero reso
conto di desiderare cos tanto che qualcuno mi guardasse in maniera
normale, di quanto fossi affamato anche di un semplice accenno di
gentilezza. Controllai la segreteria telefonica del Wandering Dark e
la mia e-mail privata, sperando che si sarebbe fatta viva, il che mi
faceva anche sentire in colpa.
Dopotutto stavo con Leannan (qualsiasi cosa significasse in realt).
Quell'unico pasto con Megan non poteva essere considerato tecnicamente
un tradimento, ci andava per abbastanza vicino da farmi
sentire a disagio.
Non ebbi notizie, feci quindi del mio meglio per gettarmi la cosa
alle spalle. Cambiai le pile alla torcia elettrica del Wandering Dark,
sostituii i neon bruciati, rimpiazzai i cavi malridotti del nostro impianto
di amplificazione nascosto, tutto pur di tenere occupate le mani, e la
mente lontana dal fatto che stessimo per chiudere. Mi misi a spedire
richieste d'iscrizione al college. Se fossi andato a scuola, avrei potuto
ricominciare da capo da un'altra parte. Contattai anche i tizi della
lista di addio al celibato di Hubert. Implorai Kyle di raggiungermi per
avere qualcuno con cui chiacchierare, e lui mi rispose che s, sarebbe
venuto. Non ne parlava molto, ma credo che pur di essere fuori da
casa dei suoi in quei giorni ogni scusa fosse buona. Quando provavo
a tirare fuori l'argomento, Kyle scuotendo la testa diceva: Non lo
so cosa diavolo stiano combinando.
Quando a un certo punto andai a trovare Leannan, dopo quasi
una settimana di assenza, lei apr la porta prima ancora che bussassi.
Ecco Leannan Si, disse. Cominciavo a preoccuparmi.
La seguii dentro casa, mi tolsi le scarpe e mi sedetti sul letto. Mi
ero portato dietro un sacchetto del fast food e scartai un hamburger
per mangiare un boccone.
Non devi per forza aspettare che venga io, le dissi. Puoi venire
a trovarmi quando vuoi.
Si sedette accanto a me.  il periodo dell'anno in cui sei pi
impegnato.
Questo non ti ha mai impedito di venire, osservai con la bocca
piena.
Andava cos prima che t'insegnassi a usare questa. Leannan
tocc la pietra nera che mi pendeva dal collo. E sono stata impegnata
anch'io. Indic un nuovo dipinto sul cavalletto, simile a quello a cui
stava lavorando l'ultima volta che le avevo fatto visita. Quest'ultimo
ritraeva diverse figure vestite, in tonaca, su uno sfondo in cui si alternavano
sfumature slavate di giallo e di nero. Le figure erano riunite
sotto una luna crescente, e comunicavano sia paura sia cospirazione.
 inquietante, commentai.
Dall'ultima volta aveva fatto pulizia. Si era disfatta delle stoviglie
rotte, le radici erano appese in cucina ai loro ganci e aveva tolto dal
pavimento di legno la pittura che vi si era rovesciata. Solo sul vecchio
dipinto c'erano segni del terremoto. Era appoggiato in un angolo dietro
il cavalletto, e nella parte in alto a sinistra si era un po' scrostato.
Un vero peccato, commentai, indicandolo con un cenno del
mento.
Esistono cose che neanche io so aggiustare.
L'occhio morto mi pulsava nell'orbita. Ci sono stati altri terremoti?
le chiesi.
No.
Hai idea di cosa potrebbe averlo provocato?
Leannan si mise davanti al cavalletto, chinandosi fin quasi a toccare
la tela con il naso. Che cosa provoca i terremoti di solito? Saranno
state le placche tettoniche o qualcosa del genere.
E le note musicali quando  finito? le chiesi.
Sono rimasta spiazzata quanto te. Tir il laccetto che legava la
veste e la lasci cadere. Da dietro la spalla candida mi lanci un'occhiata.
Ti va di fare sesso?
Quella sera stranamente non ne avevo voglia. Leannan, dissi,
che cosa siamo noi?
In che senso? mi domand.
Voglio dire, siamo una coppia? Siamo sposati? Come funzioner
fra di noi con il passare del tempo?
Non sono sicura di aver capito.
Voglio dire, come sar il nostro rapporto fra dieci anni? O fra
venti?
Lei si volt, e le sue curve di colpo calamitarono la mia attenzione.
Perch dovrebbe essere diverso da come  ora?
Be', a un certo punto dovr pure andarmene da casa di mia madre.
In giro la gente mi guarda gi strano. Si chiederanno presto perch
non esco con nessuna ragazza. Inizieranno a chiacchierare.
E cosa te ne importa?
Non  solo questo. Prima o poi invecchier. Magari perder i
capelli. Magari diventer grasso. La vita passer anche per me, che
mi piaccia o no.
Si mise di nuovo a fissare il dipinto e poi abbass lo sguardo,
come se esaminasse il proprio corpo nudo. E questo che vuoi? mi
domand. Una vita banale?
Andare l era stato un errore. Invece di schiarirmi le idee su ci che
sentivo, ero ancora pi annebbiato. Ficcai l'hamburger nel sacchetto
e mi rialzai. Ho ferito i tuoi sentimenti. Me ne vado.
Si richiuse in fretta la veste e mi blocc prima che raggiungessi
le scale. Non c' bisogno che tu te ne vada. Possiamo passare del
tempo insieme anche senza fare sesso.
Lo so, replicai. Mi venne da spostarle la mano con cui mi tratteneva,
ma non lo feci. Oggi non me la sento di vedere nessuno.
Mi lasci. Ma fra me e te... va tutto bene, no?
Non riuscivo quasi a guardarla negli occhi. Certo, perch non dovrebbe essere cos?
...
.
...
CAPITOLO 8.
...
.
...
Il mattino dopo mamma entr in camera mia senza bussare, e vedendola
sottosopra fece una smorfia di disappunto.
Lungi da me strapparti ai tuoi sogni, disse, ma ho qualche
commissione da fare e prima di scordarmene volevo darti questa.
Mi pass un pezzo di carta ripiegato.  un messaggio per te, l'hanno
lasciato ieri sera in biglietteria.
La ringraziai mentre gi batteva in ritirata. Aprii il foglio e lessi
il messaggio.
Noah,
stasera sono passata al Wandering Dark per avere un bis, ma mi
hanno detto che  il tuo giorno libero. Mi spiace non averti rivisto.
Se ne hai voglia, comunque, domani sera mi trovo con alcuni amici,
potresti venire. Mi farebbe piacere parlare di nuovo.
Baci,
Megan
Toccai il foglietto e il mio cuore si mise a battere un po' pi forte.
La sera stessa, invece della solita combinazione maglietta-felpa
con cappuccio, mi misi una camicia e una giacca sportiva, dopodich
raggiunsi in macchina l'indirizzo che mi aveva lasciato Megan. Era
una casa in una delle varie e sterminate aree residenziali alla periferia
di Vandergriff, dove tutte le abitazioni appaiono ordinarie, o borghesi,
fate voi. Trovai Megan nel vialetto d'ingresso. Indossava un paio di
jeans e una camicia da uomo con le maniche arrotolate e il colletto
slacciato.
Aspettavi me? le chiesi, scendendo dalla macchina.
Affond le mani nelle tasche posteriori dei jeans. Non volevo
che ti perdessi.
Sembri in forma, constatai.
Grazie, replic lei, e si accomod una ciocca di capelli dietro
l'orecchio. Restammo l, sul vialetto in discesa. Nel punto in cui
si trovava, Megan era momentaneamente pi alta di me. Cercai di
trovare qualcosa da dire.
Lei spostava da una parte all'altra le labbra chiuse in quel modo
che mi piaceva. Ti comporterai bene, giusto? Sei un tipo a posto, s?
Quando non sono in costume.
Non parve rassicurata pi di tanto, ma mi fece comunque entrare
in casa.
L dentro sembrava ci vivesse una nonna: c'erano mobili rivestiti
con tessuti dai motivi fuori moda, mezzeri afgani drappeggiati sul
divano e sulla poltroncina, centrini aperti come fiori su miriadi di
superfici. Nel soggiorno, un gruppo di ragazzi e adulti (e una signora
dai capelli bianchi, che identificai come la proprietaria) stava radunando
in cerchio delle sedie e sistemando stuzzichini su un tavolino.
Quando entrammo, si bloccarono e ci fissarono.
Ciao a tutti, salut Megan, e la sua voce risuon nitida nel silenzio
che di colpo era calato. Lui  Noah Turner, e mentre diceva
il mio nome mi strinse le spalle.
La vitalit che regnava prima nella sala non torn, ma una donnina
dai capelli castani crespi si tocc sotto l'occhio sinistro, come se
sentisse l'ombra di un dolore al posto mio.
Un uomo ben piazzato con la barba fulva e un cappello da camionista
incroci le braccia all'altezza del petto. Le regole le conosci,
Megan.
Andiamo, Josh, replic lei.  un caso particolare.
Josh si lisci la barba. Lo stavano tutti guardando. A quanto pare
era a lui che facevano riferimento gli altri.
A me farebbe piacere che restasse, disse la donna pi anziana.
Ellen, le disse Josh.
Ormai  qui, replic la donna (Ellen), e, casomai te ne fossi
scordato, questa  casa mia. Quindi, a meno che tu non abbia
intenzione di restartene fuori per strada durante l'incontro, sbrigati a
trovargli una sedia.
Josh cedette. E va bene. Mi punt un dito contro. Ma tu non
parlare senza essere interpellato, e non raccontare a nessuno quello
che vedrai o ascolterai qui dentro. Ci siamo capiti?
Megan sbuff. Ha capito, Josh. Mi trascin verso una sedia
libera. Non farci caso, mi disse sedendosi accanto a me. Josh 
solo protettivo verso il gruppo. Vuole che tutti si sentano tranquilli,
lui compreso. Lui soprattutto.
Quale gruppo? domandai, ma non ricevetti alcuna risposta. Un
confuso senso di panico inizi a risvegliarsi in fondo al mio stomaco.
In che diavolo di posto ero finito?
I presenti presero posto nel cerchio. Contai otto persone, incluso
me. Guardavano tutti Josh. Lui chiuse gli occhi, e quando li riapr
appariva lucido e sereno. Appoggi sul tavolino un registratore, uno
di quelli a microcassette, e inizi a registrare.
Benvenuti nella sezione texana della Compagnia dei Dispersi,
un gruppo di persone che si aiutano a vicenda per venire a capo di
misteriose e inspiegabili sparizioni di persone care. Di solito si tratta
di incontri a porte chiuse, ma stasera abbiamo un ospite. Visto che
non sei membro della Compagnia, Noah, ti chiediamo di non parlare
nel corso della riunione a meno che tu non sia invitato a farlo.
Sollevai il pollice per indicare che avevo capito. Che palle quel
tipo, davvero.
Ci presenteremo adesso solo con il nostro nome di battesimo.
Ciao, io sono Josh, sono di Denton e ho perso una persona cara in
modo inspiegabile.
Ciao, Josh, risposero i presenti. Dopodich si presentarono
tutti a quel modo: Ellen di Fort Worth, Sarah di Rusk (la donnina
che vedendo il mio occhio era rimasta scossa), Laura di Athens (una
donna con il volto affilato e lunghi capelli lisci), Hector di Paris (un
ragazzo pi o meno della mia et), Eli di Houston (un adolescente
con i capelli verdi sparati) e Megan di Mansfield. Ognuno dichiar
di aver perso inspiegabilmente qualcuno.
La Compagnia dei Dispersi  un gruppo di uomini e donne che
condividono le proprie esperienze, le proprie energie e la propria
speranza, come qualsiasi altro gruppo di supporto spieg Josh.
Tuttavia, a differenza degli altri che solitamente aiutano la gente
ad accettare un lutto, una dipendenza o una diagnosi medica, noi
non predichiamo la catarsi tramite il dialogo, e non condividiamo
le nostre storie solo per creare solidariet. A nostro giudizio la catarsi
si pu raggiungere solo scoprendo la causa di ogni perdita e
mettendo a confronto le testimonianze. Se condividiamo le nostre
storie  perch i nostri compagni, ascoltandole, trovino spiegazioni,
dettagli che potrebbero aiutarci a risolvere una volta per tutte il
nostro problema comune.
A quel punto si rivolse di nuovo a me. Ricorda che hai giurato
riservatezza, quello che sentirai qui deve restare qui. Inoltre, niente
interventi mentre uno parla o interruzioni. Diede un'occhiata al
blocco che teneva in grembo. Sarah, vedo che stasera  il tuo turno
per condividere quello che ti  successo.
Tutti si girarono a guardarla. Eli, il ragazzino con i capelli verdi,
le rivolse un sorriso amichevole per incoraggiarla.
La mia storia la conoscete gi tutti, disse Sarah, ma far del mio
meglio per raccontarla come se non l'aveste mai sentita. Si schiar
la gola, emettendo un suono stranamente infantile. Mio fratello
Stephen  scomparso quando io ero al primo anno delle superiori e
lui al terzo. Era un bravo ragazzo, conosciuto da tutti e benvoluto.
Non era uno sportivo, ma comunque usciva con le cheerleader. Era
un gran lettore. Gli sarebbe piaciuto insegnare storia.
Mentre Sarah parlava, tutti nel cerchio prendevano appunti. Solo
io continuai ad ascoltare con attenzione la testimonianza a braccia
conserte.
La sera della sua scomparsa, Stephen era uscito con una ragazza
di nome Daisy. Aveva preso in prestito la macchina del padre ed era
partito da casa intorno alle sei. Sarah stava guardando la TV nella sua
stanza, non l'aveva quindi salutato e non aveva pi pensato al fratello
fino al mattino dopo, quando Daisy era tornata con la macchina del
padre di Sarah da sola. La macchina era a posto, Daisy per sembrava
uno straccio. A giudicare dai capelli pieni di foglie e sterpi era stata
nel bosco, e il trucco era sfatto, rovinato dalle lacrime. I genitori di
Sarah ci avevano messo un po' a ottenere qualche informazione sensata
dalla ragazza, e Sarah nel mentre si era trattenuta ai piedi delle
scale, origliando ci che raccontava Daisy.
Stephen era passato a prenderla la sera prima come d'accordo.
Avevano cenato fuori, ma dopo avevano fatto a meno del cinema e si
erano diretti invece nel parcheggio vicino al parco. Dopo circa venti
minuti Stephen aveva cominciato a sembrarle assente. Mentre si baciavano
continuava a staccarsi e a chiederle se avesse sentito qualcosa
di strano. Daisy non aveva sentito nulla. Stephen si era portato le mani
alle tempie innumerevoli volte, facendo smorfie come se soffrisse.
Le aveva descritto un rumore, quello di una spada che gli perforava
il cranio, e malgrado Daisy avesse fatto di tutto per impedirglielo* lui
era uscito dall'auto per dare un'occhiata intorno. Aveva attraversato
barcollando il parcheggio e con la testa fra le mani si era spinto oltre
il confine alberato, inoltrandosi nel parco.
Daisy aveva aspettato quasi un'ora, ma a un certo punto era scesa
dalla macchina e aveva ripercorso i suoi passi. Una volta nel parco,
aveva vagato fra gli alberi nell'oscurit, gridando il nome di Stephen
senza ricevere alcuna risposta. Per quanto conoscesse il parco piuttosto
bene, il buio l'aveva in qualche modo confusa, e solo all'alba
ce l'aveva fatta a uscire dalla boscaglia e a tornare alla macchina.
La seconda parte della storia mi suon sgradevolmente familiare.
I genitori di Sarah avevano chiamato la polizia, l'avevano cercato,
e nonostante avessero passato il parco al setaccio, del ragazzo non
avevano trovato tracce, nemmeno nel bosco, eppure a testimoniare il
passaggio di Daisy delle tracce c'erano.
Un'indagine in grande stile che aveva coinvolto Daisy, la famiglia
di Sarah e l'intera zona circostante aveva dato pi o meno gli stessi
sconfortanti risultati. Stephen era sparito, ma la storia aveva una terrificante
postilla: due anni dopo, il suo portafoglio era riapparso nel
banco frigo del latte di un piccolo supermercato a Topeka, nel Kansas.
C'erano ancora dentro la patente, la tessera della scuola, lo scontrino
della cena con Daisy, venti dollari in contanti e un pezzo di carta su
cui era stata scarabocchiata un'unica parola: DOLORE.
Avevo paura di guardare Megan, paura di ci che avrebbe potuto
confermarle anche un nonnulla della mia espressione. Perch ero
stato invitato l?
Grazie, Sarah, mormor Josh finendo di appuntare qualcosa
sul blocco. Per quanto ti  dato di sapere, quello che hai appena
affermato corrisponde a verit?
S, conferm la donna.
Non hai infiorettato o comunque modificato nessun dettaglio, allo
scopo di farci interpretare la tua storia in qualche modo particolare?
No, conferm di nuovo Sarah dopo un attimo di esitazione.
Josh si appoggi allo schienale della sedia e indic il resto della
sala. Allora diamo il via alle domande.
Tuo fratello in passato aveva sofferto di emicranie? le chiese
Hector.
Quando era pi piccolo, ma erano praticamente scomparse ai
tempi del liceo.
E Topeka? domand Laura. Aveva mai menzionato Topeka?
No, mai. Sarah su questo punto risult pi sicura.
Ci fu un attimo di silenzio, poi Josh chiese: Avete altre domande?
Sarah guard gli altri speranzosa, come se qualcuno stesse elaborando
una domanda la cui risposta avrebbe svelato l'intero mistero.
Il mio cuore s'intener un po' di fronte all'apertura che traspariva
dal suo viso, quel momentaneo anelito di speranza. M'imposi di
guardare a terra, temevo ancora che avrei potuto rivelare qualcosa,
che quegli estranei riuniti unicamente dalla perdita di una persona
cara avrebbero potuto dedurre qualcosa sul mio conto.
Che ognuno ci rifletta, disse Josh, e qualsiasi pensiero o idea vi
venga in mente fatela sapere agli altri. Procediamo, dovrebbe toccare
all'ospite di Megan.
L'attenzione collettiva dei presenti si concentr su di me, proprio
come avevo immaginato.
Che cosa dovrei dirvi sul mio conto? domandai.
Josh orient il registratore verso di me. Perch non cominci a
raccontarci con parole tue della sera in cui tua sorella  scomparsa, e
poi passi a quella in cui hai incontrato James O'Neil?
Cercai di incrociare lo sguardo di Megan, ma lei fissava i suoi
appunti come se avesse per le mani un testo di capitale importanza
e difficile da decifrare.
Secondo Megan hai qualche problema a parlare dei fatti di quella
notte, intervenne Ellen. Ma credimi, qui sei al sicuro.
Spiegami, disse Josh. Come pu la piccola scheggia di un
finestrino cavare un occhio a qualcuno?
Mi alzai dalla sedia, mi feci largo tra Eli e Hector, e corsi verso
l'uscita. Megan mi intercett mentre attraversavo il cortile e mi afferr
per un braccio.
Non andartene, disse. Ti prego.
Mi divincolai. Mia sorella non  scomparsa nel nulla.  stata
rapita e assassinata da James O'Neil. Quindi non ho i requisiti per
fare parte del tuo piccolo club. Raggiunsi la mia macchina. Megan
rest immobile sul marciapiede.
...
.
...
CAPITOLO 9.
...
.
...
Andai subito a trovare Leannan, facemmo sesso in modo scatenato,
quel sesso in cui ci si graffia la schiena e ci si tira i capelli. Cercai
di buttare fuori il mio imbarazzo e la mia frustrazione, e lei stette al
gioco, arrivando ad assecondare i miei spasmi sfregandosi contro di
me, con un'intensit brutale. Quando mi spinse oltre il mio limite e
mi abbandonai completamente, la mia coscienza si disintegr come
un fazzoletto di carta nell'acqua. Leannan si appoggi la mia testa
sul seno, accarezzandomi i capelli.
Non appena il mio battito si assest e il mio respiro si fece pi
lento, le strinsi i fianchi e la baciai in cima al seno. Leannan fece un
verso lieve di appagamento.
Con la testa sgombra, ripensai a come avevo reagito rispetto alle
domande della Compagnia dei Dispersi. Perch me l'ero presa cos
tanto? In parte dipendeva dall'atteggiamento arrogante di Josh e dal
fatto che mi avessero teso una trappola. In parte era anche imbarazzo
per aver frainteso l'interesse di Megan nei miei confronti. Ma niente
di tutto questo giustificava il panico che avevo provato all'inizio
dell'interrogatorio, quel campanello di allarme e il dolore che si erano
scatenati quando avevano accennato alla scomparsa di Sydney. Era
come se fossi stato pescato a fare qualcosa di brutto. Come se in un
certo senso fossi responsabile del dolore presente nelle loro vite, e
dovessi loro delle risposte. Perch io sapevo qualcosa. Sapevo che
esistevano creature della razza di Leannan, e che una di esse in un
modo o nell'altro era collegata a James O'Neil. Ma - sono sincero -
non mi era mai passato per la mente di chiedere a Leannan che tipo
di rapporto fosse.
A cosa pensi? mi chiese Leannan.
In quanti siete qui? La tua gente, intendo.
Non lo so.
Se dovessi fare un'ipotesi, pi di cento?
Senz'altro.
Pi di un miliardo?
Santo cielo, no. E le venne da ridacchiare.
Avete un nome con cui definirvi?
Hai un mucchio di domande stasera.
Vorrei sapere qualcosa in pi su di te.
Le cose importanti le sai. Sai dove vivo, conosci i miei due volti,
e sai che ti amo.
Ma non so neppure come ti chiami davvero.
Un nome me lo hai dato tu, disse. Mi spinse via, si alz, e si
diresse al cavalletto. C'era sopra il dipinto che avevo visto l'ultima
volta, le variopinte figure in tonaca raggruppate sotto un cielo nero e
una luna crescente, in preda a un terrore quasi religioso e supplicanti.
Mi appoggiai alla parete con la schiena. Ti ho fatto innervosire.
No. Ma continu a darmi le spalle. Non ti sto nascondendo
nulla d'importante, ma ci sono cose di cui  meglio non parlare.
Finalmente si volt di nuovo a guardarmi. Se non ti dico qualcosa,
 per proteggerti. Ti fidi di me?
Scusami, replicai, e dicevo sul serio. Per quanto strana fosse,
quella era l'unica relazione funzionale che avessi nella vita. Sono
incasinato con il matrimonio di Eunice. Devo organizzare, non so
come, una festa di addio al celibato per il suo stupido promesso sposo,
fare finta che lui mi piaccia e che tutto questo pasticcio mi renda
felice. Poteva anche non essere in cima alle mie preoccupazioni, ma
quel matrimonio era comunque una fonte d'ansia di tutto rispetto.
Leannan si ammorbid. Come sta Eunice? Sono anni che non
la vedo.
In un attimo il disagio s'impossess nuovamente di me. Non
sapevo che l'avessi mai vista, commentai.
Ho dormito nel tuo letto quasi tutte le notti per dieci anni. 
ovvio che l'ho vista.
Ma lei non ha mai visto te. Oppure ti ha visto, ma non me ne ha
mai parlato.
Non tutti possono vedermi. A meno che non sia io a volerlo.
Quindi quando ti ho visto la prima volta  stato perch mi hai
scelto?
Abbozz un sorriso. No, tu mi hai visto e basta. Tu sei unico.
Ma Eunice... non l'hai mai spiata di nascosto? O me, o mia
madre?
Perch avrei dovuto? Sai dove vivo, e mi vieni a trovare gi
abbastanza spesso. Verrei a dare un'occhiata solo se tu fossi sparito,
o se ti considerassi in pericolo.
Non sapeva quindi niente di Megan. Probabilmente era meglio
che le cose restassero cos.
...
.
...
CAPITOLO 10.
...
.
...
Qualche sera dopo, quando insieme a Kyle passai a prenderlo per
l'addio al celibato, Hubert ci stava aspettando nel portico di casa
sua. Era seduto su uno scalino, come un bambino troppo cresciuto
con i pantaloni color cachi e una camicia. La camicia era a quadretti
minuscoli, sembrava un foglio di carta millimetrata.
Ecco un uomo nato per fare il padre, osserv Kyle.
Uscito fresco dal provino, concordai.
L'uomo del giorno, Hubert, port con s uno speciale cd misto
da farci ascoltare, intitolato Musica per l'addio alla libert, e ce lo
descrisse come una specie di mix concettuale che tracciava il percorso
emotivo della sua storia d'amore con Eunice. Durante il tragitto
per il Fun Mountain, ascoltammo una serie di strazianti successi soft
rock, che culminavano con Higher dei Creed. Kyle e io evitammo
scrupolosamente di guardarci, sapendo che, se fosse successo, saremmo
scoppiati in una risata torrenziale e fuori controllo.
Davanti alla sala giochi del Fun Mountain, un antro viola e blu
pieno di ragazzini che infilavano a ripetizione gettoni nelle macchinette,
ci accolsero un paio di invitati. Sembravano tutti pi vecchi di
Hubert, gente con la pancia da birra e il piglio cordiale che hanno gli
uomini a proprio agio nel ruolo di padri, mariti e impiegati. Uomini
dal nome breve, mono o bisillabico, tipo Steve, Brian o Jack, tutti con
una stretta di mano decisa e volto appena distinguibile.
Li accompagnai al campo di minigolf che c'era dietro, e mi misi a
segnare i punti mentre giocavano sparando cazzate. Kyle s'inser nel
flusso dei discorsi senza sforzo apparente, e io mi resi conto allora
di quanto poco tempo nella vita avessi trascorso in compagnia dei
maschi. Anche se avevamo in comune la stessa struttura biologica,
li percepivo come una specie sconosciuta. Fanfaroni, chiassosi e
turbolenti, perfino quegli uomini grassi e quasi vecchi ostentavano
orgoglio e fiducia in se stessi, come se fossero i padroni del mondo.
Ma da dove veniva tutta quella fiducia? E da dove sbucava quell'innato
cameratismo?
Alla quarta buca, Hubert si defil dagli altri per venire a parlarmi.
Possono anche essere un po' rozzi, mi disse mentre Steve si chinava
a sistemare la pallina sul tappeto di gomma. Ma sono brave persone.
Steve fa volontariato per i senzatetto con la sua parrocchia, e Jack ha
adottato una bambina russa.
Mi concentrai sulla sgargiante tabella viola e arancio su cui segnavo
i punti. Sono amici tuoi, Hubert. Non sei tenuto a sciorinarmi
il loro curriculum.
Mi mise un braccio sulle spalle. Lo so. Eunice per mi ha detto
che non hai molti amici maschi. Se dai loro una possibilit, penso
che riuscirebbero a sorprenderti.
La sua mano che mi toccava mi fece venire la pelle d'oca. Sono
convinto che tu abbia ragione, dichiarai.
Non bast questo a farlo desistere. Che tu e io diventiamo amici
per me  importante. Tua sorella... lei per me  tutto. Hubert strizz
gli occhi, umidi dietro le lenti degli occhiali. Si mise a ridere e si
asciug una guancia. Scusa.  un periodo di grandi emozioni. Vedi,
io pensavo... Mi stavo abituando all'idea di rimanere solo per tutta la
vita, e quindi ritrovarmi con Eunice ha cambiato tutto... insomma...
A quel punto l'emozione lo blocc impedendogli di continuare, e si
asciug gli occhi con il dorso della mano. Avrei voluto provare disgusto,
ma contro la mia volont mi scoprii un po' commosso. Ecco
un uomo che faceva progetti a lungo termine. Paragonato a me, che
vivevo ancora a casa di mamma con un mostro da una botta e via e
un lavoro che sarebbe svanito alla fine del mese, era un modello di
et adulta.
State per baciarvi voi due? grid Jack. Scoppiarono a ridere
tutti, anche Kyle e Hubert, che finalmente lasci la mia spalla e s'incammin
verso la buca successiva.
Noah?
Quella voce mi ferm prima che potessi raggiungere il gruppo. Alla
mia sinistra c'era Megan, con una mazza da golf gettata su una spalla
come un fucile e una palla rossa chiusa nella mano destra come una
granata. Sembrava una che cerca di fare colpo, un po' in imbarazzo
ma comunque ci provava. Attrici.
Che ci fai tu qui? le chiesi.
Non mi  piaciuto come ci siamo lasciati l'altra sera, rispose.
Quando ho chiamato il numero che c'era sul tuo biglietto da visita,
mi ha risposto tua madre e mi ha detto dove avrei potuto trovarti.
Mi ha tradito cos con un'estranea?
Le ho detto che era un'emergenza, spieg. Magari ha pensato
che fossi incinta. Arross. Anch'io mi sentivo la faccia un po' calda,
comunque.
Cos hai pensato bene di imbucarti a un addio al celibato,
commentai.
Volevo scusarmi. Non avrei mai dovuto tenderti un tranello.
Sei venuta fino a qui solo per scusarti? le domandai. Cosa
c'entra la mazza?
La ragazza alla biglietteria non mi lasciava entrare-a cercarti, a
meno che non pagassi per giocare, spieg. Per il momento queste
scuse mi sono costate sei dollari pi la benzina.
Noah! mi chiam Kyle, con le mani a megafono intorno alla
bocca. Tocca a te!
Devo andare, dissi a Megan.
Hai davvero intenzione di abbandonarmi cos?
Noah! grid Kyle. Che diavolo succede, amico?
Alzando un pollice, gli feci segno che ero pronto.
E va bene. Megan sospir rumorosamente dalle narici dilatate.
Noah, mi piacerebbe che non te ne andassi. Se te ne vai, per, dammi
almeno il tuo numero di casa. Non torner a Vandergriff per un po'
e... ci terrei a spiegarti alcune cose. E senz'altro non mi dispiacerebbe
se passassimo ancora un po' di tempo insieme. Davanti a qualche
waffle o a quello che ti pare.
Che tipa. Quando sfoderava al massimo il proprio fascino sapeva
che avrebbe funzionato.
Aspetta qui. E raggiunsi il gruppo.
Alla buon'ora! esclam Steve.
Le romanticherie non si addicono a un addio al celibato, comment
Jack.
Gli amici vengono prima delle donne, Noah, aggiunse Hubert.
Era come se quelle parole le avesse prese a prestito da un luogo comune
e le stesse sperimentando per la prima volta.
Un paio di invitati si misero a ridere.
Kyle, puoi tenerli tu i punti, un minuto? chiesi, passandogli
la tabella. Torno subito. Accompagnato da un coro di buuu, presi
Megan per mano e la portai alla mia macchina. Non appena la accesi,
part a tutto volume Sister Christian dei Night Ranger. Megan chiuse
gli occhi e fece una smorfia infastidita. Spensi subito l'autoradio.
Non  la musica che ascolto io, se ti interessa saperlo, la informai.
Guidando senza pensare, la portai in automatico al Wandering
Dark. Di notte era chiuso, ma mia madre si era scordata di chiudere
il cancello del parcheggio. Arrivai con la macchina fino all'entrata
dell'attrazione, incorniciata da un teschio di polistirolo scrostato e
stinto.
Salto sulla tua macchina, mi metto nelle tue mani, e con tutti i
posti che ci sono mi porti qui? rilev Megan.
Restai con la mano sulla chiave, incerto se spegnere il motore.
Possiamo andare da qualche altra parte, proposi, anche se non
avevo idea di dove. Io passavo tutto il mio tempo l, a casa o con
Leannan. Lavoravo, scopavo e dormivo. Non avevo posti preferiti, in
quel mondo rispettabile non avevo nulla da spartire che non fosse il
mio lavoro. Hubert era molto migliore di me. Lui almeno aveva degli
amici e qualche passatempo.
No. Hai seguito l'istinto, disse. Stiamo a vedere dove ci porta.
Scendemmo dalla macchina ed entrammo nel Wandering Dark,
attraversando l'ufficio spoglio e polveroso all'ingresso fino al magazzino
vero e proprio. In sala relax recuperammo un po' d'acqua e
qualche barretta di cereali, dopodich le feci fare un giro. Giunti nella
sala da ballo, ci sedemmo sul bordo del palco con i piedi ciondoloni
a mangiare le nostre merendine. Dopo che ebbe finito la sua barretta,
Megan non faceva altro che rigirarsi la carta fra le mani. Il fruscio
saturava lo spazio vuoto e immobile.
Ti ho promesso una spiegazione, cominci.
Gi, replicai, anche se ero tentato di lasciar perdere a quel punto,
perch vedevo che era a disagio e mi sarebbe dispiaciuto incrinare la
pace che avevamo raggiunto.
Per me non  facile parlarne, continu Megan. Ma hai il diritto
di saperlo. Fece un profondo respiro. Nella Compagnia dei Dispersi
tutti hanno perso una persona a cui tenevano. Qualcuno che amavano
 scomparso in modo assurdo. Tutti a parte me. Io so perfettamente
dove si trova la mia persona.  in prigione a West Livingston, nel
braccio della morte del Polunsky Unit. Il suo nome  James O'Neil.
Tu lo conosci?
 mio padre. Dovevo aver fatto una faccia preoccupata, visto
che mi mise una mano sul ginocchio. Tranquillo, non siamo in una
scena de La figlia di Dracula. Non cerco vendetta. Sto solo provando
a capire, come tutti i miei amici.
Sollevai la bottiglietta d'acqua per bere. Era vuota.
Non  mai stato normale, mi raccont Megan. Ha sempre combattuto
con la malattia mentale. Mia madre lo ha lasciato quando ero
piccola, sono cresciuta senza averlo intorno. Mi scriveva gli auguri
per il mio compleanno, quando se ne ricordava, e qualche volta  anche
venuto a trovarmi. Era sempre gentile, per triste. Sapeva di non
essere tagliato per fare il padre a tempo pieno, eppure gli mancavo,
credo. Non sembrava pericoloso per gli altri, solo per se stesso. Quindi,
quando l'hanno arrestato alcuni anni fa, non mi sembrava possibile,
e quando  stato accusato di tre omicidi e condannato per due, mi 
sembrato ancora pi inverosimile. Sono andata a trovarlo in prigione,
non faceva che ripetere che voleva ricominciare da capo.
 quello che ha detto anche a me la sera in cui l'ho visto, confessai.
Non  che ha avuto un crollo psicotico?
 quello che pensavo anch'io. Ma poi ha cominciato a spedirmi
delle lettere. Lettere dettagliatissime su un certo demone che l'ha
perseguitato tutta la vita, portandolo a dire e a fare cose che non
avrebbe mai voluto n dire n fare. Insisteva che tua sorella non l'ha
mai neppure sfiorata, Noah, ma che quel demone gli ha fatto uccidere
Maria Davis e Brandon Hawthorne. Mi ha scritto anche che quel
demone ormai  morto e che lui si sente molto meglio. A volte mi ha
spedito dei disegni del demone. Tir fuori dalla tasca una serie di
fogli piegati e me li pass. Li aprii e mi trovai davanti uno schizzo
a carboncino della Belva Grigia, il mostro che mi aveva aggredito
e strappato l'occhio sinistro. Cercai di mantenere un'espressione
perplessa (per quanto solidale).
All'inizio, ho pensato che stesse delirando e che cercasse di
trovare un senso alle atrocit che aveva commesso, e non avevo
quindi risposto a nessuna lettera. Ma poi, una notte, nel periodo
in cui mia madre stava morendo, mi sono svegliata e ho iniziato a
curiosare su internet.  stato allora che ho scoperto la Compagnia
dei Dispersi. Nel loro forum c'erano immagini molto simili a quella
che stai guardando. E i membri del gruppo sono gente sincera.
Se guardi negli occhi Sarah, o Josh, che non sono dei cialtroni, lo
capisci. Ci sono passati davvero attraverso certe cose. E tutto di
pubblico dominio. Eppure, nonostante il tempo trascorso insieme,
nonostante tutti i discorsi e le teorie, non abbiamo nessuna prova
concreta di certi fatti, indic il disegno, o la minima idea del
perch loro fanno ci che fanno. Sono anni che voglio parlartene,
Noah. Mia madre mi ha tenuta alla larga dal processo, e mi ha
fatto promettere di lasciarti in pace. Diceva che non avresti voluto
saperne delle scuse o delle bugie di mio padre su tua sorella. Ma io
ho conservato una tua foto, e quando ti ho visto all'Inferno... mi 
sembrato che fosse scattata una scintilla, un legame immediato, e
ho pensato che... S'interruppe di colpo, sbattendo le palpebre un
paio di volte. Quell'espressione avrei imparato a conoscerla bene.
Era la sua faccia di sto-cercando-di-non-piangere, e fece breccia
nel mio cuore fin dalla prima volta.
Le presi la mano e, anche se stava per farlo, lei non la ritir. Non
sono stato del tutto sincero con te, confessai. Hai presente la sera
in cui ho visto tuo padre? Ho visto anche questa cosa, e le indicai
il disegno. Ho visto questa, e ne ho visto un'altra fatta esattamente
allo stesso modo. Stavano litigando, in merito a tuo padre, immagino.
Sono scappato nel bel mezzo della lite, ero terrorizzato. Non ne ho
mai parlato con nessuno perch credevo...
Credevi che la gente ti avrebbe preso per matto. Complet lei
la frase al posto mio.
Qualcosa dentro Megan sembr alleggerirsi. Le sue spalle si
rilassarono e si mise a piangere. Non so perch decisi di baciarla
proprio in quel momento, ma non fece resistenza. Si sporse in avanti
per ricambiare il mio bacio. Aveva un gusto un po' dolciastro, come
una barretta di cereali, e insieme salato, come le lacrime.
...
.
...
CAPITOLO 11.
...
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...
Al nostro ritorno il Fun Mountain era ormai deserto. Mi ero quasi
aspettato di trovare fuori i partecipanti all'addio al celibato, con le
braccia conserte come genitori seccati, ma c'erano solo una o due
macchine. Prima di andarsene Megan si allung a baciarmi, dopodich
rimasi da solo nel parcheggio.
Non me ne andai a casa subito, restai seduto in macchina con la
luce accesa a studiare il disegno che mi aveva dato. La somiglianza
era davvero notevole. Perch non mi ero mai impegnato seriamente a
investigare sul conto di Leannan e della sua gente? La frequentavo da
tredici anni. Perch non ero stato pi curioso? Le avevo fatto alcune
domande, questo s, ma Leannan aveva sempre cambiato argomento,
oppure mi aveva distratto grazie al cibo o al sesso, dopodich le mie
domande non sembravano pi tanto importanti.
Questo aveva avuto un peso, ovvio. Ma era vero anche che nel
1999 avevo sospettato lei del rapimento e dell'omicidio di Maria
Davis e Brandon Hawthorne, e i fatti mi avevano del tutto smentito.
Sentendomi poi in dovere di scusarmi sempre e comunque, avevo
imparato a soppesare quello che mi diceva basandomi sulla sua
espressione. Avevo finito per credere che James O'Neil e la Belva
Grigia fossero eccezioni, non la regola. Ma che prove avevo? Come
facevo a sapere che io e James O'Neil non avessimo seguito in realt
un percorso parallelo? Magari anche O'Neil e la Belva all'inizio
erano solo compagni di giochi. Trasportato dal piacere dei sensi, lui
era stato manipolato e coinvolto in un programma decisamente pi
tetro. Ma in cosa consisteva un simile programma? Perch la Belva
Grigia aveva usato proprio lui per rapire e uccidere quei bambini? E
se O'Neil fosse stato sincero quando insisteva che non era stato lui
ad ammazzare Sydney? Come poteva essere andata, allora? Dov'era
finita mia sorella, se lui non l'aveva uccisa? E c'entrava qualcosa
anche Leannan, in un modo o nell'altro?
La mia testa si era rimessa a pulsare. Appoggiai il disegno sul
sedile accanto a me per massaggiarmi le tempie. Come sarei riuscito
a far quadrare tutto?
Il sole faceva capolino all'orizzonte, e quando arrivai a casa il
cielo era rosa e arancione. La macchina di Eunice era nel vialetto e
dopo aver varcato la porta ed essermi infilato il disegno nella tasca
posteriore dei pantaloni, la trovai in soggiorno con mamma, Kyle e
Hubert. Mi puntarono tutti gli occhi addosso.
Ciao, Noah, mi salut Kyle a mezza voce.
Dove diavolo sei stato? mi chiese Eunice.
Fuori. Mi ficcai le mani in tasca. Un imprevisto.
Hubert annu. Ci mancherebbe, Noah. Ci fa piacere che tu stia
bene.
Eunice si strinse con una mano il ginocchio ossuto, sotto il vistoso
anello di fidanzamento le sue dita erano particolarmente bianche.
Dopo quello che hai fatto, solo un rapimento o un omicidio basterebbero
a scusarti. L'unico posto in cui dovrebbe essere la tua faccia
 su un cartone del latte, o in un notiziario, insomma dove danno alla
gente un numero da chiamare per...
Di scatto tirai fuori il disegno dalla tasca posteriore e lo aprii
perch lo vedessero. Qualcuno di voi lo riconosce? La tirata di
Eunice si interruppe all'istante, e sul suo volto apparve uno sguardo
perso, trasognato. Mamma si fece indietro sul divano, con la bocca
semiaperta. Kyle e Hubert, invece, sembravano solo confusi.
Lo riconosci, vero? chiesi a mamma.
Ma certo, mi rispose ricomponendosi. Sembra proprio il tuo
costume da mostro.
Andiamo. Per quanto volete ancora andare avanti con questo
gioco? Quanto dobbiamo ancora mentirci, fingendo che sia tutto
a posto quando invece non lo ? Che cosa mi nascondete voi due?
Cosa sapete?
Hubert rivolse a Eunice un'occhiata interrogativa, e quando lei mi
fiss il suo volto era solcato da puro odio. Mamma rest impassibile,
come pietrificata.
Non ho idea di che cosa parli, disse Eunice. Smettila di fare
la commedia per cercare di cambiare argomento. Hai abbandonato
tuo cognato e il tuo migliore amico ieri sera, e...
Non mi fermai ad ascoltare oltre, feci di corsa le scale che portavano
in camera mia, chiusi a chiave la porta, chiusi il mio unico occhio,
e toccai con entrambe le mani la pietra che mi pendeva dal collo.
Quando riaprii l'occhio, ero nella radura davanti alla casa di Leannan.
...
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CAPITOLO 12.
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...
Il cielo si stava rischiarando anche l, tuttavia restava scuro, di un colore
simile al muschio. La casa non aveva finestre, non sapevo quindi se
fosse sveglia o no. Pensai di bussare, ma esitai. Qualsiasi cosa stessi
per scoprire, dovevo scoprirla da solo, prima che lei s'immischiasse
o s'inventasse una spiegazione.
Voltai le spalle alla casa e m'inoltrai nella foresta nera. Non avendo
un piano migliore, camminai in linea retta. Alberi e cespugli non
erano fitti abbastanza da impedirmi di proseguire, ma la foresta era
sempre nera come l'inchiostro. Ogni volta che cercavo di osservare
meglio un dettaglio, questo ondeggiava sul fondale buio e continuava a
evocare indefinitamente qualcosa, niente di pi. Accelerai il passo con
le braccia tese in avanti, cos da non andare a sbattere. Schivai degli
alberi neri come il carbone e mi feci largo a calci in un groviglio di
cespugli, finch non raggiunsi un punto in cui l'oscurit si squarciava,
interrotta da una luce verdognola che filtrava attraverso la vegetazione.
Superai i confini del bosco, lasciandomi alle spalle i tronchi e ritrovandomi
di nuovo all'aria aperta. Il terreno davanti a me terminava
in un ripido strapiombo. Arrivai fino al bordo e guardai il territorio
sottostante. Invece che foresta, si estendevano per chilometri e chilometri
strade e palazzi, un vasto intrico di vetro, cemento e sfavillante
pietra nera. Simili a denti, i grattacieli si stagliavano contro l'orizzonte,
e al centro c'era un titanico pilastro di pietra nera talmente alto da
allungarsi fin dentro le nuvole torbide e verdastre. Fissarlo mi diede
il mal di testa, come quando si guarda qualcosa con gli occhiali di
qualcun altro.
L'architettura era moderna, ma gli edifici sembravano vecchi,
consumati dalle intemperie e deteriorati, silenziosi in modo sinistro
e apparentemente vuoti. La terra si mise a tremare con un brontolio,
tenue all'inizio e via via pi intenso. Arretrai e abbracciai l'albero
pi vicino. Serrai le dita sulla corteccia appiccicosa. La Citt inizi a
muoversi, interi tratti di strada si spostavano come i pezzi di un puzzle
per bambini. No, cos non rende a dovere l'idea. La citt scivolava,
strade contigue si strofinavano l'una contro l'altra scorrendo in direzioni
opposte, e il suolo come una testa di serpente si stacc da terra
e s'innalz, scattando verso di me cos veloce che non feci neanche
in tempo a spaventarmi o a pensare. Si ferm sull'orlo del dirupo,
dove si appiatt, colmando la distanza che ci separava con quattro
lente note musicali che sembrarono pigramente spuntare dal nulla.
Aspettai per vedere se la strada mi si sarebbe scagliata contro
colpendomi, ma ormai era immobile. Quello era un invito, non una
minaccia. M'incamminai lungo il pendio di ossidiana fino a raggiungere
la Citt, dove attraversai una gola di vetro e pietra. I palazzi
apparivano solidi, le finestre pulite e lucide, e al di l di esse c'era
una luminescenza a met fra il verde e il giallo. A parte l'assenza di
traffico e i materiali impiegati per costruire, quella in cui mi trovavo
avrebbe potuto essere una qualsiasi strada di un qualsiasi distretto
finanziario di una citt americana. Avevo per la sensazione che al
di l delle apparenze l ci fosse altro che si annidava dove l'occhio
non riusciva ad arrivare. Cosa fosse non ero in grado di dirlo, ma mi
sembrava importante. Era come se proprio dietro l'angolo si estendesse
una promessa o una risposta a una domanda non formulata.
Alla fine della strada girai a destra e m'inoltrai da quella parte.
Stavo iniziando a percorrere un secondo blocco di edifici pressoch
identici, quando la terra trem con un ruggito. Mi bloccai e spalancai
le braccia per mantenermi in equilibrio mentre i palazzi in fondo, che
si affacciavano sull'incrocio, scivolavano verso destra rivelando una
strada nuova, differente, fiancheggiata di lampioni neri. Un selciato
rosso aveva preso il posto dell'ossidiana, e gli edifici erano pi piccoli,
pi all'antica, pieni di ristoranti e piccoli bar con i tavolini all'aperto.
Se prima ero nell'abbozzo di un distretto finanziario, di colpo mi
ritrovai nell'abbozzo di un quartierino francese. Un'invisibile orchestra
jazz stava suonando da qualche parte nei dintorni. Il cartello di
un locale alla mia sinistra prometteva frittelle e IL MIGLIOR CAFF
DELLA CITT. Sull'altro lato della strada, dietro una vetrina oscurata,
c'era qualcosa che si muoveva. Attraversai per guardare pi da vicino,
e per eliminare il riflesso del vetro riparai l'occhio con una mano.
L'interno ricordava la bottega di un barbiere d'altri tempi, con
grandi specchi, confortevoli sedie rosse e un lucido pavimento di
piastrelle. Un uomo dal corpo a pera e con una folta capigliatura
argentea occupava la sedia centrale, reclinato all'indietro come se
stesse aspettando di farsi radere.
Bussai sulla vetrina, e lui sollev lentamente la testa. Aveva uno
sguardo perso e confuso, sembrava risvegliarsi da un sogno.
Tutto bene? domandai a voce alta.
Prima che potesse rispondermi, la fodera che ricopriva la sedia si
squarci e ne spuntarono alcuni bracci neri e spessi. Galleggiavano a
mezz'aria sopra di lui come tentacoli, con degli aculei alle estremit,
e gli piombarono addosso trapassando braccia e gambe. Via via che i
tentacoli lo penetravano, il sangue zampillava a fiotti nei punti in cui
lo avevano trafitto, lui gett la testa all'indietro e grid. Cercava di
divincolarsi dalla sedia, ma quella lo tratteneva saldamente.
Cristo! esclamai. O Cristo! La sedia lo avrebbe presto ucciso.
Corsi alla porta del negozio e la spinsi, ma non si spost di un millimetro.
Mi guardai intorno in cerca di qualcosa con cui rompere il
vetro, ma non feci in tempo a voltarmi che dalla strada erano spariti
i cestini della spazzatura e le sedie dei bar. Non potevo fare altro che
bussare sulla vetrina, restandomene a guardare l'uomo che si contorceva,
gridava... e iniziava a trasformarsi.
Cominciarono gli arti, nei punti in cui la sedia lo teneva inchiodato.
Braccia e gambe si allungarono assottigliandosi come plastilina
rigirata fra i palmi, finch mani e piedi rimasero molli, svuotati delle
ossa. Dopodich i tentacoli si misero a pulsare, come se gli stessero
pompando dentro qualcosa, e gli arti dell'uomo si inspessirono, si
dilatarono. Le maniche della camicia e le gambe dei pantaloni si stracciarono.
I piedi si gonfiarono tanto da fargli scoppiare le scarpe. Le
unghie delle mani e dei piedi diventarono pi grosse, si incurvarono,
e dalla pelle pallida e grassa cominciarono a spuntare ciocche di pelo,
finch non fu ricoperto di pelliccia. L'uomo sbatt la nuca contro la
sedia, le urla da umane che erano si erano fatte pi animalesche. Il
naso e il mento si tesero fino a plasmare un muso. Chiuse gli occhi,
e quando li riapr erano diventati color arancione. Era diventato uno
di loro. Uno come Leannan.
La sedia lo lasci andare, e il tizio casc sul pavimento, dove rest
accasciato in un cumulo peloso. Feci qualche passo indietro e andai
a cozzare contro qualcosa di duro. Li vidi riflessi negli specchi del
barbiere: alle mie spalle c'era una fila di mostri in tunica. Mi voltai e
mi trovai davanti quello contro cui ero andato a sbattere. Mi mostr
i denti e ringhi. Feci un altro passo indietro, stavolta finii contro
la vetrina. La creatura dalle sembianze lupesche sollev una zampa
come per colpirmi.
Un momento prima che ci accadesse, un latrato penetrante a poca
distanza la interruppe. La creatura che ce l'aveva con me lasci ricadere
la zampa e la fila di mostri si apr, dandomi modo di vedere dall'altra
parte della strada: era Leannan. Per la prima volta dopo anni aveva di
nuovo il muso da mostro. Raddrizz le spalle e sfoder gli artigli, in
fondo alla gola le gorgogli un ringhio. I mostri che componevano
la banda davanti a lei si scambiarono un'occhiata e decisero di non
battersi, a quanto pareva. Si fecero da parte, e Leannan mi tese una
zampa. La raggiunsi. Mi strinse a s e fil via.
Ci vollero solo pochi secondi per tornare alla sua radura, e lei mi
lasci cadere nel prato prima che atterrassimo. Ruzzolai un po' e mi
fermai, e lei plan davanti a me di nuovo nelle sue fattezze umane. Feci
per alzarmi, ma Leannan mi spinse indietro nell'erba, bianca in volto.
Che diavolo avevi intenzione di fare? mi chiese.
Di nuovo in piedi, dovetti trattenermi dal restituirle lo spintone.
Mi spiegheresti cosa diavolo ho appena visto, piuttosto?
Quella  una cerimonia sacra, privata. Non avevi nessun diritto
di ficcare il naso.
 stata la Citt a invitarmi, mi giustificai. Voleva che vedessi.
Leannan mi guard attentamente per un attimo mentre la sua furia
si spegneva. Si mise una mano sulla fronte. Ti ha visto. Conosce il
tuo odore.
 cos che tu e la tua gente siete fatti?  cos che diventate quello
che siete?
Non mi rispose.
 cos che funziona? Rapite qualcuno, lo portate qui e lo trasformate
in un mostro?  questo che avevate in programma per James
O'Neil? Ed  questo che lui aveva in programma per Maria Davis?
In quel momento mi torn in mente Josh, che alla riunione del
gruppo mi aveva domandato di Sydney, mia sorella, che era scomparsa
tredici anni prima pi o meno in quello stesso periodo.
Che cosa  successo davvero a Sydney? domandai. E morta? Si
trova qui? Indicai la Citt, dove avevo appena visto la metamorfosi
di un uomo.  questo che le  successo? Tu le hai fatto questo?
Leannan mi si avvicin per abbracciarmi. Capisco che tu ti
chieda certe cose, Noah, ma adesso devi fidarti di me. Il modo in
cui aveva eluso la domanda mi rivel tutto quello che volevo sapere.
Aveva rapito Sydney nel 1989 e stava cercando di distrarmi, come
aveva sempre fatto.
Non mi toccare, le dissi indietreggiando inorridito. Lasciami
in pace. Strinsi la pietra, chiusi l'occhio. Feci ritorno in camera mia
mentre Leannan cercava ancora di accampare scuse.
Nella casa c'era silenzio, le ramanzine della mia famiglia si erano
spente. Mi stesi sul letto e cercai di smettere di tremare.
...
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...
CAPITOLO 13.
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...
Telefonai a Megan e le chiesi se quella sera potessimo trovarci di
nuovo al Fun Mountain. Quando arriv, sorridente, mi trov seduto
sul cofano della macchina a gambe incrociate. Ci che vide non
dovette piacerle, perch il suo buonumore si tramut di colpo in
preoccupazione.
Cosa c'? domand.
Ho bisogno del tuo aiuto, risposi.
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...
La sequenza dei Turner 4: Noah.
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...
La Citt ha visto Noah. Conosce il suo odore. Dunque,
bench le sue visite siano saltuarie e di solito
brevi, lo tiene d'occhio mentre  lontano. La sua
tortura non  niente da cui lui si possa risvegliare
sudando freddo, qualcosa che possa essere spazzato
via dal tocco rassicurante di un'amante, o da un po'
di televisione a notte fonda.  la sua vita che segue
il proprio corso.
Tutto ha inizio nel 2002, mentre Noah aspetta Megan
nel parcheggio del Fun Mountain. Si sente insicuro e
solo, in mezzo al cemento e ai lampioni che brillano
di una luce artificiale giallo-verde un po' troppo
familiare. In parte avrebbe voluto spingersi fino
all'antro della sala giochi, illuminato da una fioca
luce viola. Ma per una volta del buio ne ha abbastanza.
Quindi resta l ad aspettare, seduto a gambe incrociate
sul cofano della macchina, con le dita infilate
nell'incavo dove i suoi polpacci si toccano. Spera
di avere un'aria carina, da monellaccio, un Peter
Pan del ventunesimo secolo con una benda da pirata
sull'occhio, accorso per accompagnare la sua Wendy
in allegre scorrerie. Continua ad allungare la mano
verso la pietra vicino al collo, come gli capita di
fare quando  nervoso, e di volta in volta si stupisce
di non trovarla. L'ha lasciata in un cassetto
della scrivania, in camera da letto, dove pu pure
marcire, per quanto lo riguarda. Spera soltanto che
la sua assenza non lo faccia sentire troppo nudo e
vulnerabile.
Megan arriva, scende dalla sua macchina,  su di
giri per via della rinvigorente serata salva-anime,
ha i capelli raccolti in una coda di cavallo. A Noah
appare come il ritratto della normalit, di una vitalit
schietta. Dopo la giornata che ha passato,
non vedeva l'ora di incontrarla.
Cosa c'?, chiede lei; poi, notando l'espressione
di Noah, il sorriso l'abbandona.
Lui  stato in dubbio su cosa dirle per ore, ma
sceglie infine la verit pura e semplice. Ho bisogno
del tuo aiuto.
Le spiega che della sua storia non le ha ancora
raccontato tutto. Megan sale in macchina, e lui
le racconta della notte in cui Sydney  svanita,
dell'urlo e del contemporaneo blackout che avevano
preannunciato la cosa. Le dice degli strani rumori
che nelle settimane immediatamente precedenti alla
scomparsa di Sydney aveva sentito alla finestra della
propria camera, e del modo ambiguo in cui sua madre
e sua sorella Eunice avevano reagito al disegno della
creatura simile a un lupo fatto da James O'Neil.
A Megan non racconta proprio tutto, comunque. Non
le dice della sua amicizia con la creatura, del nome
che le ha dato o che fino a quel giorno sono stati
amanti. Vuole che la ragazza lo consideri una persona
semplice e sincera. Lei ha bisogno di vederlo come
un'amorevole vittima che per la prima volta trova
la forza di confidarsi, non come il ragazzo che si
 fottuto un mostro.
Quando conclude la sua parziale confessione, Megan
gli prende una mano, e un'ora dopo sono entrambi nel
soggiorno di Ellen per una riunione di emergenza della
Compagnia dei Dispersi. Il soggiorno sembra molto pi
in disordine dell'altra volta. Viene fuori che nelle
ultime settimane l'intera Compagnia si  trattenuta
a casa di Ellen. Di solito comunicano pi che altro
via internet, ma hanno stabilito di riunirsi una
volta all'anno per fare il punto e passare un po' di
tempo insieme. A giudicare dalle ciotole di popcorn
e dal fotogramma del film Il sesto senso in pausa
sullo schermo, Noah immagina di aver interrotto una
serata a base di cinema.
Riassume il suo racconto ai membri riuniti del
gruppo. Josh lo guarda storto per tutto il tempo,
senza rivolgergli per nessuna domanda. Se ne sta
seduto ad ascoltare e prende perfino appunti.
Dopo una settimana Megan dovr riprendere la scuola
a Chicago, e gli altri membri si separeranno per
fare ritorno alle proprie case. Non ha nessuna voglia
di tornare da sua madre, Noah resta quindi con la
Compagnia a casa di Ellen, dormendo sul pavimento in
soggiorno in cima ad alcune coperte. Lui e il gruppo
ripassano giorno e notte la sua storia in cerca di
indizi. Noah non fornisce loro nessuna spiegazione
ulteriore, attenendosi alla sua versione dei fatti
con una fedelt tale da crederci quasi lui stesso. La
Compagnia  frustrata e al tempo stesso elettrizzata.
Noah non condivide tutta quell'eccitazione. A lui
non interessa sapere di pi sulle creature, o sulla
Citt. Vuole solo gettarsi alle spalle quella vita e
quel posto. Quando la settimana finisce e Megan gli
propone di andare a Chicago con lei, accetta istantaneamente.
Alla madre parla per telefono del suo trasferimento.
Lei si mostra tranquilla e razionale, ma lo avverte
che non ci sar mai una persona capace di risolvere
tutto al posto suo, non per sempre.
A Eunice non dice nulla. Non si parlano dal giorno
dell'addio al celibato di Hubert.
Quando Megan se ne va dalla cittadina diretta a
Chicago, Noah  seduto in macchina accanto a lei; si
scambiano occhiate nervose ma incoraggianti. Con s
lui ha portato solo una valigia piena di vestiti e
una copia de Il richiamo di Cthulhu e altre strane
storie che gli ha dato Eli, il membro pi giovane
della Compagnia. Lo tiene in grembo come un talismano
mentre Vandergriff scorre rapidamente al di l dei
finestrini, con la macchina che romba e stride, e la
pioggia che tamburella sul tetto.
Quando imboccano l'autostrada, per, tutti i rumori
scompaiono di colpo.  come se il mondo intero
fosse senza audio. Noah si volta a guardare Megan,
vuole capire se anche lei ha notato quella stranezza,
e attraverso il finestrino vede i paracadute del
Fun Mountain.
Un lampo di luce fende la giornata grigia, un fulmine
che sembra colpire il parco dei divertimenti.
In quel momento la struttura con i paracadute assume
le sembianze di una colossale e nerissima torre, liscia
come vetro vulcanico, proiettata verso il cielo
momentaneamente rischiarato. La superficie luccica
come catrame fresco, oleosa e viscida.
Quando quell'immagine sfuma, i suoni ritornano.
Il mondo trema con un fragore gigantesco, una lunga
cresta di suoni che apre la terra. Noah si dibatte
a denti stretti lungo il bordo della cresta, terrorizzato
di sprofondare in un qualche abisso, dove si
trover da solo con... con...
Riesce a guardare Megan e si accorge che lei gli
sta lanciando occhiate preoccupate. La macchina ha
rallentato. Le vibrazioni se ne vanno e i rumori del
mondo si rifanno vivi tutti in una volta, come se
qualcuno avesse girato la manopola del volume alzandolo
troppo e troppo rapidamente.
Qualcosa non va?, gli chiede Megan, e intanto i
rumori gli raschiano il cervello. Devo fermarmi?
Noah si rende conto di essere schiacciato contro la
portiera, con una mano contro il cruscotto e l'altra
sul poggiatesta.
La mandibola gli si sblocca a fatica. No, non fermarti.
Portami via da qui.
A Chicago trova un minuscolo monolocale al terzo
piano di un vecchio edificio pieno di spifferi. C'
un unico bagno per tutti gli inquilini del piano.
 squallido, ma, mentre cerca lavoro, con i suoi
risparmi non pu permettersi di meglio. Megan dorme
al college, ma va a trovarlo quasi ogni giorno
e a volte si trattiene per la notte. Noah trova
lavoro in una libreria Barnes & Noble a due passi
dall'universit. Sebbene all'inizio non lo facciano
lavorare pi di venti ore alla settimana, trascorre
l anche le sue giornate libere. Il posto 
caldo, ben illuminato, e gli praticano uno sconto
del cinquanta per cento sul caff, il che lo rende
preferibile al suo appartamento, dove fa sempre
pi freddo. L'aspetto migliore, anche se la benda
sull'occhio continua a fare incetta di sguardi
estranei,  che la gente non lo tratta come qualcuno
di cui avere paura. Per la gente di Chicago Noah 
solo un libraio come tanti.
Per alcuni mesi non succede nulla. Noah fa il
suo dovere in negozio, ottiene di lavorare pi ore
e approfondisce la conoscenza di Megan al di fuori
dell'ampio substrato comune di dolore e perdita. Lei
 gentile, ma c' qualcosa d'inscalfibile alla radice,
la forza di una persona che troppo presto nella
vita ha dovuto fare i conti con un dolore immenso. 
la forza che vorrebbe avere anche lui.
Quando fanno sesso per la prima volta,  qualcosa
di tenero e delicato. Non si conclude con un bagno
di luce d'oro, con una scissione della coscienza,
con un momento che trascende il tempo e lo spazio.
Invece ci sono diversi piacevoli spasmi muscolari in
successione e a seguire un crollo in una selva contorta
di arti aggrovigliati.
Mentre lui rotola via da lei, Megan gli tocca una
guancia:  bagnata di lacrime. Cosa c' che non va?,
gli chiede.
Niente,  solo che sono molto felice, risponde
Noah. Vorrebbe che fosse vero. Vorrebbe sentire ci
che  appena successo come una cosa normale, come se
da parte sua non ci fosse stato nessun tradimento.
Cerca di allontanare Leannan dal centro dei suoi
pensieri. Quella parte della sua vita  finita. Per
il bene del suo equilibrio mentale e del suo spirito
deve per forza andare cos.
Il giorno seguente, mentre sta tornando a casa a
piedi dalla libreria, succede qualcosa. Gira a sinistra
a un incrocio, e invece di spuntare in una grande
strada affollata si ritrova in un vicolo chiuso fra
due anonimi edifici di mattoni che non ha mai visto.
Alla sua destra si spalanca una porta di metallo,
da cui esce un uomo barbuto e tatuato con due sacchi
della spazzatura.  in jeans e maglietta, e si
ferma a fissare Noah che indossa giaccone pesante e
sciarpa. Di colpo Noah sente di avere troppo caldo
vestito a quel modo.
Ti sei perso?, gli domanda l'uomo.
Noah non risponde, gli volta le spalle e torna
sui suoi passi. Quando sbuca dal fondo del vicolo, 
in un'ampia strada costeggiata da edifici cadenti i
cui mattoni sembrano in un certo senso stinti, come
se qualcuno avesse risucchiato con una cannuccia la
maggior parte del loro colore. Le finestre sono piene
di polvere e ragnatele, e in giro non c' nessun
altro. Noah torna a guardare il vicolo, ma non c'
pi.  in piedi davanti a un muro spoglio.
Si ferma sotto un'indicazione stradale e solleva
la testa per leggerla.  scritta in una lingua che
non conosce, sopra il cartello il cielo  verdastro.
Dalla gola gli sfugge un verso stupito che  quasi
una risata. Ah.  il tipo di verso che potrebbe
fare un artigiano sorpreso, colpito dal lavoro di
un collega.
C' nessuno?, domanda ad alta voce. Se anche qualcuno
sente, non risponde. Poi, e il cambiamento  cos
rapido da avvenire in un battito di ciglia, Noah si
ritrova di nuovo all'incrocio, con gli alberi spogli
che tremolano per il vento polare e le macchine incollate
l'una all'altra lungo il marciapiede. L'indicazione
stradale ha di nuovo un aspetto familiare,
e la gente di fretta lo spintona per passare.
Noah valuta se parlarne con Megan, ma cosa ne
verrebbe di buono? La farebbe preoccupare o, peggio
ancora, una cosa simile potrebbe allontanarla da lui.
Se Megan lo venisse a sapere, non lo lascerebbe,
forse, considerandolo una causa persa?
Perci quel giorno non le dice nulla, e non le
dice nulla delle notti in cui si sveglia intorno alle
tre del mattino, convinto di sentire una donna che
gli sussurra qualcosa all'orecchio. Noah pensa che
certe cose non gli piacciono, che non  per nulla
affascinato da quegli strani eventi sovrannaturali.
In primavera, dopo gli esami di met semestre,
Megan riceve una telefonata dall'avvocato del padre.
La data dell'esecuzione  stata fissata. Lei e Noah
raggranellano i soldi necessari a pagare la benzina
per andare in Texas.
Quando arrivano, la prigione ricorda a Noah il
suo liceo: le stesse pareti di blocchi di cemento
dipinti, i neon, l'identica impressione di operosa
indifferenza. Mancano solo le bacheche dei trofei e
gli striscioni d'incoraggiamento per i raduni delle
squadre scolastiche.
Megan figura nella lista dei visitatori autorizzati
di James O'Neil, e le viene permesso di parlargli
in privato. Quando esce, ha la faccia gonfia e non
dice una parola. Lei e Noah vengono fatti accomodare
in uno stanzino in cui due file di sedie sono
sistemate di fronte a una vetrata. Si siedono in
prima fila, l'addetto spiega loro che la vetrata 
in realt un falso specchio. Loro potranno vedere
quello che succede dall'altra parte, il condannato
no. Il giornalista di un quotidiano e i genitori di
Maria Davis arrivano di l a poco. Della famiglia
di Brandon Hawthorne non si presenta nessuno. Noah
sente che gli altri lo osservano, e rabbrividisce.
Si impone di guardare la vetrata e prende la mano
di Megan, che resta molle nella sua, come una cosa
fredda e morta.
James O'Neil viene trasportato dentro su una barella,
legato. Il braccio destro  fissato a un prolungamento
della barella, e con quel braccio separato
dal corpo sembra lo abbiano crocifisso svogliatamente.
 completamente rasato e calvo, adesso, e il volto 
sciupato e butterato. Ha lo sguardo pensieroso, rassegnato,
ad animarlo non c' pi l'energia maniacale
che ricorda Noah.
Quando uno dei secondini dietro la vetrata chiede
a O'Neil se vuole dire qualche ultima parola, lui si
limita a scuotere negativamente il capo. La madre di
Maria Davis si mette a piangere non appena un uomo
incappucciato gli somministra l'iniezione letale.
A quel punto James O'Neil distoglie gli occhi dal
soffitto e lo punta verso il vetro. I suoi occhi
paiono attraversarlo, e in realt sembra scegliere
proprio Noah per il suo triste e distaccato ultimo
sguardo.
A Noah viene in mente quando si trovava nella Citt,
quando guardava l'uomo inchiodato alla sedia del
barbiere. Anche allora, mentre la sedia tramutava
quel tale in qualcosa di disumano, lui guardava attraverso
un vetro. Si accorge a malapena che Megan
ritrae la mano nel momento in cui suo padre schiude
le labbra.  come se O'Neil stesse per dire qualcosa,
ma un rumore lo blocca, un rumore che sembra riconoscere.
Lo riconosce anche Noah: scric-scric-scric.
Scric-scric-scric, come farebbe un vetro graffiato
da lunghi artigli. Quando il rumore finisce, O'Neil
chiude gli occhi e lo portano via. Potrebbe non essere
ancora morto, ma lo spettacolo  finito.
Noah e Megan tornano alla macchina senza sfiorarsi
e senza parlare. Tutti e due trascorrono diversi
minuti a fissare oltre il parabrezza l'edificio in
cui la vita di un uomo si  appena conclusa con
precisione chirurgica. Noah non riesce a scrollarsi
di dosso l'ultimo sguardo del vecchio, e quel
rumore di graffi su un vetro gli  rimasto inciso
alla base del cranio, i brividi lo scuotono da cima
a fondo. Per impedirsi di tremare afferra il volante.
Accanto a s percepisce il dolore di Megan.
Peggio, ci che percepisce  un vuoto che gli si
spalanca davanti, un buco in cui se non far bene
attenzione potrebbe precipitare. Quanto ci vorr
prima che dietro quella vetrata a ricevere l'iniezione
letale ci sia lui?
Sposiamoci, dice.
Megan ci mette un po' a voltarsi e a rendersi conto
di ci che lui le ha appena detto. Sei serio?
Sono serio.
Ma intendi adesso?
Il prima possibile.
Prolungano il soggiorno in Texas quanto  necessario
ad approntare una piccola cerimonia alla
Holy Spirit Church, a cui partecipano soprattutto
i membri della congregazione e il ramo texano della
Compagnia dei Dispersi. Noah non invita i suoi
famigliari, non li avvisa neanche che si trova da
quelle parti. Kyle si presenta per fargli da testimone.
Quando lui e Donna arrivano alla chiesa,
 come se Donna avesse un pallone da basket legato
in vita. Partorir nel giro di due settimane. Per
qualche ragione quell'immagine, quella prova irrefutabile
del passare del tempo fa s che Noah senta
nostalgia di Eunice. Non  andato al suo matrimonio,
e lei ora non sar al suo.
Noah e Megan passano la notte a Fort Worth, in
un hotel decorato con dipinti di cactus e teschi di
vacca, vicino ai recinti del bestiame. Dopo aver
fatto sesso, Megan piange e non vuole parlargli. Lui
la lascia in pace e si addormenta nel proprio lato
del letto.
Si sveglia intorno alle tre, muore di sete. Afferra
il secchiello del ghiaccio in bagno e si avventura
fuori, nel corridoio illuminato. Cerca una
scritta che indichi come raggiungere la macchina del
ghiaccio, ma in entrambe le direzioni vede solo porte
o quadri che con stile fumettistico riproducono
panorami desertici. Non c'era forse una finestra in
fondo al corridoio, quando sono arrivati? Ricorda
male, per forza.
Supera una serie di porte, intercetta il brusio di
una conversazione, il ronzio di un televisore, una
zaffata di marijuana. Quando gira l'angolo, trova una
porta su cui c' stampata la scritta scale. Forse al
piano di sotto avr maggiore fortuna.
Sulle scale moquettate le sue ciabatte fanno un
rumore sordo. Una rampa pi sotto non trova nessuna
porta, e neanche dopo averne scese due. In cima alla
quinta rampa si ferma e si sporge oltre il corrimano,
cerca d'ipotizzare quante ancora ne manchino. Un
nodo di paura mescolata a un presentimento comincia
a farsi vivo alla bocca del suo stomaco. Si rende
conto che quella sensazione non gli  estranea. 
anzi cos familiare da fargli quasi l'effetto di una
calda coperta.  la sensazione che lo prende ogni
volta che raggiunge la parte saliente di un horror,
o quando entra per la prima volta in una nuova casa
infestata. Noah si sentiva cos la prima volta che
ha messo piede nella Citt.
Con un unico occhio e una scarsissima percezione
della profondit, stabilire quante rampe gli manchino
 dura. Guarda verso l'alto, ma probabilmente la sua
schifosa percezione della profondit lo sta di nuovo
ingannando. Quell'hotel ha solo sei piani, eppure
sopra di s gli sembra di vedere decine di rampe, che
si estendono verso l'alto fino a scomparire.
Lass qualcosa si muove, una sagoma nera spicca su
un fondale grigio. Noah indietreggia di colpo, dimenticandosi
del presentimento che ha avuto solo qualche
istante prima, e dimentica anche che il suolo su cui
poggia non  piatto. Cerca di recuperare l'equilibrio
sbattendo le braccia come un ridicolo uccello mentre
inciampa e capitombola gi per i gradini; ognuno gli
procura una strombazzante fitta di dolore. Finisce
riverso in fondo alle scale, ha l'affanno, aspetta
che si plachi quel dolore lancinante. Sente dei passi
pesanti che dall'alto si fanno strada verso il
basso, riecheggiano cos forte che Noah non  sicuro
che si tratti solo di un paio di piedi. Tum-tum-tum,
il rumore si fa sempre pi forte. Quando raggiunge
il culmine, Noah si tappa le orecchie con le mani.
Qualcosa si stringe sulla sua spalla.
Non farlo!, urla. Ti prego!
Va tutto bene. Sono io. Noah sente quella voce
come se provenisse da dentro la sua testa.  Leannan,
gentile e rassicurante.
Lui solleva lo sguardo e sul volto umano di Leannan
vede un'espressione addolorata. Lei gli tende
una mano, ma si ferma prima di aiutarlo a rialzarsi.
Fa scorrere il pollice sulla fede nuova di zecca che
Noah porta al dito.
Perch l'hai fatto?, gli chiede. Il tono  ancora
gentile, ma trapela un po' di sofferenza.
Perch non mi lasci in pace?, replica lui.
Lei sembra fare un grosso sforzo per distogliere lo
sguardo dalla fede, e prima di parlare s'inumidisce
le labbra. Non  cos che funziona. Ci sono molte
cose che non capisci. Cerca di toccargli la faccia,
e lui la respinge.
Lascia che mi spieghi meglio, le dice. Non voglio
finire come il padre di Megan. Non voglio finire
come Sydney. Non voglio far male a nessuno, e non
voglio vederti pi. Voglio dimenticare di averti mai
conosciuto.
Sono la tua Leannan Si, dice lei.
Vattene!, urla Noah, e subito dopo si ritrova
davanti a una porta aperta, dall'altra parte vede
l'atrio dell'hotel.
L'impiegato alla reception si piega un po' in avanti
e lo guarda perplesso.
Si sente bene?, gli chiede.
Noah nota per terra accanto a s il secchiello del
ghiaccio, ancora imballato nel suo sottile rivestimento
di plastica scricchiolante. Lo raccoglie, lo
sventola davanti all'addetto, e attraversa l'atrio
per prendere l'ascensore. Risale al terzo piano e
trova subito la nicchia con la macchina del ghiaccio.
Riempie il secchiello e torna nella sua stanza.
Beve un po' d'acqua e si rimette a letto. Una volta
sdraiato resta a lungo sveglio, pensa a Leannan e
alla Citt. Ce la mette tutta per convincersi di aver
fatto la cosa giusta scacciandola. Che non gli abbia
fatto piacere rivederla. Che non sia stato eccitante
scivolare per un attimo nelle grinfie della citt,
non sapere che cosa avrebbe potuto trovare in fondo
alla rampa di scale o dietro l'angolo.
Lui e Megan vanno poi in luna di miele nell'Oregon,
ad Ashland, che ospita l'Oregon Shakespeare
Festival.  una cittadina idilliaca, sembra uscita
da un film, con marciapiedi ampi e parecchie vetrine,
negozi con nomi tipo CD or Not CD e ben tre
teatri. Sembrerebbe il luogo perfetto per tirare
su di morale una sposa fanatica del teatro. La
prima sera che trascorrono l vanno a vedere uno
spettacolo, La vita  un sogno, di Pedro Caldern
de la Barca. Hanno i posti in galleria, e guardare
dall'alto quel dramma dispiegarsi lo fa sentire
come se stesse spiando un pittoresco vicinato da
una finestra. Nella storia Sigismondo, principe
di Polonia,  stato imprigionato da suo padre, re
Basilio, per via di una profezia secondo la quale
il principe seminer il caos nel Paese. Ovviamente
Sigismondo viene liberato e, in preda alla rabbia,
scatena un pandemonio prima che Basilio lo imprigioni
di nuovo e lo convinca che la sua breve libert
fosse in realt solo un sogno.
Finito lo spettacolo, mentre Megan e Noah tornano
a piedi in albergo, lei sfoglia freneticamente quella
rivista di teatro, Playbill, vivace per la prima volta
dopo settimane: indica i primi piani degli attori e
legge a voce alta gli aneddoti riportati nelle loro
biografie. Lo sapeva, Noah, che una delle guardie
reali la scorsa estate aveva interpretato Benedetto
in Molto rumore per nulla? Noah deve ammettere che
non ne era a conoscenza. Parlare gli viene difficile.
Lo spettacolo si  impresso nella sua mente come
un pollice premuto su un marshmallow, riducendolo a
un ammasso bitorzoluto, e perch recuperi la forma
originale ci vorr un po'.
Va tutto bene?, gli chiede Megan, accorgendosi del
suo umore.
Stavo solo ripensando allo spettacolo, dice Noah.
Megan gli stringe un braccio e gli si fa pi vicina.
Ti protegger io, mio bel principe. Intrappolato
nella torre del nostro matrimonio sei al sicuro. Dopodich
gli d uno spintone, e per la seconda volta
nella stessa settimana Noah barcolla e perde l'equilibrio.
Stavolta finisce in una siepe sul bordo del
marciapiede.
Ma chi ti protegger da me?, grida Megan, e corre
via ridendo.
L'ultimo giorno della luna di miele, dopo una
settimana di spettacoli, di sesso senza lacrime e
il fascino di una piccola cittadina shakespeariana,
la coppia pranza in una tremenda imitazione di un
pub britannico, dove il cibo sa di miseria sbattuta
nel piatto. Megan sembra di nuovo gi, Noah teme che
l'incantesimo della vacanza si sia spezzato.
Al quinto o sesto boccone di pollo ai mirtilli Megan
fa delle smorfie, e Noah le dice: Non sei obbligata
a finirlo, se non ti piace.
Lei posa la forchetta e si porta il tovagliolo
alle labbra. C' un che di formale in quel gesto,
di precario.
Devo chiederti una cosa, gli dice.  un po' che
voglio farlo. E ho bisogno che tu mi dica la verit,
anche se pensi che non mi far piacere ascoltarla.
D'accordo, replica Noah a braccia conserte.
Da bambino hai sentito grattare alla finestra della
tua camera, e poi tua sorella  scomparsa. Dieci
anni dopo hai visto due di quegli esseri mostruosi
lottare per via di mio padre.
Esatto.
A quanto ne so io  tutto qui. Non hai mai parlato
di altri incontri, avvistamenti o di altre stranezze
in generale. La mia domanda quindi :  davvero
tutto qui? Non c' nient'altro? Qualcosa che non mi
hai raccontato?
Megan ha il cuore spezzato, glielo si legge in
faccia. Nei giorni precedenti  riuscita a nasconderlo,
ma il dolore  di nuovo l e sembra in grado
di incidersi per sempre dentro di lei. Noah sta per
prenderle la mano, teme per un attimo di essere respinto,
e se lei lo facesse sa che le racconterebbe
tutto in un sol colpo, ogni secondo sovrannaturale
che ha sperimentato da quando insieme hanno lasciato
il Texas. Le confesserebbe perfino della relazione
durata anni con Leannan.
La mano di Megan non si distende nella sua, ma
nemmeno si ritrae.
Ti giuro che non c' altro, dice Noah. Credo sia
stata solo una strana coincidenza, o il destino, o
comunque ti piaccia chiamarlo. Magari un intervento
divino. Il punto  che tutto quello che c'era da
dire lo sai gi.
Megan ritira la mano, ma prima stringe forte quella
di lui. Scuote appena la testa e sorride timidamente,
significa che sta cercando di non piangere.
Noah  troppo avveduto per provare a bloccare quelle
lacrime o per incoraggiarle. Ogni volta lei preferisce
combattere quella battaglia da sola. Noah rimane
seduto, in attesa.
Quando Megan si ricompone, gli dice: Se sei d'accordo,
penso di voler dare un taglio a tutto quello
che riguarda la Compagnia.
Come mai?
Perch sento di avere gi tutte le risposte che
potrei mai avere, spiega. Megan sembra deglutire un
boccone amaro. E questo me lo devo far bastare. Si
tratta di un addio. Voglio gettarmi la cosa alle
spalle.
Con me, spero, dice Noah.
Con te, certo, conferma Megan. Sei mio marito.
Smettono entrambi di parlare. Dal giorno del matrimonio
 la prima volta che Megan pronuncia quella
parola ad alta voce, una parola che conserva inalterato
il suo originario potere incantatore. Colpisce
Noah come se il fatto di essere sposato fosse una
novit. Ha una moglie. Non importa quello che c'
stato prima, ha compiuto la sua scelta. La responsabilit
di Megan  sua.
Sono tuo marito, le dice. E in quanto tale ho una
richiesta.
Quale?
Quando ti sarai laureata, non voglio pi vivere
a Chicago.
E dove vorresti andare a vivere?
Perch non qui? Insomma, non proprio qui, in questo
ristorante...
Dio ce ne scampi.
Ma comunque qui. Ad Ashland. Una cittadina votata
al teatro. Io potrei lavorare fabbricando scenografie
in un laboratorio teatrale, e tu magari potresti
recitare in uno o due spettacoli.
In effetti, osserva Megan, questo posto sembra
fatto pi o meno su misura per noi, non trovi?
Megan si laurea a maggio, e si trasferiscono ad
Ashland in un appartamento al primo piano in un palazzo,
sopra un negozio di candele. La loro nuova
casa ha un odore incantevole a qualsiasi ora.
Megan non riesce a recitare in nessuno spettacolo,
ma trova lavoro come insegnante di teatro in un liceo
del posto. Noah crea scenografie nel laboratorio di
un teatro. Per un po' le cose vanno bene. Il senso
di irrealt, di confusione costante e la paura della
sua vita precedente sfumano in un sogno dai colori
pastello e dagli aromi allettanti. L'impressione di
essere osservato si attenua, il suo passato  pi
simile a un incisivo passaggio di un libro che ha
letto tempo fa, a un incubo altrui preso in prestito
che non a qualcosa di realmente vissuto. Amore e vita
semplice,  questa la vera magia.
Ma gli anni passano sempre pi veloci.  come se
le foglie cadessero dagli alberi solo per risalirci
durante la notte, verdi e rigenerate, mentre Noah
e Megan abbandonano di buon passo la giovinezza ed
entrano nel territorio grigio e nebuloso dell'et
adulta. Da qualche parte, mentre gli anni si avvicendano
come in una pellicola, qualcosa sfugge via
alla coppia.
Quando Noah ha ormai ventinove anni, basta che ci
sia un po' di salsa di pomodoro in quello che mangia,
perch gli s'infiammi l'esofago. Schiena e ginocchia
gli fanno sempre male senza motivo. Ovunque vada,
con s porta un tubetto di antiacido e un flacone
di ibuprofene. Ogni volta che per strada gira un
angolo, si ritrova esattamente dove si aspetta. La
geografia non presenta n sorprese n incongruenze.
 sempre stanco, sfinito dal lavoro. A volte si
scopre a guardare il cielo, a chiedersi come possa
apparire Ashland dall'alto. Farebbe freddo lass?
Avrebbe bisogno di occhiali per vedere il suo condominio?
Un tempo cavalcava il vento notturno. Il
cielo era suo, come sua era Leannan. Oppure era lui
ad appartenerle.  convinto che provare nostalgia
per un mostro sia sbagliato. Quindi si racconta che
non gli manca.
Sarebbe forse pi semplice se le cose con Megan
andassero ancora bene. Non che vadano male, di per
s. Non litigano. Non hanno mai neanche una piccola
discussione. Non ridono pi, per, e neanche sorridono
o parlano molto. A fine giornata, di solito,
trascorrono il loro tempo libero insieme sul divano,
seduti lui da una parte e lei dall'altra, mangiando
hamburger o pizza, stordendosi con il misero
conforto delle risate preregistrate di una sit-com.
Non parlano mai del padre di Megan, della Compagnia
dei Dispersi o del passato di Noah, e si sfiorano di
proposito solo raramente.
A volte lui guarda sua moglie, cos distante sul
suo lato del divano, e si domanda perch sembri sempre
cos infelice. Di tanto in tanto glielo chiede,
e ogni volta lei scrolla le spalle e gli rivolta
contro la domanda.
Tu sei felice?, gli chiede.
Noah si sente confuso, non si sente se stesso e non
capisce perch.  stato salvato. Com' che questo non
gli basta? Perch  cos deluso ogni volta che per
strada gira un angolo e si ritrova esattamente dove
dovrebbe essere? Perch ha iniziato a scarabocchiare
panorami urbani su pezzi di carta?
Poi, un giorno, a trent'anni, si sveglia nel cuore
della notte perch sente grattare su un vetro
- scric-scric-scric - alla finestra di camera sua.
Una parte di lui lo attendeva, si aspettava che
succedesse prima. Con il cuore che batte all'impazzata
si alza e attraversa la camera, ma prima che
riesca ad aprire le tende il suo telefono si mette
a squillare. Esita davanti alla finestra con le
mani gi sulle tende, momentaneamente disorientato.
Megan si muove, e lui si allunga verso il telefono.
Lo recupera dal comodino e vede un numero texano
che non conosce.
Pronto?
Ma chi ?, chiede Megan con la voce impastata dal
sonno. La voce all'altro capo del telefono  debole,
piena d'interferenze come un segnale radio disturbato,
e le uniche parole che Noah riesce ad afferrare sono
le ultime due, sussurrate con l'affanno del panico:
piccolo principe.
Eunice?, domanda Noah. Eunice, sei tu?
Noah? Adesso la voce  maschile, molto pi chiara,
anche se sembra confusa.
Chi parla?, chiede Noah.
Raggiunge la finestra per spalancare le tende, ma
qualsiasi cosa ci fosse all'esterno se ne  andata. Ci
sono solo lui, Megan e la voce al telefono che dice:
Pronto, Noah, sono Hubert.  successa una disgrazia.
...
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...
PARTE SESTA.
...
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...
LA CASA STREGATA.
...
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...
CAPITOLO 1.
...
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...
Tornai a Vandergriff una domenica di marzo del 2013. Ero seduto
vicino all'ala mentre l'aereo dell'American Airlines planava al di
sotto delle nuvole nella grigia, misera realt dell'aeroporto di Dallas.
Per via di alcune complicazioni meteorologiche restammo fermi sulla
pista quasi un'ora, strizzavo il mio Kindle per non mettermi a urlare
esasperato. Era solo un po' di pioggia, santo Dio. Con la pioggia le
macchine circolano abitualmente. Perch diavolo bloccare un aereo
gi atterrato?
Accanto a me, sul sedile accanto al finestrino, Megan mi mise una
mano sul braccio. Devi calmarti. Stai per spaccare quel coso in due.
Appoggiai il Kindle sulle ginocchia e guardai mia moglie mortificato.
Mi strinse il braccio. Nel suo sguardo c'era comprensione, ma
nascondeva anche dell'altro. Guardai fuori dal finestrino.
Quando finalmente scendemmo, Kyle ci venne incontro al ritiro
bagagli. Ci eravamo tenuti in contatto tramite social, in carne e ossa
per non lo vedevo dal mio matrimonio, quindi la pancia da birra e i
capelli sale e pepe mi presero alla sprovvista. Il mio amico mi strinse
in un caloroso abbraccio e mi assest un paio di pacche sulle spalle.
 bello rivederti. Anche se le circostanze sono orribili.
Lo ripresentai a Megan, e mentre si stringevano la mano lei sorrideva.
Provai a ricordare quale fosse stata l'ultima volta che l'avevo
vista sorridere di fronte a qualcosa che non fosse una sit-com, ma non
ci riuscii. Sentii nel petto una miscela indistinta di gelosia e rimpianto.
Kyle insistette per portarle la valigia fino alla sua auto e la caric nel
bagagliaio. Voleva anche che Megan si sedesse davanti in macchina,
ma quanto a questo lei si dimostr irremovibile. Si allung sul sedile
posteriore e nel posto davanti ci andai io. Sbucammo dal parcheggio
e ci ritrovammo bloccati nel traffico, in mezzo a un furioso temporale
che impediva di vedere fuori.
Indicai le code interminabili di automobili intorno a noi. Mi
spiace. Probabilmente oggi avevi di meglio da fare.
Scherzi? disse Kyle. Se non fossi qui, sarei a casa ad accapigliarmi
con i bambini, Donna oggi  al suo club del libro. Quindi i
bambini per una volta sono con mia madre. Per me oggi  come stare
a rilassarmi in un centro benessere.
Megan ridacchi dietro di noi.
Come ve la passate? chiesi a Kyle.
Lui si schiar la voce. Mia madre ha cacciato mio padre di casa.
Stavolta per sempre.
Come mai? dissi, cercando di mostrarmi privo di una mia teoria.
Non avevo prove che dopo la sparizione di Sydney il signor Ransom
avesse continuato a fare il cascamorto, ma uno che si era gi innamorato
di una ragazzina poteva verosimilmente essersi innamorato di altre.
Niente di particolare, rispose Kyle. Non che io sappia, almeno.
Mamma sembra molto pi felice. Ha ristrutturato casa da cima a fondo.
Non sembra neanche pi il posto in cui sono cresciuto.
E tuo padre?
Vive in un parcheggio per roulotte.
And avanti a parlare per un po', stimolato dalle domande mie e
di Megan, e ci disse del suo matrimonio, dei suoi tre figli e, alla fine,
anche del Wandering Dark. Lui e Donna avevano rilevato quel posto
da mamma nel 2003 e l'avevano ricostruito a partire dalla vecchia
struttura, trasformando l'attrazione da labirinto dell'incubo in un
safari nella terra dei morti viventi. L'avevano ribattezzato Zombie
Mansion, aprendo casualmente proprio mentre scattava la mania per
28 giorni dopo e L'alba dei morti dementi. Per un po' avevano fatto
buoni affari, ma, come aveva imparato la mia famiglia sulla propria
pelle, nel business delle case infestate ci che diventa troppo risaputo
alla fine non fa pi n caldo n freddo. La Zombie Mansion aveva
chiuso l'anno prima. Kyle aveva iniziato a lavorare per un'azienda
che vendeva scatole e articoli da imballaggio, e Donna faceva la
centralinista in un ufficio.
Abbiamo ancora il magazzino e tutto quello che c' dentro,
continu Kyle. Mi sto scervellando per trovare un modo di sfruttarlo
ancora. Le sue parole suonavano vuote, come se fosse il primo a non
crederci troppo. Sarebbe stata dura per lui abbandonare la stabilit del
suo lavoro attuale. L'et adulta alla fine arriva per tutti.
Dopo ci fu silenzio. Kyle azion al massimo i tergicristalli, che
contro il vetro sembravano piagnucolare. Intuivo che stessimo cercando
tutti di pensare a una cosa, una qualsiasi cosa, di cui parlare senza
che ci fosse di mezzo il nostro ritorno a Vandergriff.
Fu Megan alla fine a ricominciare. Allora, Kyle,..  vero quello
che ho sentito? Che mio marito usciva con tua moglie?
 durata meno di un mese, dissi, stando al gioco. Ma poi 
arrivato Kyle, il mio migliore amico, e me l'ha rubata.
Rubata  una parola grossa, ribatt Kyle.
Anche migliore amico, aggiunsi. Scoppiammo tutti a ridere e,
per un attimo, mi sentii felice di essere a casa, in macchina con mia
moglie e il mio migliore amico, vedevo che andavano d'accordo, che
facevano squadra per scherzare sul mio conto. Era uno sguardo fugace
sulla vita che avevo pensato che avrei avuto quando io e Megan ci
eravamo messi insieme, una vita che non si era mai concretizzata.
Quella sensazione si dissolse non appena entrammo nel quartiere in
cui vivevano Eunice e Hubert.
Oddio, definirlo quartiere  un'esagerazione. La via su cui si
affacciava la casa di Eunice costituiva la prima e unica fila di edifici
portati a termine dell'intero progetto edilizio. Strutture scheletriche,
incomplete e vuote, con spiazzi pieni di erbacce che costeggiavano
le strade. Un cartello sbiadito all'angolo prometteva case e lotti edificabili
a partire da trentamila dollari.
Quel cartello dev'essere vecchio, considerai mentre proseguivamo.
 l da anni, conferm Kyle. Quelli che finanziavano il progetto
hanno dichiarato bancarotta e non  subentrato nessuno per finire i
lavori. Da queste parti di solito si vedevano gru e muletti, immagino
che qualcuno li abbia comprati e li abbia portati via. Il resto  rimasto
qui a invecchiare.
Kyle parcheggi nel vialetto della casa di Eunice, dietro a un SUV
per famiglie che doveva appartenere a Hubert. Mancava la macchina
di mia sorella, menzionata sui giornali come una Toyota Camry nera
del 2009, probabilmente l'aveva ancora in custodia la polizia. La loro
casa era un edificio di mattoni a due piani, con grandi finestre sulla
facciata, un praticello in pendenza e la vista sulla zona industriale
che fronteggiava le costruzioni.
Io e Kyle scendemmo dalla macchina per scaricare le valigie e
trascinarle lungo il vialetto prima che lo facesse Megan.
Chiamami se ti serve qualcosa, mi disse Kyle. Magari ci facciamo
una birra.
Torn in fretta alla macchina, sbracciandosi per salutare Megan
che percorreva il vialetto con una rivista aperta sulla testa a mo' di
patetico ombrello. Suonai il campanello, e Hubert ci spalanc la porta.
Era rimasto smilzo, smunto, sembrava per pi teso, aveva i capelli
in disordine e occhiaie scure.
Noah, disse, e bench i miei vestiti fossero fradici mi strinse in
un forte abbraccio. Grazie al cielo sei qui.
...
.
...
CAPITOLO 2.
...
.
...
Cos come all'esterno, ogni cosa all'interno della casa sembrava
calcolata per trasmettere un'idea di normalit di provincia: la sala
da pranzo con il tavolo di legno lucido e le sedie dallo schienale ben
dritto, la credenza con le porcellane che faceva pendant, i rilassanti
ma non memorabili quadretti di barche e paesaggi insieme ai ritratti
fotografici di famiglia scattati al centro commerciale, l'immacolato
tappeto color crema e l'arredamento bianco in soggiorno. Qui non
c' niente che non vada, sembrava dire la casa a denti stretti. Siamo
normali e felici, maledizione.
Seduti sul pavimento del soggiorno c'erano due bambini che giocavano
con il Lego: Caroline di dieci anni e suo fratello Dennis di otto.
Quando entrai, sollevarono entrambi lo sguardo. Dennis sembrava
una versione pi piccola e pi tonda del padre, e Caroline somigliava
tremendamente a sua madre, gli stessi capelli rossi e l'incarnato pallido,
le gambe e le braccia lunghe e magre come quelle di Eunice, lo
stesso mento sfuggente. Quando Hubert ci present, Dennis stranito
mi salut con un cenno, ma Caroline mi guard storto, come se gi
mi sospettasse di qualche malefatta. Hubert ci offr un caff, per berlo
ci sedemmo nell'angolo in cui facevano colazione di solito.
Che cosa sai? mi domand.
Scusa? dissi. Mi si gel il sangue come se mi avessero appena
accusato di qualcosa. Sentii lo sguardo di Megan posarsi su di me.
Non lo incrociai, fissavo invece la mia tazza di caff. Il silenzio dur
ancora per un po'.
Oh, feci, patetico come se avessi interpretato male la sua domanda.
So solo quello che abbiamo letto online.
Io e Megan ripetemmo a turno la versione ufficiale della storia:
luned Eunice era andata a lavorare, aveva passato alla scrivania tutta
la mattinata e, stando ai suoi colleghi, sembrava a posto. A mezzogiorno
era uscita per pranzo e non aveva pi fatto ritorno. Avevano
trovato la sua macchina parcheggiata nell'area residenziale dismessa,
a un isolato di distanza da dove ce ne stavamo seduti in quel momento.
La borsa l'avevano trovata in bella vista in una delle varie case che
non erano state terminate. Dentro c'era ancora tutto, soldi compresi.
Quando gli agenti avevano cercato di mettersi in contatto con nostra
madre per chiederle se avesse notizie di Eunice, non erano riusciti a
raggiungerla telefonicamente. Non avevano avuto per miglior fortuna
bussandole direttamente alla porta. Entrati in casa sua, avevano trovato
la televisione accesa e in cucina la caffettiera sul fuoco, ma non c'era
nessuno. Da allora, di mamma e di Eunice non si era pi saputo nulla.
Quando io e Megan finimmo di parlare, Hubert disse: Eunice
lavora spesso fino a tardi, a volte si dimentica di controllare il telefono.
Non mi sono preoccupato fino al mattino dopo, quando svegliandomi
ho visto che non era in casa. Ci ho messo un giorno intero a rendermi
conto che forse c'era qualcosa che non andava.
Mi spiace, Hubert, dissi.
No,  a me che spiace, ribatt, e picchi un pugno sul tavolo. Il
caff mi schizz fuori dalla tazza e fin sul legno del tavolo creando
una piccola pozza. Ho fatto un voto quando ho sposato tua sorella.
Sarei tenuto a prendermi cura di lei, in teoria. Gli diedi una pacca
sulla spalla e lui mi abbracci anche pi forte di prima. Mi lasciai
frantumare come un animale impagliato.
Dopo aver mollato la presa, Hubert si asciug il volto umido con
il dorso della mano. Ci sono cose di cui avrei dovuto accorgermi.
Per esempio? chiese Megan.
Ha smesso di prendere le medicine. Le ho trovate in una scatola
da scarpe nel suo armadio, erano quelle che avrebbe dovuto prendere
negli ultimi tre mesi.
E non hai notato nessun cambiamento? gli domandai.
Sembrava... pi pimpante, rispose Hubert. Pi energica. A
volte restava in piedi tutta la notte. Ma Noah, giuro su Dio, pensavo
fosse un segno che era felice. Che forse si sarebbe rimessa a scrivere.
Caroline e Dennis arrivarono in quel momento in cucina, interrompendo
bruscamente la conversazione. Per il resto la serata fu
moscia. Io e Megan recitammo la parte della famiglia preoccupata e
disorientata, seduti in soggiorno a guardare film d'animazione. Sul
pavimento i bambini costruivano una casa di Lego.
Mi sembra vada abbastanza bene, disse loro Megan mentre
finivano i muri portanti e iniziavano il tetto.
 solo una stupida casa, osserv Caroline.
Da bambino io con il Lego non riuscivo a combinare nulla, dissi.
Eri stupido? chiese Dennis.
Dennis! lo riprese Hubert, ma a me venne da ridere.
S, in un certo senso lo ero.
Intorno alle nove Hubert sped a letto i bambini. Erano accampati
insieme in camera di Caroline, in modo che il letto di Dennis fosse
a nostra disposizione. Non appena io e Megan entrammo nella sua
stanza, fu subito evidente che quel bambino andava pazzo per il Lego.
Un poster dei Bionicle era appeso sopra il suo letto, e gli scaffali alle
pareti erano attaccati apposta per sfoggiare tutti i set che aveva completato.
Non appena chiudemmo la porta, Megan osserv: Continuo
a credere che dovremmo metterci in contatto con la Compagnia. Da
quando avevamo saputo di Eunice e di mia madre, aveva espresso
quel desiderio pi volte al giorno.
Avevamo deciso che con la Compagnia era finita, le feci notare,
anni fa.
Nel 2003. Ma adesso  diverso. Magari potrebbero aiutarci.
Mi alzai dal letto e gironzolai per la stanza. Feci finta di guardare
sugli scaffali le macchine da corsa di Dennis, le astronavi, i covi dei
supercattivi, gli aeroporti e le case, era come una mostra di istruzioni
per il montaggio pedissequamente seguite. Quella pignoleria Dennis
doveva averla ereditata dal padre. Eunice e io eravamo due pasticcioni.
Non dico che non sia pane per la Compagnia, ragionai, ma a
essere scomparsa  la mia famiglia, e non mi va che un mucchio di
persone si metta a ficcare il naso nella vita di Hubert e dei bambini.
Comunque, diciamo che hai ragione. Diciamo che la mia famiglia 
stata rapita dai mostri. Non c' nulla che si possa fare. Nella Compagnia
 andata cos per tutti, ed  cos che  andata per Sydney.
Voltai le spalle ai giocattoli di Dennis e guardai Megan in faccia.
Era seduta sul letto, con le ginocchia premute contro il petto.
Perch non volevi che ti accompagnassi qui? mi chiese con
voce flebile.
Certo che volevo, replicai, ma facevo fatica a reggere il suo
sguardo.
Sospir e mi tese una mano. Vieni a letto.
Non lo feci, recuperai il necessaire dalla valigia e andai a farmi
una doccia.
Quando tornai, Megan dormiva, ma aveva lasciato la luce accesa
sul comodino per me. M'infilai accanto a lei nel letto e la spensi.
Era vero, avrei preferito che non mi accompagnasse in Texas. A
quel punto le cose fra noi non funzionavano da tempo. Lei sembrava
infelice, e quando mi guardava nei suoi occhi c'era sempre un che
d'indagatorio. Mi ricordava il modo in cui, dopo il 1999, mi guardava
di solito la gente di Vandergriff. Come se in me ci fosse qualcosa di
sospetto. Megan aveva ragione, in questo caso. Sarei voluto andare
l da solo, il che in parte era dovuto al fatto che volessi un po' di
spazio e di tempo per me, per fare i conti con la scomparsa della mia
famiglia senza sentirmi sotto un microscopio. Ma in parte era dovuto
anche alle circostanze che avevano fatto da contorno alle sparizioni.
Il rumore alla finestra della mia camera, la voce fioca al telefono.
Ai tempi in cui io e Megan vivevamo a Chicago, di solito la Citt
mi chiamava quando con me non c'era nessuno. Con Megan intorno
che analizzava ogni mio movimento starmene da solo sarebbe stato
molto pi difficile.
Naturalmente non potevo farlo presente a mia moglie senza ammettere
una caterva di altre cose che le avevo tenuto nascoste. Dunque
eccoci insieme in Texas, con lei che voleva coinvolgere la Compagnia
e non riusciva bene a capire perch io la vedessi diversamente. Tutti
e due nel letto di mio nipote, lei con i suoi sogni agitati e io completamente
insonne.
Ero certo che non mi sarei addormentato in fretta. Scesi dal letto,
mi vestii e presi il cellulare. Mandai un messaggio a Kyle:
Che ne dici di farmi fare un giro alla Zombie Mansion in piena
notte?
La risposta arriv quasi istantanea. Dammi mezz'ora.
...
.
...
CAPITOLO 3.
...
.
...
Aspettai Kyle sul prato davanti a casa. L'aria notturna era fredda,
umida, e l'erba era ancora bagnata. Mi fece venire in mente il mondo
di Leannan, in cui l'umidit era onnipresente. Non riuscivo a fare a
meno di sentirmi osservato, era come se l'intera strada avesse gli
occhi puntati su di me.
Sei l da qualche parte? domandai, senza sapere bene a chi stessi
ponendo la domanda. Riesci a vedermi?
La strada non rispose, ma la sensazione di essere sorvegliato
non se ne and. Quando l'auto di Kyle arriv, ci saltai dentro senza
perdere tempo.
Ti va di parlare? chiese lui.
No.
Accese la radio e attraversammo la cittadina, diretti al magazzino
che un tempo era appartenuto alla mia famiglia. A una prima occhiata,
dell'edificio vidi solo uno scorcio illuminato dagli abbaglianti della
macchina: un mastodontico monumento in cui il grigio originario era
stato ridipinto con un elaborato murale. Zombi azzurri e grigi vagavano
sotto un fiammeggiante cielo arancione, lungo un'infernale distesa
post-apocalittica di macerie fumanti, relitti di macchine, giardinetti
scheletrici. Era degno della fiancata di un furgone, sarebbe stata l'opera
ad aerografo pi barocca del mondo.
Niente male, osservai.
Donna lo odia, replic Kyle. Ma io volevo attirare l'attenzione
fin dalla prima occhiata.
La attira, confermai.
Scendemmo dalla macchina, Kyle tir fuori dal bagagliaio un
po' di birra, una confezione da sei. Afferrai una bottiglia mentre lui
apriva la porta. Il teschio di polistirolo del Wandering Dark non c'era
pi, e l'entrata per i visitatori era stata spostata dalla parte opposta
dell'edificio. Entrammo dunque nel magazzino vero e proprio, dove
laboratorio, uffici e sala relax erano rimasti pi o meno intatti. Kyle
accese le luci dalla sala controllo. L'edificio si illumin, e io provai
una stretta al cuore. Finalmente mi sentivo a casa.
Lasciammo qualche birra nel frigo della sala relax e uscimmo.
Ci dirigemmo all'entrata per i clienti, una porta nera in cima a una
rampa di scale.
Kyle mi fece fare un giro della struttura, nel mentre bevevamo birra.
L'idea di base  questa: fai parte di un gruppo di sopravvissuti
che deve attraversare una citt zeppa di zombi, mi raccont, percorrendo
uno stretto passaggio fra due recinzioni. Dietro il reticolato
metallico, su entrambi i lati, c'erano rottami di automobili e, appena
abbozzati, quelli che avrebbero dovuto essere vetrine e palazzi.
Quindi da una parte e dall'altra gironzolano un mucchio di infetti,
e sembrerebbero farsi gli affari loro, se non che di colpo una donna
non infetta arriva di corsa alla tua destra implorando aiuto. Questo
richiama l'attenzione degli infetti che si disperdono oltre le barriere,
le sirene si mettono a suonare e i giochi sono fatti. In realt no, ma
cosa intendo lo hai capito.
Il resto dell'attrazione consisteva in una serie di incontri sempre
pi rischiosi con i morti viventi. I visitatori si trascinavano strisciando
in alcuni condotti, salivano ripide scalinate e dovevano aiutarsi a
vicenda per oltrepassare profondi fossati. Durante la nostra gestione
non avevamo mai considerato niente di cos impegnativo, era una
corsa a ostacoli per fuggire dall'inferno.
Donna voleva che la gente avesse un buon motivo per fare un
po' di esercizio fisico, disse Kyle mentre ci spostavamo a quattro
zampe lungo un condotto di plastica rossa, attenti a non rovesciare la
birra. Come se il nostro fosse un servizio pubblico. Sbucammo dal
condotto ai piedi di un'ampia scala ripida con alcune funi legate in
cima. Scolammo le nostre bottiglie fino in fondo e iniziammo a salire.
Via via che ci avventuravamo all'interno, gli ostacoli si facevano
sempre pi impegnativi, smettemmo quindi di parlare. Il cuore mi
batteva a pi non posso, avevo i vestiti incollati alla pelle. Continuai
ad attendere quella sensazione familiare, quella strana miscela di
spaesamento ed eccitazione che annunciava un viaggio verso la Citt,
ma non arriv. A ogni nuova sfida, ogni volta che c'era da girare un
angolo, ero sempre accanto a Kyle. Ci dondolammo fra piattaforme
sospese, percorremmo scale orizzontali, procedemmo in equilibrio
su alcune travi a un'altezza apparentemente pericolosa.
Quando imboccammo rapidamente lo scivolo che ci deposit
all'uscita, mi bruciavano i polmoni e avevo male a un fianco. Mi
sentivo anche, per la prima volta dopo tanto tempo, completamente
appagato. Ero steso sul materassino in fondo allo scivolo, respiravo
forte e permisi alla mente di naufragare nel nulla.
Quando mi ripresi, mi alzai e tornai con Kyle nella sala relax dei
dipendenti, dove finimmo le birre avanzate.
Grazie, dissi dopo aver ripreso fiato. Ne avevo bisogno.
Kyle fece tintinnare la sua bottiglia contro la mia. Nel silenzio e
per il momento libero dall'ansia, mi venne in mente una cosa.
Ehi, avete conservato qualcosa del Wandering Dark?
Abbiamo tenuto il vecchio labirinto del mostro, rispose Kyle.
Veniva comodo per spostare gli zombi.
E i costumi?
La maggior parte dei vestiti l'abbiamo zombificata. Li abbiamo
tagliuzzati, sbrindellati e insanguinati. Si alz e io lo seguii nella
zona in cui venivano creati. Mi indic alcuni scatoloni ammucchiati
in un angolo. La roba che non abbiamo toccato  l dentro.
Aprii quello pi in alto. Tirai fuori una giacca sgualcita marrone,
una camiciola sbarazzina con le spalle imbottite e un paio di jeans
tagliati. Riconoscevo ognuno di quei vestiti, frammenti del mio passato
a lungo dimenticati, non erano per ci che cercavo. Frugai in
altre scatole.
Se mi dici cosa stai cercando... intervenne Kyle.
La trovai in un quarto scatolone, se ne stava ficcata l dentro da sola:
una pelliccia marrone a chiazze con sfumature diverse, che sembrava
vecchia e di scarso valore nella luce intensa, priva della tetra solennit
che le conferiva il suo habitat naturale. La mia seconda pelle. Il mio
completo da mostro.
Avrei dovuto immaginarlo, disse Kyle.
Gli diedi un'occhiata. Non l'avete modificato neanche un po'.
Certo che no.  tuo. Metterci le mani sarebbe stato sbagliato. E
poi cosa avremmo dovuto farcene di un costume da mostro in una
casa di zombi?
In macchina, al ritorno, tenni il costume in braccio, passando le
dita nel pelo arruffato e pieno di nodi. Rispetto a un'ora prima mi
sentivo un po' pi me stesso.
 un problema se ci fermiamo qui? domand Kyle rallentando
nel parcheggio di una farmacia. Ho promesso a mio padre che gli
avrei comprato una medicina contro gli ossiuri.
Entrammo insieme, Kyle trov la medicina che cercava e ci mettemmo
ad aspettare il nostro turno in una coda incredibilmente lunga.
Dopo circa due minuti trascorsi ad ascoltare una donna alla testa della
fila che polemizzava sulla validit di un buono sconto, il cassiere ci
indirizz al bancone in fondo. L una donna in camice bianco, apparentemente
annoiata, registrava gli acquisti dei clienti. Qualcosa
nella sua faccia - il modo in cui teneva la bocca, come se stesse
succhiando una caramella aspra - si era impigliato nei miei ricordi,
ma non capivo perch. Lasciai perdere e mi misi a giocherellare con
il telefono mentre avanzavamo lentamente verso la cassa.
Noah? Noah Turner?
Sollevai lo sguardo. La donna mi stava rivolgendo un mezzo sorriso.
S?
Il sorriso si allarg.  passato tanto di quel tempo... Con una
mano s'indic il cartellino appuntato al petto: CIAO, MI CHIAMO
BRIN. Brin. La prima e unica fidanzata di mia sorella. Brin, che aveva
spezzato il cuore di Eunice cos totalmente da farla sprofondare in
una depressione suicida. La maledetta, merdosa Brin.
Mi ricordo bene di te.
La sua allegria vacill. Ho sentito di Eunice e di tua madre. Se
c' qualcosa che posso fare...
Puoi far pagare il mio amico, risposi. Siamo di fretta.
Abbass lo sguardo, e io provai una dirompente soddisfazione
per la mia piccola crudelt. Si fottesse. Kyle era curioso, si vedeva,
ma mentre sfoderava la carta di credito e pagava la medicina finsi di
essere assorbito dal telefono.
Si pu sapere cosa  successo? mi chiese uscendo.
 un problema se non ne parliamo?
Il capo sei tu. Apr la macchina, ma prima che potessimo salire
Brin corse fuori dal negozio con il camice che fluttuava.
Ehi! grid.
Vuoi che me ne sbarazzi? domand Kyle.
Me ne occupo io. Tu aspettami pure in macchina. Raggiunsi
Brin a met del parcheggio. Che vuoi?
Ascolta, capisco perch non vuoi parlare con me. Il modo in cui
ho trattato Eunice  imperdonabile. E quello che  successo dopo, si
pass una mano sul volto,  in assoluto la cosa di cui pi mi pento
nella vita. La religione, specialmente se un po' strana, che poi  quella
che seguivo io,  qualcosa a cui  difficile sottrarsi. Pu spingerti a
commettere le cose pi stupide e crudeli. Pu farti avere paura di te
stesso, e invece di farci i conti io l'ho fatta diventare un problema
per Eunice. Si tocc di nuovo il volto. Ci ho messo parecchio per
venire a patti con me stessa. Mi sarebbe piaciuto ricontattare Eunice,
un giorno, ma poi ho saputo che si era sposata e aveva avuto dei figli.
Non lo so. Pensavo che avrei avuto il tempo di sistemare la situazione.
Anch'io.
Comunque sia, mi dispiace, continu. Se tu o i tuoi famigliari
avete bisogno di qualcosa, be', permettimi di lasciarti il mio numero.
Tir fuori dal taschino carta e penna e lo scrisse. Non appena lo presi,
s'incammin di buon passo verso il negozio.
Brin, la chiamai.
Si ferm.
Avrei voluto averlo io il tuo coraggio.
Mi salut sventolando una mano, poi spar dentro. Salii in macchina.
Tutto bene? mi domand Kyle.
Bene, s.
Ci dirigemmo verso il parcheggio per roulotte in cui viveva il padre
di Kyle, uno spiazzo di cemento recintato senza un filo di verde che
avevano battezzato Lago Erboso. Kyle mi domand se mi andasse di
accompagnarlo alla porta.
Mio padre probabilmente ti saluterebbe volentieri, sapendo che
sei da queste parti.
Ti ringrazio, per no, risposi, cercando di non sembrare sgarbato.
Dal finestrino guardai Kyle salire i gradini di calcestruzzo fino alla
scatola di lamiera che conteneva suo padre. Quando Daniel Ransom
comparve sulla porta, per un attimo rimasi spiazzato. Si era lasciato
andare, i capelli erano bianchi e radi, era rimbambito, rinsecchito, e
il pigiama troppo grande lo rimpiccioliva ulteriormente. La vita non
era stata tenera con lui, e per un momento provai una sorta di piet.
Ma il momento pass.
Guardai altrove, concentrandomi sul pezzo di carta che mi aveva
dato Brin. Mi bruciava la faccia al pensiero di tornare a casa di Eunice,
di dormire nel letto di suo figlio fingendo di non sapere un bel
niente come chiunque altro.
...
.
...
CAPITOLO 4.
...
.
...
Quando tornai, Megan stava ancora dormendo. Esausto, crollai nel
letto accanto a lei, e finalmente riuscii a dormire. Sonnecchiai fino
al primo pomeriggio, mi alzai solo quando non mi fu pi possibile
ignorare il sole che entrava dalla finestra della cameretta di Dennis.
Scesi al piano di sotto e trovai la famiglia riunita in cucina. Hubert
stava sciacquando i piatti nel lavello e li passava a Dennis che li metteva
nella lavastoviglie. Caroline e Megan erano sedute a tavola, Megan
beveva caff e Caroline stava leggendo un grosso libro. I capelli rossi
le coprivano gran parte del viso. Somigliava talmente a Eunice che
mi si torse lo stomaco.
Buon pomeriggio, mi salut Hubert. C' un po' di caff, se
ti va.
Come no. Mi avvicinai alla caffettiera per versarmene una tazza.
Notte difficile? mi chiese Megan. Quelle parole mi colpirono
come una palla da baseball in mezzo alle scapole, e resistetti a fatica
all'impulso di non curvarmi di riflesso.
Gi. Ci ho messo un po' a addormentarmi.
Anch'io, intervenne Hubert. Non ho pi dormito come si deve
la notte, da quando  successo.
Mi sedetti al tavolo con Megan e Caroline, stringendo la tazza fra
le mani. Quali sono i programmi per oggi? domandai.
Niente di che, per ora, rispose Hubert. Stavamo appunto cercando
di decidere cosa fare nel resto del pomeriggio e stasera.
Io voglio andare allo zoo, dichiar Dennis.
Caroline alz gli occhi dal libro. Scherzi? Che voglia hai di
visitare un carcere per animali?
Un carcere per animali? si stup Dennis. A quanto pareva, non
gli era mai venuto in mente che gli animali non vivessero volentieri
allo zoo.
Non dobbiamo per forza andare allo zoo, osservai. Possiamo
andare al parco. O al cinema.
Caroline si alz, prese il suo libro e attravers la porta che conduceva
al cortiletto sul retro. La richiuse sbattendosela alle spalle.
Hubert si appoggi al ripiano della cucina e incroci le lunghe
braccia scheletriche.
Sta attraversando un periodo difficile. Le parler.
Meglio lasciarla in pace, disse Megan trasferendosi sulla sedia
rimasta sgombra. Prendi il caff con me. Rilassati un po'.
Hubert esegu, lieto che qualcuno gli avesse detto cosa fare. Dennis
invece continu a rimuginare sul carcere per animali. Io dichiarai di
aver smarrito il telefono e tornai di corsa al piano di sopra, nella stanza
di Dennis, dove scostai le tende e aprii le persiane giusto in tempo
per vedere Caroline scavalcare la recinzione alle spalle del cortile e
sparire nell'area abbandonata che c'era dall'altra parte.
...
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...
CAPITOLO 5.
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Sgattaiolai fuori di casa in cerca di Caroline, e presi la strada pi
lunga girando intorno all'isolato. La trovai seduta a gambe incrociate su
un basamento di cemento armato che, probabilmente, durante i lavori
che c'erano stati doveva rappresentare un abbozzo per un soggiorno o
una cucina. Sentendomi arrivare, Caroline si alz, pronta a scappar via.
Vengo in pace, dichiarai alzando le mani. Entrai in quello spazio
e lasciai aperta la porta, cos che, volendo, lei avrebbe potuto filarsela.
Era un gesto simbolico - quella porta aperta significava che avrebbe
potuto scappare ovunque volesse - ma si rivel efficace. Caroline si
era comunque innervosita, ma rest ferma dov'era.
Mi allontanai un po', e diedi un'occhiata alle travi e alle abitazioni
incomplete che c'erano a destra e a sinistra. Ci vieni spesso qui?
le chiesi.
Mamma e pap non vogliono, rispose. Hanno paura che ci
facciamo male.
Non sarebbe bastato questo a fermarmi, quando avevo la tua et.
La maggior parte delle volte vengo a tenere d'occhio Dennis
mentre gioca, a controllare che non faccia nulla di pericoloso.
Quindi ti prendi cura di Dennis.
Caroline annu.
Tua madre si prendeva sempre cura di me, quando eravamo
bambini. Lo sai che sei identica a lei?
Caroline non riusciva ancora a rilassarsi. Come facevi a sapere
che ero qui? domand.
 stato solo un colpo di fortuna, le risposi. Per caso ho guardato
fuori dalla finestra di sopra e ti ho visto mentre scavalcavi la
recinzione.
Non ho fatto nulla di male, reag con uno sguardo di sfida. Invece
di ribattere, aspettai. Un po' alla volta la rabbia abbandon il suo
volto. Per un po' mamma mi  sembrata cos felice, felice come non
l'avevo mai vista, poi per un giorno  diventata cattiva. Era come se
qualsiasi cosa dicessimo o facessimo fosse sbagliata. E pap... con
lui era terribile. Gli dava dello smidollato, del vigliacco, diceva che
non avrebbe mai dovuto sposarlo. Lo faceva davanti a me e a Dennis.
Che noi sentissimo non le importava, o almeno cos sembrava. E pap,
rassegnato, subiva tutto fino a che lei non aveva finito.
Caroline sbatt gli occhi pi volte e deglut, cos forte che la sentii.
Con lui dovrei comportarmi meglio, disse.
Anch'io, ammisi.
La mamma dopo  peggiorata ancora. A volte mi svegliavo in
piena notte e la vedevo fare avanti e indietro nel suo piccolo studio,
a testa bassa e con le braccia conserte. Continuavo a sperare che le
cose sarebbero migliorate. Poi per ha iniziato a fare lunghe passeggiate
da sola nel cuore della notte. A volte m'intrufolavo in camera
di Dennis per guardare fuori dalla finestra, e la vedevo che faceva
avanti e indietro per strada scuotendo la testa. E alla fine, un giorno,
lei e la nonna sono sparite.
Prima di proseguire distolse lo sguardo: A volte, quando la mamma
era nel suo studio, ho visto che fuori dalla finestra c'era qualcosa
che la teneva d'occhio.
Che tipo di cosa? le chiesi.
Caroline mi guard torva. Un mostro con una tunica. Somigliava
un po' al grosso lupo cattivo della favola, con addosso la mantella di
Cappuccetto Rosso. La mamma non sembrava mai farci caso, ma io
l'ho visto. Caroline mi guard, dalla mia espressione intu qualcosa
e disse: Lo hai visto anche tu, vero?
Valutai se risponderle di no, ma sentivo una certa affinit con quella
bimba. Mi ricordava Eunice, ovvio, ma anche me stesso. Intelligente,
spaventata, cercava di destreggiarsi fra le mezze verit e le bugie che
la sua famiglia le aveva raccontato fino ad allora.
S, l'ho visto anch'io, ammisi.
E lo sai dove sono la mamma e la nonna? domand.
Chiusi il mio unico occhio, temetti di sentirmi male. Quello che era
successo era tutta colpa mia. Leannan mi aveva avvisato anni prima,
una sera, il giorno in cui mi ero sposato. Quando le avevo chiesto
di lasciarmi in pace, aveva replicato: Non  cos che funziona. Mi
aveva detto che c'erano cose che non capivo. E adesso me l'aveva
dimostrato. Si era presa tutta la mia famiglia.
Quando riaprii l'occhio, mi accorsi che Caroline mi guardava concentratissima.
Puoi riportarle a casa? domand.
Non saprei neanche da dove cominciare, le risposi. Non appena
lo ebbi detto, tuttavia, mi resi conto che non era cos. Da dove cominciare
lo sapevo esattamente. Non ero costretto ad aspettare che la
Citt mi invitasse di nuovo. Dovevo riuscire a tornarci da solo, con le mie forze.
...
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...
CAPITOLO 6.
...
.
...
Lasciai Caroline nella casa vuota e rifeci il giro dell'isolato. Erano
tutti in cucina quando rimisi piede in casa di Eunice, riuscii quindi a
rubare agilmente le chiavi della macchina di Hubert appese alla porta
e a svignarmela di nuovo. Uscii dal vialetto e proseguii lungo la strada
senza che nessuno mi notasse. Attraversai la cittadina con il telefono
in modalit silenziosa, ignaro di qualsiasi chiamata persa o messaggio.
Si era appena fatta sera quando raggiunsi la casa di mamma all'altro
capo di Vandergriff. Il sole era coperto da una fitta coltre di nubi
temporalesche che annunciavano una notte prematura. La casa era
pi grande di quanto ricordassi, pi ampia e insieme pi alta, come
se al pari di ogni altra cosa vivente fosse cresciuta attenendosi a una
dieta regolare, mangiando quello che erano solite mangiare le case.
Le finestre, simili agli occhi neri di un insetto, riflettevano la luce
dei lampioni.
Non c'erano macchine della polizia parcheggiate in giardino o per
strada, ma il nastro giallo sbarrava la porta d'ingresso. Passai sotto
il nastro e provai le chiavi che avevo io; la serratura era la stessa, e
funzionarono. Una volta dentro lasciai spente le luci. Non volevo
che i vicini si accorgessero della presenza di qualcuno all'interno.
Per darmi un'occhiata intorno, senza curarmi delle varie notifiche
sul display, usai la torcia del cellulare.
La casa, ovviamente, era stata perlustrata in cerca di indizi e poi
abbandonata. Dal divano erano stati rimossi i cuscini, e in cucina
tutti gli armadietti erano spalancati, il loro contenuto era sui ripiani
e sul pavimento. Mi ricordava la casa di Leannan dopo il terremoto.
Disordine a parte, di diverso c'era ben poco. Appese alle finestre le
tende erano le stesse, e in sala da pranzo c'era lo stesso tavolo. C'era
odore di muffa, di aria viziata, come se chi ci viveva fosse andato a
male. Salii nella mia vecchia stanza. Con il letto sfatto e la biancheria
sporca sparsa dappertutto sul pavimento, dava l'impressione che un
Noah diciannovenne potesse rientrare da un momento all'altro. Sulle
pareti c'erano gli stessi poster, e ammonticchiata sul comodino c'era
la stessa pila di libri: La camera di sangue, Ghost Story, Cerimonia
di sangue, Memnoch il diavolo.
Sulla scrivania trovai un pezzo di carta che era rimasto l a prendere
polvere per pi di un decennio:
Noah,
stasera sono passata al Wandering Dark per avere un bis, ma mi
hanno detto che  il tuo giorno libero. Mi spiace non averti rivisto.
Se ne hai voglia, comunque, domani sera mi trovo con alcuni amici,
potresti venire. Mi farebbe piacere parlare di nuovo.
Baci,
Megan
Sentii una fitta di rimorso. Stavo per controllare le notifiche sul
cellulare, ma mi bloccai. Prima di preoccuparmi per Megan, dovevo
superare quella tappa. Mi accovacciai di fronte alla scrivania e aprii
il cassetto pi in basso. Era zeppo di vecchi compiti del liceo, blocchi
a spirale e fumetti. Affondai una mano in mezzo alle carte e rovistai
alla cieca finch le mie dita non si strinsero intorno a ci che cercavo.
Lo tirai fuori e lo guardai nella camera buia: una piccola pietra nera
levigata. La mia chiave per il mondo di Leannan, abbandonata l undici
anni prima, era esattamente dove l'avevo lasciata.
La strinsi nel pugno, chiusi forte l'occhio e immaginai la casa nella
foresta nera, il cielo palustre, l'aria umida e densa.
Riaprii l'occhio e constatai di essere ancora accucciato nella mia
vecchia stanza. Non aveva funzionato. Perch non aveva funzionato?
La pietra aveva perso tutto il suo potere? Dopo anni d'inattivit le si
erano scaricate le batterie? Me la rigirai nel palmo. Non sembrava
diversa rispetto a come la ricordavo.
L'unica bella idea che mi fosse venuta era sfumata. Non ero ancora
disposto ad arrendermi, tuttavia, e a tornare da Hubert, Megan
e i bambini.
Mi infilai la pietra in tasca e finii di perlustrare la stanza, ma non
trovai nulla di utile. And allo stesso modo con la vecchia camera di
Eunice e con l'ufficio di casa in fondo al corridoio, dove in cima
allo schedario c'era ancora la foto di Sydney al liceo.
Scesi, volevo battere a tappeto il piano terra. In cucina e in soggiorno
apparentemente non c'era niente fuori posto. Il letto in camera di mia
madre era senza lenzuola, i vestiti e le scarpe erano tutti ammucchiati
in basso nell'armadio.
Stavo per abbandonare le ricerche quando il fascio di luce del
cellulare illumin per un attimo qualcosa di piccolo e marrone, riposto
in fondo. Mi inginocchiai e vidi una scatola di cartone vecchia e in
alcune parti stinta. Scostai i lembi che la chiudevano. Dentro c'era
solo un vetusto raccoglitore a tre anelli, gonfio di fogli ingialliti
dal tempo. Nella plastica che rivestiva la copertina era infilata una
pagina con il titolo, una scritta a matita leggera, con le lettere in
stampatello maiuscolo come sulle vecchie copertine di Superman
o degli X-Men:
LA CITT SENZA NOME
DI HARRY E MARGARET TURNER
Ricordava qualcosa che potrebbe buttare gi un ragazzino per
ingannare il tempo anzich studiare, e mi diceva parecchio sul conto
dei miei: del padre che non avevo mai conosciuto e anche di mia
madre, nella versione che era morta con lui. Giocherelloni. Gente
divertente.
Appiccicata sotto il titolo c'era una foto, quella che ho descritto
non so pi quante pagine fa: i miei genitori rannicchiati accanto al
cartello CASA INFESTATA - INGRESSO LIBERO, che sorridevano fieri
della propria creazione (una foto che era e resta l'unica di mio padre
in mio possesso, una reliquia ancora custodita nella sua guaina di
plastica).
Tornai al letto di mia madre con il raccoglitore e lo aprii. Come
dichiarava la copertina, dentro c'erano i progetti abbozzati da mamma
e pap prima che lui morisse, i progetti su cui io e Sydney avremmo
sempre voluto mettere le mani. Mamma aveva detto di averli buttati via.
Eccoli l, invece, i progetti per una colossale attrazione che gravitava
intorno a tre alberghi: il Gilman, che nel racconto di H. P. Lovecraft
si trovava nella cittadina costiera di Innsmouth, il Glitz, un hotel tipo
l'Overlook di Shining con un labirinto di siepi e finiture in ottone,
e il Ma's, una locanda con una cancellata nera in ferro battuto e un
cimitero alle spalle.
Fuori dal nucleo rappresentato dagli hotel si estendeva, a quanto
ne capivo, una citt vera e propria, con palazzoni pieni di uffici,
negozi e ristoranti, tutto reso nel disegno fin nei minimi dettagli. Da
una pagina all'altra, tuttavia, la struttura della citt mutava. Era impossibile
trovare un punto di riferimento con cui orientarsi a dovere.
Scorsi le pagine avanti e indietro, ma pi le guardavo pi tutto mi
sembrava a casaccio, era come la struttura della Citt che io stesso
avevo sperimentato sulla mia pelle.
Non avevo molto tempo per riflettere sulla nuova scoperta e capire
come avrebbe potuto aiutarmi nell'impresa di raggiungere il mondo
di Leannan. La porta di casa si apr, e sentii un vociare indistinto
all'ingresso. Era arrivato qualcuno.
Noah, ci sei? grid Megan. Vieni fuori. Siamo qui.
...
.
...
CAPITOLO 7.
...
.
...
Quando sbucai dal soggiorno nell'ingresso, trovai mia moglie insieme
a Josh, Eli, Hector, Laura e Sarah. A dispetto di ci che le avevo fatto
presente, aveva chiamato la Compagnia e aveva portato i membri l
con s. Avevano acceso le luci.
Come facevi a sapere dov'ero? chiesi a Megan.
Ho immaginato che saresti potuto andare solo in due posti,
rispose. Ho avuto fortuna al primo colpo.
Ti avevo detto che non avevo bisogno dell'aiuto della Compagnia.
Magari  davvero cos, replic Megan con un tono calmo e
razionale, per quanto un po' abbacchiato. Ma io ho bisogno di risposte.
Riuscivo ad avvertire in lei qualcosa di freddo e pericoloso.
L dentro non potevo in alcun modo dileguarmi.
Che ne dite se ci trasferiamo in soggiorno? propose Sarah.
Presero tutti posto sui divani e sulle sedie, a parte me e Megan.
Noi restammo in piedi davanti al televisore. Non appena il gruppo mi
punt gli occhi addosso, provai la stessa insinuante sensazione che
avvertivo da adolescente, l'impressione di trovarmi allo scoperto e sotto
accusa. L'impressione di essere diverso, un intruso fra gente normale.
Cosa volete sapere? domandai.
Regolati come a una riunione, m'invit Sarah con garbo. Comincia
a raccontare quest'ultimo evento dall'inizio, dicci cos' successo.
Al pensiero di come mi avevano messo con le spalle al muro, fui
costretto a reprimere la rabbia. Partii in quarta con la storia della strana
telefonata e del rumore alla finestra la sera in cui Eunice e mamma
erano scomparse. Raccontai che Caroline mi aveva confessato di
aver visto una di quelle creature. Dissi che ero l per capire se potevo
fare qualcosa per quelle sparizioni, ma ammisi di essere a un punto
morto. Mostrai loro il raccoglitore che avevo scoperto nell'armadio
di mamma, ma non mostrai la pietra nera. Quella la tenni per me.
Quando ebbi finito, per un attimo nessuno parl. I membri del
gruppo si guardavano oppure tenevano gli occhi bassi.
Fu Josh a rompere il silenzio a un certo punto. Sono solo stronzate.
Stronzate? domandai.
Nessuno incroci il mio sguardo. Perfino Megan, accanto a me,
improvvisamente s'interess moltissimo al tappeto.
Mia madre  scomparsa quando avevo otto anni, disse Josh.
Lavorava come giornalista freelance a San Antonio. Indagava su una
comunit di vampiri della zona... non vampiri veri, parlo di qualche
pervertito fanatico di Anne Rice che si divertiva a travestirsi e a bere
sangue. Mia madre si stava facendo un nome, una carriera. E lo sai
su cosa stava investigando proprio prima di svanire?
Non ne ho idea, risposi.
Casi irrisolti di sparizioni. Si interruppe e mi guard, come se mi
invitasse a commentare in qualche modo. Gli feci segno di continuare.
Un mucchio di sparizioni  possibile spiegarle in modo ragionevole,
continu Josh. A volte c' di mezzo un coniuge o un ex coniuge
con un passato violento, anche se non ci sono prove sufficienti per
accusarlo o condannarlo. Altre volte chi scompare ha un problema di
tossicodipendenza, o una malattia mentale. Non erano questi i casi che
interessavano a mia madre. A lei interessavano quelli insoliti. Come
quel ragazzo che a Huntsville, in Alabama, era entrato in un simulatore
gravitazionale, cio in uno spazio chiuso con un'unica porta per
entrare e uscire, e che appunto non ne era pi uscito. O quell'uomo
che nel Maine, in prigione, era svanito in piena notte dalla sua cella
chiusa a chiave.
Immagino che tua madre avesse una sua teoria al riguardo, no?
domandai, senza riuscire a trattenere un tono annoiato.
Se ce l'aveva, io non ne so nulla. Aveva appena iniziato a indagare,
stava facendo qualche telefonata in giro, seguiva varie piste.
In quel periodo il telefono di casa nostra era fuori uso, quindi ogni
volta che doveva chiamare qualcuno era costretta a raggiungere una
cabina pubblica in fondo alla strada. Mentre lavorava, non era insolito
che si facesse quel tragitto due o tre volte a sera. Quella volta usc di
casa e non torn mai pi. La polizia investig. La cosa fece notizia.
Alcune di quelle trasmissioni dedicate ai misteri insoluti di tanto in
tanto hanno raccontato la storia di mia madre. Eppure nessuno ha
trovato una spiegazione. Semplicemente  sparita. Molti credono che
l'abbiano rapita quei vampiri fasulli, io so per che c' dell'altro.
Ma che cosa ha a che fare questo con me? domandai.
Quando la settimana scorsa chi restava della tua famiglia  scomparso,
il tuo nome ha iniziato a risvegliare qualcosa in un angolino
della mia mente. Seguendo l'istinto, sono andato a frugare fra gli
appunti di mia madre, cercavo l'ultimo caso a cui non aveva finito di
lavorare, e lo sai cosa ho scoperto?
Non ne ho la minima idea.
Ho scoperto alcuni appunti su una donna, una certa Deborah
Turner. Ti dice niente?
Scossi la testa.
Schizofrenia paranoide, prosegu Josh. Vedova, il marito era
stato ucciso in Corea. Una notte la trovarono a camminare sul ciglio
di una strada, in camicia da notte. Quando la polizia la avvicin, cerc
di fare resistenza e non la smetteva di parlare di una certa citt. Aveva
un figlio, si chiamava Harry. Si chiamava cos anche tuo padre, se
non mi sbaglio.
Annuii. Mio padre  morto subito dopo la mia nascita. E mia
nonna l'ha seguito di l a poco. Mia madre non parlava mai di nessuno
dei due.
Josh si tolse il berretto e si pass una mano fra i capelli biondi,
aveva cominciato a perderli.  strano che la storia della tua famiglia
sia cos legata a quelle creature. Ogni altro incidente esaminato dalla
Compagnia risulta a s stante. Non c' niente di ereditario.
Quello che mi hai raccontato per me  una novit, commentai, e
in parte era vero. Avevano trovato mia nonna sul ciglio di una strada?
Parlava di una citt? Quindi era stata catturata e chiss come era scappata?
E questo significava forse che scappare era possibile, dopotutto?
Ti abbiamo accolto nel nostro gruppo, disse Josh. Abbiamo
condiviso con te le nostre storie. C'eravamo quasi tutti al tuo matrimonio.
Abbiamo dato per buona la tua versione sulla sparizione di
tua sorella maggiore. Abbiamo accettato il tuo resoconto su cosa 
successo la notte in cui  stato arrestato il padre di Megan. Ti abbiamo
creduto sulla fiducia perch eravamo avidi di informazioni, volevamo
sapere che cosa fosse successo ai nostri cari. Il modo in cui la tua
famiglia  legata a quelle creature, per,  bizzarro. Tutti noi abbiamo
avuto a lungo un brutto presentimento sul tuo conto, e adesso te ne
esci di soppiatto la sera mentendo a Megan su quello che sai e cerchi
di impedirle di parlare con noi. Quindi perch non la smetti di sparare
stronzate e, per una volta, non ci racconti la maledetta verit?
Mi infilai le mani in tasca e provai a elaborare una nuova tattica,
qualcosa che mi levasse i loro sguardi di dosso. Le dita della mia
mano destra, percependone i bordi, si soffermarono su un pezzo di
carta. Lo tirai fuori. Era il numero di telefono di Brin. Lo fissai con
gli ingranaggi del cervello temporaneamente fermi.
Quando smisi di guardare quel foglietto, scoprii che stavano ancora
aspettando una risposta.
Io... iniziai, ma m'interruppi e mi schiarii la gola. Chiusi l'occhio
e rividi il volto di Brin nel parcheggio, segnato da anni di sofferenza.
Brin, che con me si era dimostrata sincera e coraggiosa. Che si era
assunta le sue responsabilit e si era fatta carico delle conseguenze
dei suoi atti.
Tutto quello che vi ho raccontato  vero, dissi, aprendo l'occhio
per ricominciare da capo. Avete ragione, per, la verit  che c'
dell'altro. Ho visto per la prima volta una di quelle creature quando
avevo sei anni. Se ne stava fuori dalla mia finestra tutte le notti a
grattare il vetro, finch non l'ho affrontata di petto.
E come mai allora tu non sei sparito? chiese Josh.
Non lo so, risposi. Ma per i dodici anni successivi quella creatura
 stata il mio compagno di giochi, mi ha protetto e a un certo punto
 stata anche la mia amante.
Sentii lo scetticismo del gruppo trasformarsi in repulsione. A
Megan si arricci il naso, come se avesse odorato qualcosa di fetido.
Non sapevo che cosa fossero quelle creature, e non sapevo cosa
facessero, continuai. Quella che conoscevo io mi ha tenuto all'oscuro
di tutto. Ero un ragazzino solitario con un migliore amico magico.
Quando ho conosciuto Megan, e voi altri insieme a lei, ho iniziato a
sentire le cose in modo diverso. Sono andato nel mondo del mostro
usando questa pietra. Tirai fuori la pietra nera dalla tasca sinistra e
la mostrai. E una volta ho visto un essere umano intrappolato trasformarsi
in un mostro. Sapevo come il padre di Megan fosse finito
alla merc di una di quelle creature, che l'aveva condotto alla pazzia.
Non volevo che succedesse anche a me. Ho bandito il mostro dalla
mia vita e ho iniziato la mia relazione con Megan.
Se quella cosa ti stava blandendo, anche il sesso faceva parte
del piano, constat pacatamente Sarah. Sei stato manipolato. La
colpa non  tua.
Perch non me lo hai detto? chiese Megan. Le mani le si erano
chiuse a pugno, il suo sguardo era terrificante, di ghiaccio.
Perch avresti reagito come stai reagendo ora, le spiegai. E
anche perch ti avevo appena conosciuto. Chi  che avvia una relazione
spifferando tutto sul conto dei propri ex? Mi resi conto che era
una scusa schifosa, continuavo a mentire. Perfino in quel momento.
Sospirai e strinsi la pietra nera.
Non  ancora tutto, maledizione. S, io e il mostro stavamo insieme,
e poi s, l'ho cacciata. Ed  vero anche che te l'ho nascosto
perch ti desideravo e non volevo farti spaventare. Ma la verit nuda
e cruda, tutta la verit, proseguii,  che da quando ti conosco ho
tenuto un piede in questo nostro mondo e l'altro fuori. Pensavo che
stare con te, raccontando a te e ai tuoi amici un pezzo di verit...
pensavo che avrebbe potuto cambiarmi. Pensavo che, se avessi tenuto
nascosta questa parte di me abbastanza a lungo, se ne sarebbe andata.
Pensavo che questo mi avrebbe salvato, impedendomi di finire come
tuo padre. Ma anche se adesso so cos' lei, il mio mostro, e so cosa
fa, continua comunque a mancarmi. E anche se ha perseguitato me e
la mia famiglia per circa cinquant'anni, a quanto pare, Dio mi aiuti
ma io la amo ancora.
Appena ebbi pronunciato quelle parole, il mondo divenne grigio.
Sentii appena le esclamazioni stupefatte della Compagnia, ma il
rumore svan mentre l'aria intorno a me si faceva sempre pi densa,
umida, come una coperta bagnata. Alla fine ce l'avevo fatta a passare
dall'altra parte.
...
.
...
CAPITOLO 8.
...
.
...
Quando in passato avevo usato la pietra nera, avevo sempre scelto
io la mia destinazione. Stavolta, tuttavia, sembr sceglierla la pietra.
Non appena la nebbia si dissolse e il mondo ritrov forma, mi trovavo
in un'imitazione del soggiorno di mia madre, al buio e senza nessun
altro. Con la nebbia che mi si attorcigliava intorno ai piedi, attraversai
la stanza per premere l'interruttore della luce. La lampada sul soffitto
adesso era accesa, eppure l'oscurit era ancora palpabile, una presenza
che divorava la luce come il fuoco divora l'ossigeno.
Andai alla porta sul retro, la aprii e il mio sguardo si pos su
una distesa d'erba nera piena di quei fiori, le carezze d'ebano. Una
foresta di alberi tenebrosi si stagliava a una certa distanza. Stavo gi
per incamminarmi all'esterno, con l'intenzione di dirigermi verso la
foresta, alla capanna di Leannan, ma un suono mi ferm di colpo. Un
mugolio sordo e ovattato risuon dalla stanza attigua al soggiorno.
La stanza di mia madre.
Tornai dentro e aprii la porta. A rischiarare la camera era un fioco
bagliore rosa. La culla e la sedia a dondolo la facevano sembrare la
stanza di un bimbo, ma le foto incorniciate che costellavano la parete
smentivano tale impressione. Il mugolio risuon di nuovo, stavolta
dietro di me. Mi voltai e vidi mia madre che entrava barcollando nella
stanza; era in camicia da notte e sembrava disorientata. Aveva perso
peso dall'ultima volta che l'avevo vista, e con quell'ariosa camicia
da notte appariva scheletrica, tranne che sulla pancia, sporgente e
perfettamente tonda. Era incinta.
Mamma, dissi.
Lei non rispose, ma reggendosi alla culla si abbass fino a inginocchiarsi.
Da sotto la culla recuper un'ennesima foto incorniciata
e drizz la schiena per osservarla. Il vetro era ricoperto di polvere,
ma riconobbi comunque mamma e pap, probabilmente nel giorno
delle loro nozze. Mia madre indossava un abito verde, mio padre un
completo un po' largo.
Mamma pass la mano sul vetro, lasciando alcune striature nella
polvere. Si massaggiava la pancia e gemeva.
M'inginocchiai accanto a lei. Mamma, ripetei, ma lei non rispose
neanche stavolta. Le misi una mano sul ventre. Era molle come un
sacco dell'immondizia pieno di foglie, e si mise a vibrare. Ritrassi la
mano e nel giro di un attimo qualcosa lacer il tessuto della camicia
da notte e le usc dalla pancia, qualcosa di sottile, nero e guizzante.
Riuscii a schivarlo con un balzo e finii contro una parete. Dalla pancia
di mia madre erano sbucate due specie di tralci. Si agitavano come le
zampe anteriori di una mantide religiosa, solidi e concupiscenti. Non
trovando nulla da trafiggere o da afferrare, i due tralci arretrarono
attraverso gli squarci della camicia da notte, tornando da dov'erano
venuti.
Rispetto a tutto ci, mamma non reag in alcun modo. Rest china
sulla foto a sprigionare fiochi e sconsolati rumori gutturali. Avrei
cercato ancora di smuoverla, ma temevo che, se i tralci neri fossero
di nuovo spuntati, non sarei riuscito a scamparla una seconda volta.
Mi alzai in piedi e uscii dalla stanza barcollando.
Salii le scale. Anche al primo piano la casa sembrava un negativo
dell'originale, un corridoio fiancheggiato da stanze chiuse. La porta
in fondo al corridoio - l'ufficio di mamma di solito non frequentato
- si apr con un lieve scatto. Mi feci avanti lentamente, tendendo
l'orecchio verso eventuali rumori dietro le altre porte; volevo essere
pronto nel caso in cui una si fosse aperta di colpo e avesse sputato
fuori qualche orrore inimmaginabile. Mentre mi avvicinavo, da quella
porta sentii uscire una musica: Tubular Bells, che faceva da colonna
sonora all'Esorcista. Era una delle varie colonne sonore che spesso
facevamo uscire dagli altoparlanti esterni al Wandering Dark. Attraversai
la porta aperta.
La stanza successiva era simile a un palcoscenico fai da te, di
quelli arrangiati per improvvisare un po' di musica, o a una sala
teatrale ridotta all'osso. Sul piccolo palco c'era una donna, e sotto,
davanti a lei, un assembramento di persone in piedi, abbigliate come
per Halloween. Sul palco aleggiava del fumo e lampeggiavano luci
stroboscopiche, che rendevano ultraterreni, irreali, i movimenti della
donna. Indossava un tut nero, che si abbinava perfettamente alla
pelle spettrale e ai capelli corvini. Aguzzai lo sguardo, cercando di
metterla a fuoco meglio nella luce intermittente.
Sydney, mormorai.
Era lei, prigioniera ma ancora viva, ancora umana dopo tutti quegli
anni. Non riuscivo quasi a crederci.
La persona che mi stava accanto - un tizio con completo, mantella
e una maschera dal lungo naso aguzzo - si volt verso di me e si port
un dito davanti alle labbra. Sssh, sibil. Non c'erano corde a fissargli
la maschera alla testa. Era fatta di un metallo particolarmente lucido
che sembrava saldato al volto all'altezza delle tempie, e affiorava da
grumi di pelle cicatrizzata. Gli occhi dietro la maschera non erano
spiritati come quelli di mamma o di Sydney, ma brillavano vitrei,
rapiti dall'esibizione.
Sul palco, Sydney piroettava e si allungava, le luci intermittenti
la rendevano simile a un fantasma. Cogliere maggiori dettagli era
difficile. I suoi capelli stavano ingrigendo? C'erano rughe sul suo viso
un tempo liscio? Sydney aveva diciassette anni quando era scomparsa
nel 1989. Ormai doveva averne quarantuno. Stava ballando senza
interrompersi da tutti quegli anni?
Intorno alle caviglie e ai polsi aveva dei robusti tralci neri, che si
tendevano e si allentavano al ritmo dei suoi movimenti. Qualcosa da
dietro le quinte tirava i fili.
Torner a prenderti, promisi, e feci marcia indietro per uscire
dalla sala. L'uomo con la maschera saldata al volto si gir bruscamente
per zittirmi di nuovo.
Non appena tornai in corridoio, la porta dell'ufficio si chiuse da
s e si spalanc quella della stanza di Eunice.
E va bene, ho capito, dissi alzando la voce. Dove sei? Oltrepassai
la camera di mia sorella, diretto alla porta della mia camera.
Non riuscii in alcun modo a girare la maniglia. Tirai una spallata alla
porta, ma fu come andare a sbattere contro il cemento. Andai verso
le scale, ma quando le raggiunsi le trovai protette da un cancello alto
pi di due metri. Cercare di scalarlo sarebbe stato del tutto inutile.
Non esistevano scorciatoie per arrivare alla fine di quella attrazione.
Dovevo percorrerla per intero, secondo le intenzioni di chi l'aveva
progettata. Entrai dunque in camera di Eunice.
Era come la ricordavo, in disordine e piena di roba, stipata di
libri, con una scrivania di legno sotto la finestra. Eunice era accasciata
l, batteva su una macchina da scrivere nera che sembrava
unta. Il martellio dei tasti risuonava distintamente e a pieno ritmo
nel lugubre silenzio, era come se mia sorella stesse suonando un
pianoforte. Indossava i brandelli superstiti di un vestito che doveva
aver messo per sentirsi comoda in ufficio. I suoi capelli rossi erano
arruffati, pieni di nodi.
Con il cuore stretto mi feci lentamente pi vicino. In vari punti della
scrivania erano cresciuti dei lunghi tralci snodati, che le penetravano
braccia, gambe, pancia e perfino la fronte. Danzavano al ritmo di
battitura di Eunice, che sembrava pronta per la metamorfosi.
Mia sorella sfil il foglio dalla macchina e lo aggiunse a quelli
ammucchiati alla sua destra. Afferrai i fogli, e lei smise di battere.
Sollev la testa.
Era pi pallida di quanto ricordassi, aveva uno sguardo trasognato.
Ad appesantirle il volto c'era qualcosa di pi grande di un'immane
spossatezza. Il sangue le scorreva lungo la fronte, a partire da dove i
tralci neri le trafiggevano la pelle.
Sulla prima pagina del manoscritto c'era solo un titolo:
La sequenza dei Turner
Saltai alla pagina successiva e lessi:
La sequenza dei Turner I : Margaret
Quando Margaret accede al sogno fluido e lucido della
Citt, quella miscela di ricordi e incubo, le sembra
di trovarsi nel minuscolo appartamento in cui ha
vissuto con Harry nella parte pi povera di Lubbock,
uno squallido bilocale con la moquette logora e i
pannelli di finto legno a rivestire le pareti, per
quanto dietro i mucchi di scatoloni pieni di libri,
fumetti e riviste di Harry che delimitano la stanza,
le pareti siano a malapena visibili.
Eunice emise un rantolo, sobbalzai e mi feci indietro.
Rimetti... gi... il foglio. La voce le usciva dalla bocca ma non
sembrava per niente la sua. Non... finito.
Appoggiai i fogli sulla scrivania e uscii di l, senza dispiacermi
per lo scatto della porta che si richiudeva alle mie spalle. Di nuovo
nel corridoio, la porta della mia camera fu l'ultima a spalancarsi.
Nel momento stesso in cui la varcai, il suolo sotto i miei piedi
svan, e precipitai con un urlo tutt' altro che eroico, atterrando con
mani e ginocchia su un duro pavimento di legno. Una luce calda e
soffusa illuminava la stanza in cui mi trovavo, disperdendo un po' il
buio. Lungo le pareti erano appoggiate delle tele dipinte, dal soffitto
pendevano piante e radici essiccate. Ero arrivato nella capanna di
Leannan che, nelle sue sembianze da lupo, era seduta mollemente per
terra al centro della sala e mi dava la schiena, con le braccia irsute
avvolte intorno alle ginocchia.
Mi rialzai. Sono qui.
Leannan non reag. Attraversai malfermo la sala e la afferrai per
una spalla. Ehi, le dissi, ma mi bloccai quando sollev lo sguardo
verso di me, con gli occhi color arancione che le bruciavano per il tormento e per l'angoscia.
Mi afferr la mano, e prima che il mondo intero diventasse bianco intorno a me, feci solo in tempo a leggere quello che aveva scarabocchiato a terra.
AMICO. AIUTA.
...
.
...
Il segugio.
...
.
...
In questo film pressoch muto, una donna pallida,
con i capelli rossi come il mantello che indossa,
trasporta un cesto di fiori attraverso una foresta
di alberi alti e sottili. Una volta raggiunta una
radura con tre semplici croci piantate nella terra,
si ferma. In una giornata migliore il sole potrebbe
rischiarare quel piccolo cimitero, ma il cielo oggi
 scuro, coperto da nubi minacciose. La donna depone
su tutte le tombe un giglio bianco, poi si siede loro
davanti. Sembra stia per dire qualcosa varie volte,
ma alla fine preferisce il silenzio e il fragore
delle nuvole sopra di s.
Le nuvole esplodono, la donna tira su il cappuccio
e percorre rapidamente a ritroso la strada da cui 
venuta. Raggiunge una casetta di legno ai margini
della foresta, nei dintorni di un villaggio in cui
sono di legno tutti gli edifici. Le strade fangose
sono deserte, per via del temporale le porte sono
tutte serrate.
La casa della donna ha un'unica stanza con il pavimento
di terra battuta, un letto, una buca per il
fuoco e un cucinino. Si mette con una sedia davanti
al fuoco con un fascio di fogli in grembo, e inizia
a disegnare con un pezzo di carbone. Il mondo all'esterno
si fa buio, ma lei resta seduta, abbozzando
gli stessi tre volti pi e pi volte: un uomo calvo
con la barba nera, e due bambini neri di capelli.
I disegni migliorano a ogni schizzo, come se la
donna stesse affinando la messa a fuoco della sua
immaginazione, evocando rughe d'espressione, bagliori
di vitalit negli occhi, bocche malinconiche. Mentre
 all'opera non si sposta, non cambia posizione per
stare pi comoda. Di tanto in tanto chiude gli occhi,
ma non alza mai lo sguardo, e la sua espressione di
assorta concentrazione si mantiene inalterata.
Disegna finch la carta non finisce, dopodich volta
i fogli e si mette a disegnare dietro. Una volta
giunta al termine di questa seconda serie, si alza e
si stiracchia. Appoggia i fogli sul letto e da sotto
il vestito estrae un portamonete di tela. Inizia a
contare i soldi che contiene, ma le scivolano di mano
quando sente grattare alla porta.
La donna sussulta e il portamonete si abbatte sul
pavimento con un sordo rumore metallico. Nessuno sta
pi grattando alla porta. Alla donna casca l'occhio
sul portamonete, probabilmente si sta chiedendo se
non sia il caso di rimettersi a contare i soldi, ma
di nuovo sente grattare alla porta, un rumore udibile
a dispetto della pioggia battente. Scavalca il
portamonete e va ad aprire. Davanti alla casa e per
le strade sembra non esserci nessuno, tuttavia con
quella pioggia incessante  difficile capirlo.
Fa per ritirarsi in casa, ma qualcosa dietro i primi
alberi della foresta attira la sua attenzione: un
paio di incandescenti occhi color arancione, limpidi
e vividi perfino in mezzo al temporale.
Invece di spaventarsi e rifugiarsi dentro, la donna
piega il capo e aggrotta le sopracciglia. Pi che
terrorizzata  incuriosita.
Recupera il mantello e si avventura fuori. Con il
cappuccio alzato e la testa bassa, sguazza nel fango
fino a infilarsi nel bosco. Riparata dalle chiome degli
alberi, abbassa il cappuccio e d un'occhiata in
giro. Gli occhi arancione si rifanno vivi, stavolta
proprio davanti al suo viso. Resta impietrita mentre
la creatura, che era accovacciata, si distende fino
ad assumere una posizione eretta.  alta almeno mezzo
metro pi di lei, ed  avvolta in un lungo mantello giallo. La donna allarga le braccia in segno di
resa. Con delicatezza, quasi con affetto, la creatura
la avvolge con i suoi lunghi arti e spicca il volo,
proiettandosi al di sopra degli alberi, nell'aria in
mezzo alla tempesta.
La pioggia percuote il viso della donna, e in
lontananza lampeggia una luce che rischiara momentaneamente
il cielo... che poi da viola scuro si fa di
un verde palustre. Il villaggio  scomparso, e al
suo posto c' un ammasso tentacolare di torri nere e
palazzi che somigliano a templi o a mausolei, anche
se sono pi grandi e in un certo senso pi spaventosi
di quant'altro sia mai stato eretto sulla Terra.
Dopodich la pellicola comincia a sfaldarsi, la
storia si smarrisce in una rapida carrellata di fotogrammi
ed evocazioni: una tazza di roba densa dall'odore
penetrante, un incredibile torpore accompagnato
da un rumore che ricorda quello di rami secchi strisciati
sul cemento, un dolore acuto e insostenibile,
i polsi e le caviglie stretti in una morsa, e buio,
buio, nient'altro che buio.
Poi c' un dolore di diverso tipo. Di questa parte
ricorda tutto fin troppo bene, esperienze che vengono
da dentro. Gli occhi si spalancano su una stanza
avvolta nelle tenebre, sente rumori degni di un mattatoio
e un male straziante alle braccia, alle gambe,
al viso e al seno; l'impressione  che qualcosa sia
stato preso, o meglio risucchiato dal suo corpo, e
che qualcosa d'indefinito, torbido e viscoso, stia
scorrendo dentro di lei per rimpiazzarlo. Il corpo
vibra, si tende, lei vorrebbe morire, qualsiasi cosa
pur di far cessare quel dolore... e poi un prurito insopportabile
si diffonde dappertutto. La sua carne si
lacera, e dalla sua pelle erompono ciocche di pelo.
Il mondo diventa arancione.
La donna cade dalla sedia a cui era legata e finisce
sul pavimento, tremante. Una schiera di mostri
con facce da lupo, ognuno con una tunica colorata,
entra nella stanza e la circonda. Uno di loro, un
lupo grigio vestito di blu, si inginocchia e le tende
una tunica rossa. Lei la prende con mani tremanti...
No, non si tratta di mani. Sono zampe. Adesso ha le
zampe. Si alza in piedi, e il lupo in blu scopre le
zanne in un ghigno ferino.
Ci che fa seguito  un'indistinta macchia temporale
arancione, anni in cui lei, una lupa, non  pi
la persona che  stata n nessun'altra. A guidarla
sono solo una manciata d'istinti: nutrirsi del loro
dolore, catturare manovalanza, servire la citt. Vari
volti si alternano, vanno e vengono, ad accomunarli
ci sono solo la tristezza, la depressione, il lutto,
la malattia mentale e la paura; ognuno di questi
aspetti  un potenziale raccolto da mietere. Alcuni
li mette solo alla prova (una brutta separazione
qui, la morte di un animale domestico l), altri li
coltiva come giardini: chi  profondamente depresso,
chi  colpito da un lutto, il pazzo, il malato
terminale. La lupa nutre alcuni di essi per anni,
altri li porta nella Citt perch lavorino avvinti
in sogni oscuri. Pochi eletti - i pi resistenti, i
sofferenti pi pregevoli - li seleziona per l'ascesa,
perch diventino lupi a loro volta.
Per la lupa sono tutti volti anonimi, se ne dimentica
facilmente, fino a quando non s'imbatte nei
Turner. All'inizio c' Deborah, una donna sull'orlo
della pazzia. La lupa la rapisce, ma ci ripensa quando
vede suo figlio Harry.  un bambino con i capelli
neri, nel cuore della notte  in camera di sua madre,
terrorizzato dal ritrovarsi solo. Qualcosa del volto
di Harry riecheggia nelle profondit di una memoria,
quella della lupa, che per molto tempo  rimasta sepolta.
Laggi c' un altro bambino spaventato a cui
non riesce pi a dare un nome. Per ragioni che le
sfuggono, permette a Deborah di tornare a casa dal
figlio, poi per anni li lascia in pace.
La lupa ritorna da Harry quando  ormai un uomo,
con l'intenzione di nutrirsi di lui, della moglie
Margaret e delle figlie, Sydney ed Eunice. Per anni
fluttua ai confini della loro percezione, lasciando
che colgano brevi scorci e accenni della sua presenza,
aumentandone la sofferenza e la paura quando Harry
si ammala e muore. Si rallegra mentre la famiglia
continua ad andare in pezzi, ma il suo lavoro viene
interrotto ancora una volta quando s'imbatte in un
altro ragazzino: Noah Turner, sei anni, una copia
perfetta del padre defunto, che dietro la finestra
della sua stanza la guarda affascinato, senza paura,
ed  in grado di vederla che lei lo voglia o no.
Quanto tempo  passato da quando qualcuno l'ha
guardata senza terrore o ribrezzo? Decenni? Secoli?
La curiosit e l'amichevolezza del bambino sbloccano
qualcosa nel suo cuore. Torna da lui pi volte,
continua a farlo. Trascorre tutte le serate sul terrazzino
fuori dalla sua stanza, usando un gessetto
per riprodurre sul cemento le illustrazioni del suo
libro di fiabe. Quando gli mette una zampa sulla mano
e guidandolo realizza un disegno insieme a lui, per
un momento si lascia andare a un lampo di luce bianca
e sfolgorante, a un trasporto fluido e perfetto.
Quando quel momento ha termine, troppo presto,
guarda il disegno che hanno fatto insieme: un ritratto
fumettistico della Citt. Ma, cosa pi importante,
lei riesce a vedere a colori il disegno, il terrazzo
e Noah. Il mondo ha smesso di essere arancione.
 il ragazzo. In qualche modo stargli vicino le
restituisce i colori ed evoca cose pi importanti,
cose che la sua mente non riesce ad afferrare. Lei
inizia a prendere il controllo della vita di lui.
Rapisce la sorella maggiore, la conduce nella Citt
e sfrutta la confusione di Noah per farsi invitare
nella sua stanza. Dorme nel suo letto, lo vede crescere,
gli insegna a volare. Quando non  con lui,
costruisce una casetta di legno nel bosco tenebroso
fuori dalla Citt, un luogo simile a dove ha vissuto
i suoi ultimi giorni da essere umano, ed  l che
abbozza i suoi primi dipinti, cercando di appigliarsi
al ricordo dei colori.
Racconta a se stessa che Noah per lei  soltanto
uno strumento, o una bestiola, ma ribolle di gelosia
non appena lo vede dare una carezza d'ebano a Donna
Hart e ricevere in cambio il suo primo bacio. Forse,
si rende conto, i colori che Noah porta nel suo mondo
sono un effetto collaterale di qualcosa di pi profondo,
che si  accumulato silenziosamente per anni.
Furibonda salva Noah dalla Belva Grigia, e scopre
un nuovo livello di chiarezza e di colore quando
ritrova il suo aspetto umano, la sua voce, e Noah
fa l'amore con lei per la prima volta. L'amore l'ha
riscattata dall'oscurit, e alla fine le ha dato un
nome: Leannan.
Leannan dipinge e fa l'amore con Noah per anni.
Lei lo nasconde alla Citt, tiene per s i colori,
il proprio aspetto umano, la propria felicit. Ma
naturalmente una simile beatitudine non pu durare
per sempre. Sono troppe le informazioni che lei non
rivela al suo giovane amante, troppe sono le domande
a cui non d risposta. Lui si fa sempre pi curioso,
smette di fidarsi e trova da s la Citt, che pretende
la sua vita, come pretende quella di chiunque
la visiti.
Leannan cerca di proteggere Noah anche dopo che
lui l'ha lasciata. Nel tentativo di placare ci che
la comanda, rapisce innumerevoli altre persone al
posto suo, ma il mondo ha perso i colori e la sua
mente  sempre pi annebbiata. Si dimentica come si
tiene in mano un pennello, o come si tende una tela.
Come indossare un volto umano, o anche solo un sorriso.
La Citt resta irremovibile, e lei fa sempre
pi fatica a resistere ai suoi ordini. In un ultimo,
confuso tentativo con cui intenderebbe salvare Noah,
o invocare il suo aiuto, in una sola notte rapisce
Eunice e Margaret Turner. Spera che Noah trovi da s
la strada e metta in salvo tutti, o di placare la
fame della Citt almeno per un altro po', visto che
al posto di Noah ha ottenuto ben due schiave.
Dopo quei rapimenti, seduta per terra in casa con
la testa fra le zampe, cerca di aggrapparsi all'immagine
del volto del ragazzo, alle lettere che compongono
il suo nome. Sta scivolando tutto via. Lei
stessa sta scivolando via.
Lui trova un modo di tornare da lei, usa in tutto
e per tutto le parole giuste, quelle necessarie ad
aprire la porta fra i due mondi. E quando la raggiunge
- quando la mano del ragazzo si posa sulla sua
spalla -, lei la fa finita con i segreti. Gli afferra
la mano e gli svela finalmente ogni cosa.
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PARTE SETTIMA.
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L'ABITATORE DEL BUIO.
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CAPITOLO 1.
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La valanga di luce bianca si dissolse. Avevo visto tutto quello che
avevo bisogno di vedere. Leannan stava per lasciarmi la mano, ma
trattenni la sua zampa. M'inginocchiai accanto a lei e l'abbracciai
forte.
Mi sei mancata cos tanto.
Mi strinse a sua volta, e dai recessi della gola le usc un lamento
stridulo.
Le accarezzai la schiena e la grattai dietro l'orecchio. Va tutto
bene. Adesso sono qui.
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CAPITOLO 2.
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Dopo che mi fui accordato, per prima cosa andai da Sydney. Al
primo piano, il pubblico aveva abbandonato il teatrino in fondo al
corridoio, la musica si era interrotta. Sydney danzava da sola, senza
una melodia ad accompagnarla, per nessuno. Quando la raggiunsi,
la liberai dai tralci intorno a braccia e gambe, lei mi casc addosso
e per poco non finimmo entrambi gi dal palco. Tenendomi in piedi
a stento l'adagiai a terra, la sua testa appoggiata sulle mie ginocchia
piegate. Sbatt ripetutamente le palpebre.
Sydney, dissi accarezzandole i capelli arruffati. Sydney,  ora
di svegliarsi.
Gli occhi le si spalancarono di colpo. Pap, disse con voce roca.
Annuii come per confermarglielo. Cos sarebbe stato pi semplice.
Non capisco, continu. Si stropicci gli occhi con le mani chiuse
a pugno, come una bambina. Siamo in un sogno?
S, risposi. E per risvegliarci ho bisogno del tuo aiuto. Pensi
di farcela a camminare?
Ciascuno con un braccio sulle spalle dell'altro, scendemmo con
passo incerto le scale e ci ritrovammo in soggiorno. Mi sedetti vicino
a lei sul divano e le presi le mani. Ancora un attimo e ti sveglierai,
le dissi. Ma prima devo farti bere una cosa. Mi alzai, presi una tazza
fumante dal ripiano destinato solitamente alla colazione e gliela passai.
Lei l'annus e aggrott la fronte. Che cos'?
 una medicina, le risposi. Ha un odore strano, lo so, tu per
devi berla tutta, d'accordo?
Lei fece un respiro profondo, si stava facendo forza, ma si ferm
di colpo quando in cima alle scale risuon un tonfo, a cui si aggiunse
subito un vocio. Cos' stato? chiese.
Un altro pezzo di sogno. Ora bevi.
Si port la tazza alle labbra e butt gi il contenuto in un paio di
rapide sorsate. Con una mano chiusa a pugno si tapp la bocca, come
se cercasse di non vomitare. Passato il momento, sembr pi sveglia.
Com' possibile che tu sia qui? domand. Ti ho visto morire.
Questo  un sogno, le ricordai. Nei sogni possiamo incontrarci quanto ci pare.
...
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CAPITOLO 3.
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Mia madre fu la seconda da cui andai. Era ancora seduta sul pavimento
di quella specie di nursery rosa, con gli occhi serrati. Stringeva la foto
scattata il giorno delle nozze e piangeva. I tralci che prima la facevano
sembrare incinta adesso le erano sparsi intorno come serpenti morti.
Mi senti, mamma?
Sollev lo sguardo e strizz gli occhi. Era confusa, esattamente
come Sydney.
Ora ce ne possiamo andare. Le porsi una mano.
Si strinse la foto al petto e dondol avanti e indietro. Io non posso.
Perch?
Ho rovinato tutto, replic. Tutto. Ho perso mio marito, la mia
migliore amica e i miei figli. Mi raccontavo che li stavo proteggendo,
ma... Scosse la testa. Li ho solo allontanati. Non merito di tornare a casa.
Mi accovacciai accanto a lei. Lo capisco. Era pi facile lasciarci
scappare e fingere che non mancasse nulla, che non ci fosse niente di
storto. Era pi facile che combattere, sperare e resistere. Per ce l'hai
fatta a tenerci uniti malgrado la malattia, la povert, le sparizioni e i
tentati suicidi. Hai creato il Wandering Dark, che nel nostro mondo
 il luogo che mi ha insegnato a orientarmi in quest'altro mondo. 
merito tuo se riuscir a riportare tutti a casa. E questo significa anche te, mamma.
Lei si lasci abbracciare, abbandonandosi a quel contatto e avvolse
le sue braccia intorno a me. Mi mancate tutti cos tanto, disse. Mi manca vostro padre.
Lo so. Ma il brutto sogno  quasi finito, le luci stanno per riaccendersi.
Non posso ridarti pap, ma posso restituirti quasi tutti gli
altri. Ho solo bisogno che tu esca da questa stanza e venga con me in soggiorno.
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CAPITOLO 4.
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La terza da cui andai fu Eunice. Fra tutte, lei fu l'unica che Leannan
dovette aiutarmi a liberare dai tralci neri. La trafiggevano, la tenevano
inchiodata alla scrivania e l'avrebbero obbligata a scrivere fino alla
sua metamorfosi. Per evitare che si dissanguasse, a Leannan tocc
chiudere le ferite. Dopo che l'ebbe cosparsa con un unguento
speciale se ne and. Seduta alla scrivania Eunice dondolava lievemente
e fissava il vuoto davanti a s.
Le toccai un braccio, e lei strill.
Ritrassi la mano. Scusa.
Mia sorella continu a dondolarsi e a ondeggiare come una boa in
mezzo ad acque agitate. Una lacrima le rig una guancia.
Ho qualcosa per te. M'infilai una mano in tasca e tirai fuori il
foglietto con il numero di Brin. Lo afferr con un gesto meccanico,
ma smise di fissare il vuoto e lo guard con attenzione. Brin, disse
con voce piatta.
Lavora come farmacista a Vandergriff, la informai. Avrebbe
voluto chiamarti e sistemare la situazione con te, ma non sapeva come.
Brin, ripet lei, e stavolta la voce sembrava appartenerle di pi.
Abbozz un sorriso. Tu l'hai sempre detestata.
Anch'io volevo sistemare la situazione con te, e non ho mai capito
come fare. Le toccai di nuovo un braccio, e adesso me lo permise,
lasci che le prendessi la mano. Che tu decida o meno di rifarti viva
con Brin, meriti comunque di essere felice. Le strinsi forte la mano.
E Caroline e Dennis sentono la tua mancanza.
Caroline. Dennis. Quei nomi fecero effetto, la risvegliarono un
po' di pi. Si fece accompagnare gi in soggiorno e accett la tazza di
infuso, che guard scettica un attimo prima d'iniziare a berlo. Cosa
c' qui dentro?
 l'estratto di un fiore che cresce solo in questo mondo. Io lo
chiamo carezza d'ebano.  in grado di mandare in trance, di acuire
la suggestionabilit e perfino di alterare i ricordi.
Eunice continu a bere, ma pi lentamente. Quindi di questo non
ricorder niente, comment.
Svanir tutto come un brutto sogno, replicai.
Ma perch? Perch vuoi che lo beva?
Fa parte dell'accordo che ho preso, le risposi. Tu potrai andartene
a casa, ma il ricordo rester qui. Una volta che avrai finito
l'infuso, ti aiuter io a dimenticare.
E tu? mi chiese. Chi aiuter te a dimenticare?
Non le risposi, e lei sembr capire in pieno le implicazioni di ci
che non le stavo dicendo. Mi strinse la mano cos forte da farmi male.
Ehi, le dissi. A chi  che voglio pi bene?
Piccolo principe. Appoggi la tazza e mi strinse anche l'altra
mano. Lasciami godere questo momento con te. Solo un altro po', ti prego.
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CAPITOLO 5.
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A Vandergriff il cielo si era tinto di rosa ai margini, quando Eunice
barcollando risal la strada di casa sua. I suoi abiti da ufficio
erano strappati dove l'aveva trafitta la scrivania, incrostati di sangue
rappreso e di polvere. Il volto era stanco e pallido nella luce
che precedeva l'alba, e anche se alla fine sarebbe sopravvissuta,
era quasi senza forze. A ogni passo faceva una smorfia e sibilava
digrignando i denti.
Caroline e Dennis in quello stesso momento probabilmente stavano
guardando fuori dalla finestra, all'erta come capita ai bambini che
a volte sanno gi una cosa prima che sia possibile saperla. La porta
di casa infatti si apr, e loro si precipitarono paonazzi in giardino.
L'impatto con Eunice fu cos forte da farle perdere l'equilibrio, tanto
che ruzzol nel praticello dei vicini, con l'erba ancora bagnata per la
pioggia del giorno prima. I figli si avvinghiarono a lei, le loro voci
erano attutite dal corpo in cui avevano affondato le facce. Subito dopo
fu il turno di Hubert. Scivol sull'erba, fin in ginocchio e colp la
sua famiglia come una palla da bowling.
Non posso crederci, continuava a ripetere. Non posso crederci.
Prese il viso di Eunice fra le mani, lo baci sulle guance, sulla fronte,
sulle palpebre. Lei aveva un'espressione colpevole, e sopportava, pi
che godersele, le attenzioni del marito. L'euforia di Hubert sarebbe durata poco.
La Eunice che era tornata a casa era diversa dalla Eunice che se n'era andata.
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CAPITOLO 6.
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Alla periferia di Vandergriff, l'auto di Kyle Ransom si ferm nel
vialetto che portava al camper di suo padre. Kyle percorse la stradicciola
di buon passo, era di fretta. Si era ripromesso di passare a
dare un'occhiata al padre prima di recarsi al lavoro, ma si stava gi
facendo tardi.
Buss rapidamente e aspett. Di solito l'anziano genitore ci metteva
un minuto per alzarsi e raggiungere la porta. Kyle controll l'ora sul
telefono. Poich non aveva sentito alcuna risposta o rumori
all'interno dopo trenta secondi, buss di nuovo. Ancora nessuna risposta.
Immaginando che suo padre potesse essersi chiuso in bagno, Kyle
recuper le chiavi dalla tasca, apr la porta ed entr.
Pap? chiam guardando un po' qua e un po' l nel camper
buio. Tutto a posto?
Nell'aria c'era qualcosa di strano, un odore denso e penetrante.
In un modo o nell'altro gli era familiare, non avrebbe per saputo
dire perch. Di sicuro l dentro non lo aveva mai sentito. Rest
impalato nel silenzio per un po', respirando quell'aria spessa, inseguendo
quell'aroma nei meandri pi reconditi della sua memoria.
Per qualche ragione gli ricordava Donna, e i tempi del liceo, il
senso di colpa che aveva provato quando l'aveva baciata mentre
lei stava con Noah.
Stava ancora cercando di capire cosa fosse quell'aroma, quando
si volt e usc dalla casa mobile, chiuse a chiave la porta, torn alla
macchina e se ne and. Suo padre era scomparso, nei giorni a venire
avrebbe dato l'allarme e la polizia avrebbe avviato un'indagine. Ma la
polizia non indag cos a fondo, n scopr qualcosa di utile, e nessuno
(Kyle compreso) sembr poi dolersi granch di tutto ci.
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CAPITOLO 7.
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Dall'altra parte della cittadina, Sydney Turner si svegli in una
strana stanza linda e pinta con libri ammonticchiati dappertutto. Si
drizz a sedere e lo sguardo le casc sul riflesso nello specchio attaccato
alla porta: una donna di mezza et con i capelli striati di bianco,
e la pelle, una volta perfetta, segnata di rughe intorno alla bocca e agli
occhi. Sydney si tocc la faccia, e intorno ai polsi vide delle piaghe
rosacee, simili a bracciali di dolore.
Si rimise in piedi a fatica e si trascin fuori dalla stanza. Percorse
un corridoio e inizi a scendere una scala, reggendosi alla balaustra per non perdere l'equilibrio.
C' nessuno? domand ad alta voce. Era una voce roca, aspra.
Ud un tonfo in cima alle scale e accelerando il passo raggiunse un
soggiorno vuoto. C' nessuno? ribad.
Una porta si apr silenziosamente, e ne usc malferma una donna
di una certa et con gli occhi assonnati. Il suo sguardo si fece attento
non appena si pos su Sydney. Le due donne si fissarono, tentando
ognuna d'identificare l'altra. La prima a riuscirci fu Sydney.
Mamma?
Margaret per metterla a fuoco socchiuse gli occhi. Mio Dio,
Sydney, sei tu?
Scatt in avanti e la strinse a s. Sydney prov a ricordare quale
fosse stata l'ultima volta in cui sua madre l'aveva abbracciata. Doveva
essere stato pi o meno ai tempi del funerale del padre. Quindi
chi era questa attempata sconosciuta che continuava a stringerla in
lacrime? Non poteva certo trattarsi di Margaret Turner. Forse stava
ancora sognando. Se era cos, comunque, era un bel sogno, in cui
l'astio che sempre aveva segnato la sua vita cominciava a dissolversi
sotto il diluvio di scuse che la madre le rivolgeva piangendo. Sydney
ricambi l'abbraccio materno. Aveva cos tante domande da fare: per
quanto tempo era stata via? Che anno era? Per il momento, tuttavia,
a Sydney bastava essere a casa, viva, a piangere in compagnia di sua madre.
Potrei quasi concludere qui, giunto a una di quelle aree di sosta
per cui andava matta Eunice: sani e salvi, i membri della famiglia si
sono riuniti, per quanto il loro futuro appaia un po' incerto. In effetti
una parte di me, rapita dal calore e dal sollievo di quel momento, 
tentata di scrivere la parola fine e concludere a questo punto. Tuttavia
c' ancora un pezzetto di storia da raccontare. Ancora un pizzico di
felicit, ancora un pizzico di cuori infranti, e poi ci sono ancora altre
domande a cui va data una risposta, alcuni dettagli lasciati in sospeso
da far quadrare. Non sono sicuro di avere materiale a sufficienza per
potermi congedare dignitosamente, cercher di fare del mio meglio.
...
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CAPITOLO 8.
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Trascorso poco meno di un anno da quando la mia famiglia era
tornata a casa, m'intrufolai in una piccola cerimonia a Fort Worth,
nella sala da ballo di un albergo. Gli invitati non erano molti e non ne
conoscevo la maggior parte, ma radunati in un angolo in fondo alla
sala c'erano alcuni ex membri del Wandering Dark, insieme a Sally
White e a suo marito. L'energia che sprigionavano era cos palpabile
nel suo calore e nella sua allegria che sentii quasi di farne parte.
Lo sposo e il giudice di pace presero posto vicino all'altare, e
un momento dopo il quartetto d'archi all'entrata della sala inizi a
suonare, le porte si aprirono e fecero la loro comparsa le damigelle.
Sydney e Caroline s'incamminarono fra la gente, solenni ma adorabili
come gli elfi di Tolkien in marcia verso i Porti Grigi. Sydney
indossava un abito a maniche lunghe, sul volto aveva un'espressione
impenetrabile, e quando, fermandosi nel punto a lei destinato, si volt
verso gli invitati, sembr non accorgersi di nulla. Caroline invece...
Quando si gir, i nostri sguardi s'incrociarono. Lei mi vedeva. Non
avrebbe dovuto esserne in grado, eppure mi vedeva.
Il quartetto cambi melodia, e spunt Eunice a braccetto con
mamma. Lungo il corridoio dovettero camminare lentamente: mia
madre aveva sessantasei anni e zoppicava ancora un po' dopo il periodo
trascorso nella Citt. Avevo la sensazione che avrebbe zoppicato
leggermente per il resto della vita. Prossima alla fine del corridoio, si
ferm per sorridere a Sally, che non sapeva come regolarsi con quella
nuova e gioviale versione di Margaret Turner, ma le sorrise e le fece
segno di proseguire. Avanti con lo spettacolo. Durante quell'interruzione
ebbi tempo in abbondanza per guardare bene Eunice, incantevole
in un abito senza spalline verde acqua, con i capelli rossi raccolti in
un'alta crocchia in cima alla testa. Erano anni che non la vedevo cos
in forma, la sua aura soffusa rendeva invisibili le cicatrici su braccia e
viso. Se avessi saputo come fare, mi sarebbe piaciuto fermare il tempo
in quel momento, farlo durare in eterno. Tra tutti i momenti in cui uno
poteva ritrovarsi bloccato per sempre, ne avevo visti di ben peggiori.
Brin inizi a tirare su con il naso quando la processione di Eunice
fu pi o meno a met strada. Dennis, al suo fianco in qualit di testimone,
le offr un pacchetto di fazzoletti, che lei accett volentieri.
Dopodich, pi in fretta di quanto avessi ipotizzato, Eunice fu davanti all'altare, sorridendo radiosa alla sua futura sposa.
...
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CAPITOLO 9.
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Durante il rinfresco restai in disparte in zona reception, ma Caroline
spaesata continu a lanciarmi occhiate per tutta la sera. Feci finta di
niente. Osservai invece Brin ed Eunice ballare pi o meno abbracciate
al centro della sala. Osservai il modo in cui Brin, con una mano,
reggeva dolcemente la nuca di mia sorella, e mentre lo faceva uno
sguardo folle d'amore attraversava il viso di Eunice. Osservai Sydney
ballare con Caroline e Dennis; sorrideva ogni volta che la guardavano,
ma quando la lasciarono sola s'incup. Era passato quasi un anno, e
bench fosse ormai a casa non era ancora del tutto se stessa. Mi chiesi
se lo sarebbe stata mai pi.
Osservai Eunice e Brin tagliare e servire la torta. Osservai mamma
sedersi a tavola con Sally White e suo marito. A giudicare da come
continuava a stringere il braccio di Sally, per lei porre termine alla
rimpatriata sarebbe stata dura. La sua migliore amica le era mancata,
e aveva un bisogno quasi compulsivo di recuperare tutto il tempo che
avevano perso.
Mi sarebbe piaciuto raggiungere la mia famiglia al centro della
sala. Mi sarebbe piaciuto rivelare loro che non sarebbero pi stati
perseguitati e braccati. Ma riflettei che quella sensazione dovessero
averla gi, in una serata cos ricca di risate, bevute, musica e danze.
I Turner erano di nuovo una famiglia, la mia famiglia. Avevo dovuto
solo forzare un po' la mano per farli tornare insieme.
Invece di intervenire, mi accontentai di respirare quell'atmosfera
dai bordi della sala e, mentre la serata volgeva al termine, gli ospiti si
diradavano e le spose novelle si ritiravano nei loro quartieri, cercai di
non intristirmi o preoccuparmi troppo. Ero ancora un po' sulle spine
(non riuscivo a farne a meno), quando Leannan apparve accanto a me
con la sua faccia umana; al posto della tunica rossa portava un abito
da sera rosso sangue.
 stata una splendida cerimonia, disse.
Credi che funzioner? le domandai.
Che funzioner cosa?
Questo matrimonio. La mia famiglia. Continueranno a essere
felici dopo stasera?
Non lo so, rispose. Tu per hai dato loro altro tempo e una
seconda possibilit. E pi di quanto ottenga chiunque altro. Dovr
bastare.
Anche se la cosa non mi piaceva, sapevo che aveva ragione.
 ora di andare, disse.
Aspetta!
Caroline doveva aver intuito che il suo spiraglio d'azione stava per
chiudersi, perch dopo avermi chiamato attravers di corsa il giardino
dell'hotel, con il vestito da damigella che le svolazzava tutt'intorno.
Leannan e io ci scambiammo un'occhiata. Lei fece un passo indietro
e con un cenno mi diede il via libera. Se proprio devi.
Caroline si ferm di fronte a me con il fiato corto. Io ti conosco.
Poi, come se su quanto aveva appena affermato nutrisse qualche
dubbio, aggiunse: Non  cos?
Tu credi?
 come se avessi la testa piena di nebbia. Per mi ricordo che
la mamma e la nonna erano scomparse... Si port una mano alla
tempia ed emise una specie di sibilo. E mi ricordo la tua faccia.
Noah. Continuava a massaggiarsi la tempia, come se dovesse recuperare
l'informazione da qualche parte. Zio Noah. Tu eri a casa
nostra. Poi la mamma e la nonna sono tornate. E anche zia Sydney.
Ma tu non c'eri pi. Ci sono volte in cui di te mi ricordo, ma poi
 come se ti dimenticassi di nuovo. Strinse forte gli occhi e poi li
spalanc. Hai fatto qualcosa, vero? Ci hai salvati.
A quelle parole rimasi sconcertato. Io e Leannan avevamo somministrato
la carezza d'ebano a tutti i componenti della mia famiglia.
Questo non mi cancellava del tutto dai loro ricordi, ma ripensare a me
avrebbe dovuto essere impossibile per moltissimo tempo.
Cerca di dimenticare di avermi mai visto, le suggerii. Veglier
su di te.
Per mi spieghi cosa hai fatto? domand. Indic Leannan. E
lei chi ?
Mi stava ancora interrogando quando presi la mano di Leannan.
Le sue parole sfumarono nel nulla mentre passavamo dall'altra parte.
...
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CAPITOLO 10.
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...
Se per raccontare la parte successiva della storia ho aspettato la fine,
 perch se c' un punto in cui rischio di perdere il vostro consenso
 proprio questo. Volevo vedeste qualche altra scena con i miei cari,
volevo vi fosse chiaro che avevo avuto le mie buone ragioni.
Prima di liberare la mia famiglia ero tornato da solo a casa di mia
madre dalla Citt. Megan e la Compagnia dei Dispersi erano ancora
riuniti in soggiorno a schiamazzare in preda a una fervida eccitazione.
Ero stato via per pi di un'ora, ma con mio grande sollievo loro mi
avevano aspettato. Non appena riapparvi si zittirono e mi guardarono
con una sorta di soggezione. Mi sentivo come Mos appena sceso dal
Monte Sinai. Be', se non altro finch Megan non mi sferr un pugno
alla mandibola e cascai sul pavimento.
Figlio di puttana, ringhi. Lurido bastardo.
Non cercai di difendermi. Meritavo ogni abuso sotto cui volesse
seppellirmi, fisico o verbale che fosse.
Evidentemente ha funzionato, osserv Eli. Sembrava un po'
emozionato, ma era anche un po' in imbarazzo. Hai trovato i tuoi
famigliari?
S, risposi, ma per liberarli io da solo non basto. Ho ancora
bisogno del vostro aiuto.
E perch diavolo dovremmo aiutarti? intervenne Josh, giocherellando
con la tesa del suo berretto.
Mi sollevai fino a ritrovarmi in ginocchio e mi massaggiai la mandibola.
Se vi ho lasciato intendere che avreste potuto deciderlo, vi
faccio le mie scuse. Indicai alle mie spalle: i mostri stavano apparendo.
Non venne sparsa una goccia di sangue, ma di urla ce ne furono
parecchie. Non ho intenzione di scendere in dettagli, vi rimando solo
alla serata in cui avevo visto per la prima volta Megan nell'Inferno.
Immaginate il momento culminante di quell'esibizione, quando dalle
pareti emergevano i demoni e trascinavano fra i lamenti nell'oltretomba
i peccatori imploranti.
Quando tutto ebbe termine, l dentro eravamo rimasti solo io, Leannan
e Megan. Megan si era lasciata cadere in ginocchio e si copriva
il volto con le mani. Avrei voluto confortarla, ma quello non era pi
il mio ruolo. Aspettai invece che si riprendesse. Sbatt le palpebre un
paio di volte e sembr sorpresa nel constatare che si trovava ancora
nel soggiorno di mia madre.
Come mai sono ancora qui? domand.
Ho fatto un accordo con loro, risposi, indicando pigramente
Leannan alle mie spalle. La mia famiglia in cambio della Compagnia
dei Dispersi. E della famiglia fai parte anche tu.
Leannan emise un verso, aveva fretta di concludere, e con un
passo mi fu accanto. Reggeva la tazza con l'infuso di carezza d'ebano.
La presi e la passai a Megan. Devi solo bere questo e domani,
quando ti sveglierai, sarai di nuovo nel nostro appartamento e avrai
dimenticato tutto.
Megan fiss la tazza e fece scorrere un pollice lungo il bordo. Io
ricorder, torner a prenderli. Vi fermer. Trover il modo.
Non succeder, dissi con il maggior tatto possibile.
Per un attimo pensai che avrebbe fatto una scenata o avrebbe cercato
di battersi. Che magari mi avrebbe gettato in faccia l'infuso. Invece
si mise a piangere. A quel punto quasi mi spezzai. Avrei potuto dirle
che mi dispiaceva. Che fra tutte le persone che avevo conosciuto nella
vita lei era quella che meritava di meno un simile orrore. Avrei potuto
dirle che l'amavo ancora, perch in effetti era cos. Semplicemente
amavo di pi il resto della mia famiglia, Leannan e la Citt.
Ti odio, mi disse.
Bevi l'infuso, replicai con un tono gelido che mi lasci di stucco.
Quando Megan si addorment, Leannan la riport nell'appartamento
che avevamo condiviso nell'Oregon. A questo punto Megan
scompare dalla mia storia, e spero che, lontana da me, dalla mia famiglia
e dalla Citt, possa trovare un po' di pace. Spero, per il bene
di entrambi, che non riesca a penetrare la nebbia cerebrale di cui le
ho fatto omaggio, e che le nostre strade non s'incrocino mai pi.
I membri della Compagnia nella vita avevano solo se stessi, e
insieme al signor Ransom (un ulteriore sacrifcio in cambio della
libert di Megan), attualmente sono ancora tutti riuniti, avvinti in un
ammasso di tralci neri. Hanno ottenuto le risposte che cercavano, alla
fine, e ci aveva un costo. Sono servi della Citt, sgobbano in preda
a sogni oscuri, incapaci di risvegliarsi. Non rinnego le scelte che ho
fatto, o il prezzo che ho pagato. C' poco di cui stupirsi. Mi sono
sempre trovato meglio con il costume da mostro che con la pelle di
tutti i giorni. Non sono mai stato un guardiano, o un eroe, bens un
creatore e un mietitore di paura.
...
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...
CAPITOLO 11.
...
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...
Appena tornati dal matrimonio e dopo essere saliti al primo piano, io
e Leannan siamo adesso nella stanza in cui avevo trovato Eunice un
anno fa. La scrivania su cui batteva a macchina  ancora qui, i tralci
neri ondeggiano in superficie come smossi da un venticello. Mi hanno
oppresso per molti mesi, mentre scrivevo questo resoconto, la mia
versione inelegante e prolissa dei messaggi in cui Eunice annunciava
il suicidio. Stasera  arrivato infine il loro momento.
Mi piacerebbe dirvi che mi sono seduto colmo di determinazione,
stasera, pronto a rispettare la mia parte dell'accordo, ma la verit 
che lungo le scale le gambe mi cedevano, e che Leannan ha dovuto
trasportarmi fin qui e mettermi sulla sedia.
Fatti coraggio adesso, c' la tua Leannan Si, mi ha sussurrato
baciandomi il collo. Rester qui con te.
La Citt intera sembra silenziosa, ma  per via del rumore dei tasti
e del mio respiro affannoso. Questa  la seconda parte dell'accordo
che ho stretto, l'ultima condizione che devo rispettare. In cambio
della salvezza e della felicit della mia famiglia, diventer un servo
della Citt. In questo momento sono seduto alla scrivania destinata
inizialmente a Eunice, e aspetto di essere tramutato in qualcosa di
animalesco e feroce. Da un momento all'altro andr ad aggiungermi
alle file di chi lavora per nutrire la Citt e popolarla di sognatori.
La mia speranza, mentre batto a macchina con mani incerte, mentre
i tralci neri cominciano a muoversi con maggiore decisione, eccitati
all'idea di mettersi all'opera,  che Leannan - compagna di giochi,
amica del cuore e amore della mia vita - riuscir a farmi tornare in
me, come io sono riuscito a fare due volte con lei in precedenza. La
mia speranza  percorrere senza meta le innumerevoli strade nascoste,
le viuzze e gli uffici della Citt, esplorare i suoi molti anfratti e
analizzarne gli oscuri segreti. La mia speranza  cavalcare per sempre i venti notturni con Leannan.
C' sempre la possibilit che io non riesca a tornare in me, a differenza di Leannan. Che rester incastrato in un animale ottuso, a cui spettano solo pensieri in arancione. Anche se dovesse gridare cos...bene. Nel buio mi sono sempre sentito a mio agio. La scrivania si sta mettendo all'opera. O mio Dio. Fa male.
...
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...
La sequenza dei Turner 5: Harry.
...
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...
Bench Harry veda la Citt, non ci va mai. Va da qualche altra parte.
Tutto ha inizio al Vandergriff Memorial Hospital,
sul suo letto di morte. Che nessuno definisce cos,
ovvio. Letto di morte  una di quelle espressioni
standard che tutti utilizzano per riferirsi a ci
che ricorderanno, che rimpiangeranno, che disconosceranno,
ma quando un autentico letto di morte fa
la sua comparsa, l'espressione scompare dal lessico.
Nessuno pronuncia quel nome, perch pronunciarlo non
far che sveltire il suo tremendo operato.
Harry soffre talmente in questo momento che non
gli importa se le cose procederanno con maggiore
rapidit. La malattia si  rivelata interminabile.
All'inizio, per passare il tempo, ha disegnato
qualche schizzo per una casa infestata che non sar
pi vivo per costruire.  stato divertente sognare
in grande, dare voce alle immagini che da sveglio e
nel sonno hanno continuato a perseguitarlo da quando
aveva dieci anni. Una vasta citt tentacolare, stranamente
deserta e cupamente ammaliante per ragioni
che non  mai stato in grado di esprimere come si
deve. Ha sempre avuto paura di parlarne, ma adesso,
con il pretesto di un gioco,  riuscito a mostrarla
a Margaret, condividendola finalmente con qualcuno.
Le forze lo hanno abbandonato, tuttavia, ed  troppo
debole per disegnare ancora. Stasera  sdraiato da
solo al buio, dopo che la sua famiglia se n' andata
a casa per la notte.  sveglio in un'agonia intensa
e costante, e sussurra parole che a una simile agonia
conferiscono potere: Letto di morte, letto di morte,
letto di morte.
Per quello che pu servire. La fine sembra incredibilmente
lontana. L'unico lato positivo della distanza
dalla morte  che la sua famiglia se ne vada
a casa a dormire alla sera e lo lasci in pace. La
famiglia. Una moglie, due figlie e ora un figlio, le
persone che sarebbe tenuto ad amare. Quei volti al
momento lo rendono per apatico, lo infastidiscono e
(quando si sente provocato a sufficienza) gli causano
colpi apoplettici. Gli farebbe piacere se restassero
a casa una volta per tutte. Non ne pu pi dei loro
volti cerei, bisognosi d'attenzione.
Di solito era un tipo affettuoso e premuroso, Harry.
Saprebbe indicare, nel passato, alcuni specifici momenti
di travolgente felicit in compagnia di queste
persone: il primo bacio con sua moglie, Margaret, in
una calda serata a Searcy nel 1968, gli strilli e le
risate di Sydney con i capelli scuri al vento, mentre
al parco la spingeva su un'altalena, Eunice al Dallas
World Aquarium, che attraverso un vetro guarda un
lamantino e conversa con quel bestione bianco mentre
lui la tiene in braccio. Si ricorda tutto quanto, ma
non prova pi niente. I medici gli dicono che  per
via del tumore, la cui azione distorce la sua personalit,
trasformandolo in una specie di specchio
deformante di se stesso. Lui sente per che il vero
Harry  proprio questo che emerge all'ultimo dalla
nebbia.
Adesso  sdraiato nel letto. Guarda fuori dalla
finestra, e debole e dolorante ripete il proprio mantra:
Letto di morte, letto di morte, letto di morte.
Letto di morte, letto di morte, letto di morte. Letto
di morte, letto di morte, letto di...
Il cielo al di l della finestra si illumina,
un accecante lampo blu interrompe i suoi pensieri.
All'inizio Harry pensa che sia un temporale, ma non
piove e non ci sono neanche tuoni. Chiude e riapre
gli occhi, quanto resta di quella luce gli batte
ancora contro le palpebre. Forse  stata un'allucinazione.
Eppure succede di nuovo, una pulsante luce
blu elettrico che sommerge il mondo intero. Recupera
il telecomando dal letto e preme il pulsante di
chiamata. Nessuno risponde.
Harry chiude gli occhi e tende le orecchie, in
cerca di rumori che indichino la presenza di esseri
umani in corridoio, fruscii di carte, scricchiolii
di scarpe sul linoleum, chiacchiere sommesse. Non
sente nulla di tutto ci. Apre bocca per chiamare di
nuovo qualcuno, ma la luce blu che inonda la stanza
 pi fulgida di prima, e questo per una ragione
o per l'altra non fa che confermare quello che gi
sospetta. L fuori non c' nessuno.
Si stacca di dosso i vari tubi e i cavi che lo
mantengono in condizioni stazionarie. Lo sforzo lo
lascia senza fiato, ma non quanto immaginava. Spinge
la leva che abbassa la sponda del letto, e cade
sul pavimento. Fa male, ma ancora una volta meno di
quanto si potrebbe pensare.
Si alza in piedi e si trascina fino al corridoio,
ma, anzich l, sbuca nel bagno principale di casa
sua, che si trova dall'altra parte della cittadina.
Il suo riflesso nello specchio lo fa fermare: sembra
pi in carne, e sulla sua testa ci sono ancora tutti
i capelli. Al posto del camice dell'ospedale indossa
un paio di jeans e una felpa. Non sta alla grande,
ma di certo si sente meglio di come si sentiva pochi
secondi prima. All'asta della doccia alle sue spalle
 appesa una borsa porta abiti. La apre e dentro trova
un frac bianco.  il costume ufficiale da ghul che
Margaret ha cucito per la loro attrazione, la Tomba.
Bussano alla porta, e Margaret la apre.  travestita
da scavafosse, con i baffi finti appiccicati al viso.
Com' che non sei ancora vestito? gli domanda.
Ho perso il filo... Chiude gli occhi per schiarirsi
le idee.
Ti senti bene?
Harry annuisce. Tutto bene, s.
Datti una mossa, cadetto dello spazio. Stiamo
facendo tardi.
Margaret richiude la porta. Lui si sveste e infila
il completo. Dopo essersi guardato di nuovo allo
specchio esce dal bagno, ma, anzich sbucare nella
sua camera da letto, scopre di essere nel minuscolo
appartamento che divideva con Margaret durante l'universit,
un bilocale con la moquette logora e i
pannelli di finto legno alle pareti. Nella stanza sono
allineati gli scatoloni pieni di vecchi tascabili,
fumetti e riviste pulp. C' roba sua dappertutto. Il
tavolo del cucinotto  sepolto sotto la sua macchina
da scrivere e mucchi di scartoffie scolastiche.
Tump.
Il rumore sembra provenire dalla camera da letto,
Harry abbandona quindi il soggiorno stracolmo per
indagare. Nel letto vede se stesso e Margaret, entrambi
poco pi che ventenni, belli e in salute pi che
mai.  tardi, e Harry sta dormendo con la mascherina
di Margaret, in modo che lei possa lasciare la luce
accesa per leggere. Accanto a lui Margaret solleva
lo sguardo dal libro, L'incubo di Hill House, e si
allunga per baciare su una guancia l'Harry che dorme.
L'Harry nel letto continua a russare indisturbato.
L'Harry osservatore si tocca la guancia e sente al
cuore la morsa della nostalgia.
La luce pulsante, blu e bianca, risplende accecante
alla finestra della stanza. Quando recupera
la vista, la camera da letto  un'altra in un'altra
sera. Sulle prime ci che circonda Harry - il letto,
il comodino, la cassettiera - gli appare stranamente
grande. Poi si china a guardare il proprio corpo, e
si accorge che non  la stanza a essere cresciuta.
 lui che  rimpicciolito.
Ha dieci anni ed  entrato nella camera di sua
madre nel cuore della notte perch gli  sembrato di
sentirla urlare. Nel letto non trova altro che coperte
sgualcite. Nella storia che racconter innumerevoli
volte nel corso della vita, quello  il momento in
cui lui si volta e corre in soggiorno per telefonare
e cercare aiuto. Ammetter in seguito che quello
che gli era parso di sentire doveva essere un sogno,
perch quando la polizia ritrova sua madre scalza,
graffiata e in stato confusionale, lei  a pi di
trenta chilometri da casa. Doveva essere gi scomparsa
da tempo, per essere arrivata a piedi fin l.
 impossibile che Harry l'abbia sentita chiamarlo.
Ecco per cosa succede in realt: Harry raggiunge
il letto della madre e scopre che  ancora caldo.
Mentre passa una mano sulle lenzuola, sfiora qualcosa
di freddo e duro. Solleva l'oggetto.  una pietra
perfettamente levigata, che luccica perfino al
buio. Quando la stringe nel pugno, nel mondo che ha
di fronte a s si apre un buco, liscio e tondo come la
pietra stessa. Attraverso il buco vede qualcosa che
non dimenticher mai: un vasto e titanico guazzabuglio
di architetture, castelli medievali che cozzano
contro palazzi pieni di uffici e arene sportive sotto
un cielo verde-nero. Ci sono delle creature, piccole
sagome simili a pipistrelli che si stagliano nell'aria
torbida, che attraversano in volo la volta celeste.
Lo sente di nuovo, sua madre lo sta chiamando per
nome, le sue urla rimbombano da lontano: Harry! Ti
prego, Harry!
Lui si allontana dal buco, inciampa e cade. La
pietra gli sfugge di mano mentre lui schiude i palmi
per sorreggersi, e allora il portale si chiude.
Si precipita fuori dalla stanza in cerca di un
telefono e di qualche adulto che sappia risolvere la
situazione al suo posto.
Ma mentre lascia la stanza di corsa, la luce blu
gli pulsa davanti agli occhi, e quando gli torna la
vista vede se stesso calvo e scheletrico addormentato
nel letto dell'ospedale (letto di morte). Margaret,
incinta,  seduta accanto a lui su una sedia, lo
fissa con un'espressione difficile da interpretare.
Distoglie lo sguardo dall'Harry addormentato e lo
punta sul raccoglitore adagiato sul suo grembo, pieno
di progetti per una casa infestata grande quanto una
citt. Una specie d'incanto le attraversa il volto,
e lui  convinto, come si  convinti di certe cose
solo nei sogni, che in qualche modo la sua visione
della Citt, l'immagine che lo ha perseguitato e
affascinato per tutta la vita, abbia contagiato la
sua famiglia. Quella presenza continuer a incombere
anche dopo la sua morte.
Per la prima volta nel corso di mesi, Harry riesce
a sentire emozioni al di l dei confini del tumore,
riscopre allora il vero se stesso, quello che aveva
pianto alla nascita delle figlie e aveva desiderato
la ragazza dai capelli rossi in libreria. Il vero
se stesso si vergogna. Si vergogna di aver svelato
alla sua famiglia quella Citt e tutto quello che
di tremendo  in grado di fare. Si vergogna di non
aver dato ascolto a Eunice quando aveva detto di aver
visto qualcosa alla finestra della propria stanza,
di non aver dato ascolto a Margaret quando gli aveva
mostrato i segni degli artigli sul mattone esterno
alla casa. Si vergogna di non aver ascoltato le donne
della sua vita quando avevano cercato di spiegargli
che qualcosa non andava. Si vergogna di aver finto
che tutto andasse bene, che fosse normale quando non
lo era affatto.
Harry attraversa la stanza diretto verso Margaret,
ma quando la raggiunge la luce blu lampeggia
pulsante fuori dalla finestra e la scena cambia di
nuovo.  ancora nella stanza d'ospedale, ma adesso
lui  l'Harry che c' nel letto.- Il dolore  pi
forte che mai, e il respiro risuona irregolare nelle
sue stesse orecchie. Si rende pi o meno conto che
accanto a lui c' Sydney che gli tiene la mano. Si
gira verso di lei, perch deve parlare con qualcuno,
deve metterli in guardia in qualche modo. Sua figlia
sembra cos spaventata, cos desiderosa di rendersi
utile. Harry raccoglie le idee, ma  difficile come
rastrellare foglie con un vento impetuoso.
Eunice aveva ragione, riesce a dire.
Cosa, pap?, chiede lei.
Margaret, dice Harry.
Sydney. Sono Sydney, pap.
I disegni. I progetti.  tutto l. Tu devi...
Devo cosa?, chiede Sydney.
Ci ha visto. Conosce il nostro odore.
Poi la scena cambia di nuovo. Harry  ancora nel
letto d'ospedale, ma Sydney  in piedi all'altro capo
della stanza e guarda imbronciata Margaret che porge
al marito un neonato.
Noah. Il nome del bambino  Noah. Il corpo di Harry
 straziato dal dolore, ma la mente  lucida, e gli
 stata data una seconda occasione per conoscere suo
figlio. Libero dalle distorsioni provocate dal tumore,
avrebbe cos tanto da dire al bambino, ma la cosa pi
importante, forse,  questa: la vita sa rendere un
mostro chiunque, ma si pu sempre tornare indietro.
Il dolore e la morte esistono, ma esistono anche l'amore,
la famiglia e il perdono. Le parole per non
escono. Anzich parlare, Harry si china in avanti,
bacia Noah sulla fronte e spera che quel piccolo e
roseo simulacro di persona lo capir crescendo.
La luce pulsa di nuovo oltre la finestra, pi rapidamente
ora, e quando la vista gli si schiarisce a
quanto pare si trova nel cortile della Spooky House,
steso sopra Margaret su un materasso.  l'ottobre
del 1968, e lei da sotto lo guarda con quegli occhi
verdi, sta cercando di prendere una decisione. Harry
sa che  una decisione importante, qualcosa di grosso;
ma prima che lei possa parlare, il materasso sotto di
loro scompare. No, non  il materasso a scomparire.
Quello resta dov'. Sono lui e Margaret quelli che si
spostano, stanno vagando nello spazio. Non sono soli,
tuttavia. Guardandosi intorno, Harry vede decine di
altre persone fluttuare su, su, sempre pi su, fra
sacchi dell'immondizia, cassonetti, foglie morte,
attrezzature sportive, giornali, automobili, gatti
e cani; insomma, qualsiasi cosa non sia imbullonata
al suolo sale nello spazio. Il cielo lampeggia, blu-
bianco-blu-bianco-blu-bianco .
Margaret avvolge braccia e gambe intorno a Harry,
stringendolo forte. Roteano lentamente, danzano in
cielo come Superman e Lois Lane. Gli piacerebbe rivedere
ancora Sydney ed Eunice. Gli piacerebbe vedere
come andranno loro le cose, se insieme al fratellino
si sbarazzeranno del giogo che lui gli ha calcato
sulle spalle. Ma dovr accontentarsi di questo. Di
quest'ultimo momento con Margaret.
Harry la bacia, bacia quella moglie simpatica,
sanguigna e dal cuore spezzato, e quando ha finito, scopre che lei sta piangendo.
Oh, Harry, gli dice. La capisce. Prova lo stesso
anche lui. Il peso degli anni, della sofferenza, di
tutte le cose che entrambi hanno perduto, cose che
persino la scomparsa della gravit non potr portarsi via.
Va tutto bene, dice. La bacia sulle guance, sulle tempie, sul mento, sui fiammeggianti capelli rossi.
Va tutto bene. Ti amo, Margaret. Ti amer fino alla fine e anche dopo, qualsiasi cosa succeda...
...
.
...
FINE.
...
.
...
RINGRAZIAMENTI.
...
.
...
Una volta Stephen King disse che nessuno scrive da solo un romanzo.
Non posso che essere d'accordo, modificherei appena con una sfumatura: nessuno diventa da solo uno scrittore. Io nel mio percorso sono stato aiutato da una lunga lista di insegnanti, professionisti, parenti, amici, e mi piacerebbe adesso ringraziarne qualcuno.
I miei editor, Tim O'Connell e Anna Kaufman, per il loro sterminato entusiasmo, le idee incredibili e l'inscalfibile determinazione nel far funzionare come si deve il groviglio labirintico di questa storia.
L'intera squadra della Pantheon Books, che con il suo tocco fatato ha trasformato il manoscritto in un libro vero e proprio: la redattrice Susan Brown, la redattrice di produzione Kathleen Fridella, Abigail Endler dell'ufficio stampa, Julianne Clancy del marketing, l'interior designer Michael Collica, Kelly Blair per il progetto di copertina, e ovviamente l'editore Dan Frank.
Il mio incredibile agente letterario Kent Wolf, che ha intravisto un potenziale in questo bizzarro ibrido letterario e l'ha trovato perfetto.
Grazie anche alle mie agenti cinematografiche e televisive Lucy Carson e Kim Yau, che continuano a prendersi ottimamente cura di me sul fronte mediatico.
I miei suoceri, Jim e Melany Harrelson, per avermi messo a disposizione un luogo tranquillo e bellissimo dove portare a termine il lavoro su questo libro e per essere sempre pronti ad ascoltare con piacere qualsiasi notizia dal mondo letterario.
La mia talentuosa e tenace moglie, Rebekah, per aver incoraggiato e sostenuto il progetto pur affrontando un'embolia polmonare e l'estenuante procedura di diagnosi di una malattia autoimmune. I suoi dipinti erano accanto alla mia scrivania mentre scrivevo il romanzo e sono stati un'infinita fonte d'ispirazione.
L'Iowa Writer's Workshop, sia le persone che lo mandano avanti - Connie Brothers, Deb West e Jan Zenisek - sia i miei insegnanti: Ethan Canin, che mi ha ricordato che la buona narrativa parla della gente; Lan Samantha Chang, che ha letto le mie prime pagine e ha detto che aveva voglia di spaventarsi; Ben Hale, mai a corto di buoni consigli di ordine tecnico; Paul Harding, che mi ha sempre incoraggiato a puntare a ci che  umano, onesto e vero, anche in un libro pieno di case infestate e di mostri.
I miei amici e colleghi della Iowa, che dopo aver letto i primi brani di questo libro mi hanno fornito preziose critiche e sostenuto: Jake Andrews, Kris Bartkus, Noel Carver, Patrick Connelly, Susannah Davies, Mgbechi Erondu, Sarah Frye, Jason Hinojosa, J.M. Holmes, Erin Kelleher, Maria Kuznetsova, Jennie Lin, Alex Madison, Magogodi Makhene, Kevin Smith, Lindsay Stem, Nyoul Lueth Tong, Monica West, e in particolare Joe Cassara e Sorrel Westbrook-Wilson, scrittori e complici.
I miei insegnanti di scrittura in Texas: Kristin vanNamen e Matthew Limpede della rivista Carve, cos come Tim Richardson, Tim Martin e Joanna Johnson della University of Texas di Arlington. Gli altri membri del corpo insegnante dell'universit ma che meritano un ringraziamento a parte: Laura Kopchick, che mi ha instradato su questa via e continua a offrirmi opportunit ogni volta che pu.
La libreria Barnes & Noble di Arlington, Texas, in cui ho lavorato otto anni. L ho affrontato le serate di presentazione dei libri di Harry Potter, una vera guerra, ho scritto furtivamente il mio primo vero racconto mentre ero alla cassa, scoperto innumerevoli nuovi autori e conosciuto mia moglie. La mia famiglia non  numerosa, ma il personale della libreria mi ha fatto sentire come se ce l'avessi.
E i miei genitori, Rick e Patrice Hamill. Mio padre ha inventato favole della buona notte su misura per me tutte le sere, e mia madre mi ha insegnato a prestare attenzione ai personaggi e alla struttura narrativa. Hanno dato il via al mio amore per la narrazione, mi hanno sempre incoraggiato a scrivere, e non potr mai ringraziarli abbastanza.
...
.
...
FINE.